Maccabi mon amour

di Luigi Ercolani

Butti un rapido sguardo a Erez Edelstein, al volto da ragioniere che ha scollinato la mezz’età,  desideroso di arrivare dritto alla pensione senza passare dal via, e subito pensi che questo dura come il cerino acceso quando fuori è bufera. Errore. Erez Edelstein è forse la persona giusta al posto giusto. Uno del posto, che sa cosa voglia dire il Maccabi. Uno astuto, perché è sempre stato l’ombra dietro a importanti figure del panorama del coaching israeliano (Gershon, Shivek). Uno che quando ha deciso di mettersi in proprio, lo ha fatto consapevole di poter offrire un contributo. Non è un caso che nel 2014 gli abbiano offerto la panchina di Israele, per servirvi.

Ora, Edelstein si ritrova alla guida di ben due nazionali contemporaneamente. Si può? Teoricamente no, ma questa è la Terra Santa, terra di miracoli. Le due nazionali di cui sopra sono il già citato Israele e il Maccabi. Ricordate quello che dicevamo quest’estate a proposito di quest’ultimo e del ruolo che ricopre? Se sì bravi, se no andate a farvi un ripassino veloce. Dopo, perché prima dovete finire di leggere questo articolo, e allora in estrema sintesi riportavamo le parole di Sarunas Jasikevicius, il quale dopo la sua esperienza a Tel-Aviv nella recente autobiografia afferma testualmente che il Maccabi è senza ombra di dubbio la squadra che rappresenta tutta la popolazione nazionale. Punto e riga.

Erez Edelstein

Erez Edelstein

Il paradosso è che le pressioni sono maggiori sulla panchina dei gialloblù piuttosto che su quella della selezione biancoazzurra. Capirai, Israele è una delle storiche mezze vie della pallacanestro continentale, stretta tra la voglia di stupire e il non obbligo di raggiungere un risultato prestigioso. Il Maccabi no, il Maccabi è una delle grandi d’Europa, con il formato moderno (cioè quello post-2002) ha vinto tre volte l’Eurolega, e altrettante è arrivata in finale. La pressione, commisurata alla passione che solo l’Onda Gialla sa generare, sarebbe già alta di per sé, figurarsi poi con la coppia di annate deludenti come le ultime due, e sul fronte esterno (passi), e soprattutto su quello interno (passi decisamente meno).

Cosa sappiamo della compagine che affronterà Milano? Molto poco, in realtà, non avendola ancora vista giocare. Possiamo provare a estrapolare qualcosa dalle partite che abbiamo visto dell’Israele allenato appunto da Edelstein. Una squadra che anzitutto era aggressiva in difesa, raddoppiava spesso e volentieri sui pick&roll centrali per chiudere la via immediata al canestro e magari oscurare la visuale, cercava il raddoppio sul portatore di palla a costo di vedere le proprie marcature saltare e collassava sull’incursore diretto al ferro. Una difesa che provava a essere popovichiana, quindi, in grado cioè di allungarsi e comprimersi a seconda della necessità, a cui corrispondeva un attacco fluido e attivo: i giochi in blocco-e-giro nel cuore dell’area servivano a creare pericolosità interna, con una batteria di tiratori appostati sul perimetro pronti in caso di scarico. In alternativa, era consuetudine vedere una sequenza di tagli all’altezza del pitturato per liberarsi vicino al tabellone, sequenza magari innescata da un immediato gioco alto-basso verso all’altezza dello smile con riapertura subitanea verso l’esterno.

È plausibile che Milano si trovi a dover affrontare questo tipo di impostazione, anche se la presenza degli americani rende tutto più incerto. Mekel è un play ordinato, che ha varie frecce al proprio arco, ma che nel complesso preferisce amministrare piuttosto che concludere. Un vantaggio, perché il Maccabi ha realizzatori affamati nel proprio roster: Goudelock, scorer dal rilascio fulminante e creativo dal palleggio; Landensberg, esterno dinamico e fondista inenarrabile; Weems, ala atletica sottodimensionata, che ha controllo

Devin Smith, punti di rottura

Devin Smith, punti di rottura

in velocità, sa andare spalle a canestro ed è una sentenza se lasciato con spazio sul lato debole, Devin Smith, abitué dei parquet europei e signore dei punti “di rottura”; Quincy Miller è, fatte debite e dovute proporzioni, una sorta di LBJ: ala piccola sovradimensionata, atletico, con mano da fuoro e una predisposizione alla stoppata; Ohayon e Pnini sono i cecchini mortifero dal range di tiro non quantificabile che abbiamo imparato a conoscere guardando l’Eurolega.

Viste queste caratteristiche, l’Olimpia si troverà subito l’avversario peggiore possibile. Perché in effetti, per quanto possa essere ambiziosa, Milano un difetto strutturale lo ha: la mancanza di un realizzatore da fuori di livello. O meglio, in realtà lo avrebbe, Simon, ma solo lui, e di certo il coltellino svizzero croato ogni tanto dovrà rifiatare in panchina, perché non è inesauribile e perché Repesa è un allenatore eccellente ma nemmeno lui è in grado di far passare un cammello per il Kruno di un ago. Dragic predilige la soluzione della zingarata interna, Gentile e Sanders idem e hanno tiro alterno, Abass è da uova e da latte ma va testato in Eurolega, e Cerella ci mette buona volontà e mano morbida ma non gli si può chiedere di essere la chiave di volta, senza contare Kalnietis e Hickman che dovranno pensare a fare i registi.

Milano, quindi, se vuole giocarsela, dovrà sbucciarsi i gomiti dalla linea dall’arco, per poi in attacco mettere pressione e non dare un attimo di rifiato alla difesa maccabea, magari cercando di attirarne i lunghi più distanti possibile da canestro. Alexander è un centro brevilineo per il ruolo, verticale, che sarà compensato dai centimetri di Iverson e Zirbes. Attirarli fuori tramite Radulijca, Macvan, McLean e Pascolo sarà il primo obiettivo per i lunghi in maglia biancorossa, che così facendo apriranno spazi per i penetratori amici e non si rischierà di subire troppo la batteria di migliori sniper gialloblù.

O magari il Maccabi la spunterà martellando in penetrazione a ogni piè sospinto. Si tratta pur sempre di una squadra della Terra Santa, l’impossibilità da quelle parti è legge, le eccezioni regole. Come cantava Jovanotti.

 

 

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