Dallas Mavericks: l'importanza delle seconde linee e della panchina
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Mavs: l’importanza di seconde linee e panchina

Mavs: l’importanza di seconde linee e panchina

Che i Mavericks siano in leggera risalita lo sappiamo; che il futuro sia tutto un’incognita anche, così come siamo consapevoli che di talento di base ce n’é eccome. Ma in questo caso vorremo soffermarci su un altro aspetto dei Texani: il ruolo molto importante che stanno avendo le seconde linee, seppur in questa stagione così traballante.

Si, è vero: il ritorno ad una buona forma e ad un livello di gioco accettabile (o anche solo la fine di un infortunio) dei vari Williams, Matthews, Dirk, ecc. ha inciso per un buon 75%, probabilmente, ma questo comunque non basta per spiegare le 5 vittorie nelle ultime 7 sfide: Suns, Wolves, Bulls, Lakers e Knicks sono le più recenti vittime dei ragazzi di Carlisle, ragazzi alla disperata rincorsa di quell’ottavo posto sinonimo di Playoffs.

Ma torniamo a noi, e più precisamente soffermiamoci sull’ultimo game, quello contro i NY Knicks, vinto da Dallas per 103-95. Prefazione: la stessa partita, giocata il 14 Novembre, fu per i Texani una mezza ecatombe: tanti infortunati, gioco assente, sconfitta con soli 77 Pts messi a referto e una differenza finale di -16 (contro un team non proprio di primissimo livello). Tristezza infinita per fans e giocatori. Ora mettiamo a confronto questi dati con quelli della notte: 103 punti fatti, (nonostante qualche cambio di lead in corsa) ogni parziale chiuso in vantaggio, 4 giocatori in doppia cifra; e tutto questo nonostante le assenze di Matthews (problema fisico), Barea (ennesimo infortunio che lo terrà fuori ancora per un pò) e Mejri (coach decision).

E’ proprio da questi elementi che si può apprezzare l’apporto di chi viene chiamato in causa solo ogni tanto, a seconda delle necessità, di queste seconde linee che devono adattare il proprio gioco in base al momento delle partita. Ma vediamole più in dettaglio.

Seth Curry:

Re indiscusso di questa categoria, vero colpaccio dei Mavericks in questa stagione; arrivato in punta di piedi e senza nessuna aspettativa particolare, ha saputo da subito conquistare tifosi e coach grazie alle ottime prestazioni. Nell’ultimo mese, complici i risultati di squadra in risalita, la sua fiducia è ancora aumentata, rendendolo davvero difficile da gestire per qualunque avversario. Contro i Knicks, in ben 34 minuti giocati (anche a causa del problema fisico che ha colpito DWill nel primo tempo) ha messo a segno 20 punti, 5 rimbalzi, 3 steals e 1 blocco, tirando con il 42% dal campo e con un +/- di +13. Determinante.

Questa è senza dubbio la sua stagione migliore in carriera; il ventiseienne di Charlotte sta costantemente aggiornando le sue statistiche, divenendo pedina imprescindibile nelle rotazioni. Nei 10 game finora disputati a Gennaio ha tirato con medie di oltre il 50% sia dal campo che dall’arco, facendo (quasi) svanire i bruttissimi ricordi di tutti riguardo il primo mese e mezzo di RS. Coach e Cuban dovranno essere lungimiranti e fare in modo che il talento di Curry resti in Texas ancora per un bel pò.

Lo splendido “Behind the back pass” di Curry per Finney-Smith contro i Kings

Dorian Finney-Smith:

Nome sconosciuto ai più, ha iniziato la sua avventura in NBA, tra i grandi, proprio in questa annata; ragazzo giovane (23 anni) scelto dalla dirigenza per infoltire la panchina. Però, come sappiamo, la salute fin troppo cagionevole di tanti giocatori ha costretto Carlisle ad utilizzarlo più del previsto. E lui non sta deludendo le aspettative. Affatto. Dotato di spiccata personalità e zero timori, su quel parquet sa farsi sentire; giocando 21 minuti di media, in questa sua prima stagione, sta tirando con un buon percentile sia dal campo (oltre 40%) che da 3 (34%). Ma non sono tanto questi numeri a gratificare, quanto soprattutto la sua costante “presenza” in campo, intesa come intelligenza, intensità, impegno. Se il suo ruolo doveva essere nettamente più marginale, ora si ha la prova che Finney-Smith può tranquillamente essere considerato più di un gregario di bassa categoria, senza alcun dubbio. Ed è solo alla prima season..

