Cedi Osman
Il giocatore macedone, che sta svernando a San Antonio, è uno dei pochi rinforzi per la panchina cui i Boston Celtics potrebbero davvero ambire.
Sam Hauser sta tirando col 41% da tre in stagione ed è l’ottavo giocatore delle rotazioni per Joe Mazzulla, e al momento né Luke Kornet né Dalano Banton, Lamar Stevens o Jordan Walsh hanno convinto il coach. Neemias Queta ha invece approfittato dello spazio apertosi coi problemi fisici di Kristaps Porzingis, e pazienza per le mani quadrate, ci si può lavorare.
Boston potrebbe spendere per Osman una seconda scelta al draft e provare a spostare il suo 36% da tre in stagione nella miglior squadra al tiro dalla lunga distanza della NBA. Nessuno chiederà all’ex Cavs di fare la differenza ai playoffs ma i rischi per un movimento secondario di mercato del genere sono pari a zero.
Se l’obiettivo dei Celtics per la panchina è un’ala tiratrice, allora sarebbe bello vedere Simone Fontecchio a Boston a giocarsi uno spazio in una squadra forte.
Matisse Thybulle
Avrebbe dovuto andare a Dallas in estate ma i Trail Blazers hanno pareggiato l’offerta di un triennale da 33 milioni di dollari dei Mavericks.
L’ex Sixers sta tirando col 38% da tre, roba che se lo avesse fatto a Philadelphia, sarebbe ancora lì. A Portland hanno tutto l’interesse a provare a lucrare un’altra prima scelta futura al draft, e nel ruolo del giocatore australiano ci sono Kris Murray e Toumani Camara (altri ne verranno via draft). Thybulle, Malcolm Brogdon e forse anche Jerami Grant potrebbero essere i nomi in uscita da Portland già a febbraio.
Una destinazione logica per Matisse Thybulle? I Denver Nuggets che non hanno però prime scelte future da girare ai Blazers. Un’eventuale trade girerebbe attorno a Zeke Nnaji e Julian Strawther ma è più complessa di quanto sembri. I Sacramento Kings hanno una panchina abbastanza corta e sono 21esimi per defensive rating, e dispongono di una prima scelta futura al draft dal 2027 in poi. In caso, a partire sarebbero Chris Duarte e Davion Mitchell, che hanno perso minuti nelle rotazioni di Mike Brown.
Andrew Wiggins
Oggi, Brandin Podziemski è un giocatore se non migliore, più funzionale ai Golden State Warriors dell’Andrew Wiggins demotivato e fuori fase visto nelle prime 20-30 partite di stagione.
Coach Steve Kerr è stato costretto a panchinarlo, la sua percentuale al tiro da tre punti ha toccato abissi impronosticabili (ora sta risalendo, anche perché peggio era impossibile fare) ma è stato il suo atteggiamento a preoccupare. Il giocatore che per larghi tratti era stato il secondo-terzo migliore della squadra nell’anno del titolo NBA 2022 non esiste forse più, prima di tutto nella testa dell’ex Minnesota Timberwolves.
Legittimo, le motivazioni sono una questione (anche) personale e Wiggins aveva già saltato diverse partite lo scorso anno per stare in famiglia, per problemi famigliari mai specificati. Golden State avrebbe però oggi tutto l’interesse di provare a trovare a acquirenti per il suo contratto, che è però lungo e impegnativo, da altri 85 milioni di dollari fino al 2027 (con player option).
Warriors e Chicago Bulls potrebbero pensare di scambiarsi i reciproci problemi, con Zach LaVine a Golden State per Wiggins e una futura prima scelta che sarebbe dal 2027 in poi. Aggiungere una prima scelta al draft assieme a Wiggins dovrebbe essere la condizione minima necessaria per gli Warriors per scaricare il contratto di Wiggins.
Forse gli Atlanta Hawks potrebbero rendere De’Andre Hunter disponibile, forse gli Utah Jazz potrebbero già rinunciare a John Collins oppure cedere Jordan Clarkson, entrambi sarebbero sul mercato per la giusta contropartita. Con uno sforzo sovrumano forse Jerami Grant potrebbe essere un’idea, ma l’ex Pistons ha un contrattone da 160 milioni di dollari appena firmato, tanti. E Portland chiederebbe di più di una sola futura prima scelta.
Per Golden State, questioni di cuore a parte, sarebbe più facile cedere Klay Thompson alla trade deadline, forse anche Draymond Green dopo averlo rimesso in campo. Va ricordato che al Chase Center c’è un nuovo “capo delle operazioni di basket”, quel Mike Dunleavy Jr che è si cresciuto in casa come manager, ma che non è Bob Myers…

