Home NBA, National Basketball AssociationNBA TeamsAtlanta HawksLa NBA ‘ritorna al futuro’: le differenze tra l’attuale lega e quella ai tempi di Marty McFly e Doc

Si sa, viaggiare nel tempo è da sempre uno dei sogni proibiti di ogni essere umano. L’impresa però è riuscita a Marty McFly, uno studente diciassettenne proveniente da Hill Valley e a Emmet Brown, detto Doc, un pittoresco e anziano inventore. I due, a bordo di una DeLorean modificata per l’occasione, hanno intrapreso un viaggio nel tempo di circa trenta anni, passando dal 26 ottobre 1985 al 21 ottobre 2015, data odierna. Peccato che si tratti solo di un film: già, sono passate tre decadi dall’esordio della fortunata trilogia di ‘Ritorno al futuro‘, interpretata da Michael J. Fox e Christopher Lloyd che ha fatto e continua a far sognare l’intero immaginario collettivo. I parallelismi con le due precedenti epoche si sprecano, visto che nel corso del tempo  ci sono stati tanti cambiamenti in ogni ambito dello scibile umano. Cambiamenti che non hanno esentato naturalmente la NBA.

Magic Johnson e Larry Bird, stelle NBA del passato.

Magic Johnson e Larry Bird, stelle NBA del passato.

A quei tempi, la lega di basket più famosa del mondo stava per subire un’inversione di rotta dopo un periodo assolutamente negativo. David Stern, che era divenuto commissioner nel 1984, aveva spinto per approvare due riforme fondamentali: il salary cap e le norme antidroga, che avrebbero aiutato a far raggiungere al campionato quella fama internazionale di cui gode tutt’ora.  La stagione 1985/86 era appena iniziata, ma gli strascichi di quella precedente erano ancora evidenti: sul parquet aveva messo piede un certo Michael Jordan (vi dice niente il nome?) e nella mente dei tifosi c’erano ancora impresse le immagini delle Finals tra Los Angeles Lakers e Boston Celtics e del duello tra Magic Johnson e Larry Bird (vinte dai lacustri con un 4-2 nella serie). La rivalità tra le due franchigie e le due leggende è stato uno dei fattori che ha spinto la NBA a fare il salto di qualità a livello mediatico e non solo. All’epoca le squadre erano ancora 23, comprendenti i Kansas City Kings, i Washington Bullets, i tanto amati Seattle Supersonics e i New Jersey Nets. Il torneo era suddiviso in quattro gironi: ad est c’erano l‘Atlantic Division e la Central Division, mentre la Western Conference era suddivisa nella Midwest Division e nella Pacific Division. Oltre ai tre hall of famer sopracitati, in campo potevano essere ammirati giocatori del calibro di Patrick Ewing e Karl Malone (prima e tredicesima scelta del Draft 1985), John Stockton, Isiah Thomas, Hakeem Olajowun, Charles Barkley e Kareem Abdul Jabbar. I più nostalgici ricordano lo stile di gioco rude di quegli anni, improntato molto sul fisico. Per la cronaca, Celtics si rifecero andando a conquistare il Larry O’Brien Trophy ai danni degli Houston Rockets, surclassati 4-2 con Bird eletto MVP delle finali.

Di acqua sotto i ponti fino ad oggi ne è passata, come si può vedere.

Steph Curry.

Steph Curry.

L’appeal e gli introiti economici sono aumentati a dismisura. David Stern ha lasciato la propria eredità ad Adam Silver, che ha preso le redini il primo febbraio 2014. Le franchigie ora sono 30: i Supersonics sono stati sostituiti dagli Oklahoma City Thunder, i Bullets ora si chiamano Wizards, i Kings ora ‘abitano’ a Sacramento e i Nets hanno fatto i bagagli a Brooklyn. Nel frattempo sono stati introdotti i Miami Heat, i Minnesota Timberwolves, i Charlotte Hornets, i New Orleans Pelicans, gli Orlando Magic e i Toronto Raptors. Il gioco è cambiato radicalmente, con l’ormai celeberrimo small ball apportato da diversi coach, a discapito dell’utilizzo di lunghi ‘vecchio stile‘ tipici del passato. Anche le gerarchie si sono rivoltate: mentre i nobili Celtics, Lakers e Knicks stanno attraversando un periodo di ricostruzione, a dettar legge sono i Golden State Warriors di Stephen Curry e i Cleveland Cavaliers di LeBron James ( i due contendenti al titolo della scorsa annata, vinto dai ragazzi di Steve Kerr). James Harden, Anthony Davis e Chris Paul sono le altre stelle (tanto per citarne alcune), mentre Kobe Bryant, Kevin Garnett e Tim Duncan sono i mostri sacri pronti a chiudere nel migliore dei modi la propria carriera. Da segnalare inoltre l’abbattimento del muro che ha consentito a molti giocatori internazionali di approdare negli States con più frequenza.

Insomma, forse McFly e Doc si aspettavano un ‘futuro’ ben diverso da quello raccontato nel film, ma sicuramente non potrebbero che apprezzare l’evoluzione di una NBA degna delle previsioni del 1985.

Per NBA Passion,

Olivio Daniele Maggio ( @daniele_maggio on Twitter)

You may also like

Lascia un commento