La slam dunk di Finney-Smith su Hield

Justin Anderson/Dwight Powell:

The Magic Duo, la coppia di ragazzotti sfrontati che calcano i parquet già dall’anno scorso e che gli appassionati hanno già imparato a conoscere. Ma se fino al recente passato spesso i tifosi storcevano il naso nel vedere le (tante) mancanze, questi primi mesi ci stanno dimostrando altro. Powell sta entrando in campo sempre più spesso e sempre più a lungo, le capacità difensive sono in miglioramento (soprattutto sotto canestro, dove ha dimostrato di essere un buon bloccatore), e va via via affinandosi l’affiatamento con i compagni (più di una volta si è avuta l’occasione di vederlo schiacciare alla grande grazie a ottimi assist dei compagni).

Ancora più avanti di lui c’è Anderson; ventunesima scelta al draft del 2015, arrivò a Dallas carico (e caricato) di aspettative. La prima stagione in Texas è stata un mix di luci e ombre, con il giocatore impiegato poco e senza che riuscisse a dimostrare granchè; quest anno, dopo l’inizio traballante di tutti, sta ingranando tutta un’altra marcia. Suo punto di forza numero 1 è la grande atleticità: saltatore eccellente (i tifosi ancora ricordano il suo block spettacolare su Ariza, la scorsa stagione) e buon difensore, anche il suo numero di segnature è in salita. Contro i Lakers ha fatto registrare 19 Pts con percentuali top, mentre nell’ultima sfida contro New York lo score si è fermato a 11.

Ma, come sempre, il limitarsi a descrivere o caratterizzare un giocatore solo dai numeri è più dannoso che utile; il vero cambiamento lo si vede nel suo atteggiamento corporeo, in campo, cioè dove i numeri non possono arrivare. Entrambi devono senza dubbio crescere ancora (e il tempo non manca di certo), ma le premesse per essere pedine importante ci sono al 100%, soprattutto nella costruzione dei Mavericks che verranno.

Lo splendido Block di Anderson su Ariza

Menzione d’onore: Nicolas Brussino

Argentino, classe 1993, arrivato ai Mavs nel 2016 da undrafted, titolare fisso nella sua nazionale. Siamo onesti: NESSUNO di noi, dal semplice tifoso al conoscitore profondo di Dallas, avrebbe scommesso 1 solo centesimo su questo ragazzo. Nessuno, me compreso. Ma ho dovuto ricredermi, così come hanno fatto dirigenza e coach scegliendolo per il Roster ufficiale dopo le partite estive. Rick Carlisle ha detto di lui

è davvero un bravo ragazzo, oltre che un buon giocatore; mi ha impressionato, non si tira mai indietro e merita la fiducia di tutti.

Prova di questa stima è che (piccola curiosità, nda) lo scorso Thanksgiving Brussino lo ha trascorso proprio a casa dell’head coach. Impiegato pochi minuti (forse troppo pochi..), quando chiamato in causa sa dimostrare il suo potenziale; conto LA, restando in campo per soli 12 primi, ha messo a segno 8 punti, con 3/4 dal campo e 2/3 dall’arco, oltre a 2 rimbalzi. Forse non prontissimo a livello di struttura fisica per una lega tosta come l’NBA, ha comunque fatto vedere più di una cosa positiva, dimostrandosi elemento importante tra le seconde linee di Dallas.

Brussino in azione contro i New Orleans Pelicans

La squadra di Cuban potrebbe quindi avere un’arma in più per cercare di arrivare ad occupare l’ultimo posto disponibile per la post season: proprio quelle riserve, quei “jolly” che stanno dimostrando caparbietà, buone qualità e volontà di crescere e mettersi in mostra. E se tutto ciò non dovesse bastare.. Beh: sarebbe comunque una gran bella base da cui ripartire.

Alessandro Dellarocca
della_alessandro@libero.it

Nbapassion.com Editor “To learn to succeed, you must first learn to fail.” Appassionato di lingue straniere e musica, ma soprattutto amante folle del Basket made in USA

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