Home NBA, National Basketball AssociationNBA TeamsHouston RocketsJames Harden: cosa lascia questa stagione

James Harden: cosa lascia questa stagione

di Jacopo Di Francesco
Harden Houston Rockets

Fuori al primo turno. Anche se i Rockets hanno provato a dire la loro contro l’indiscussa superpotenza della Lega, non era certo questo l’obiettivo di inizio stagione della franchigia texana: coach McHale, esonerato a stagione da poco iniziata, aveva il non semplice compito di dover sopperire alla partenza di Josh Smith. Il lungo da Oak Hill, pur con tutte le sue controversie che non ha mancato di far pesare a Doc Rivers in quel di LA, era importante per portare punti rapidi dalla panchina.

Alla sua cessione doveva aggiungersi quella di Motiejunas, poi rimasto a Houston per non aver passato le visite con Detroit: caso analogo a quello di Robert ‘Big Shot’ Horry dei Lakers, ma per il momento il futuro dell’ex Treviso non sembra così raggiante. L’ex compagno di Larry Bird aveva quindi deciso di affidarsi alla sostanza di Terrence Jones facendo probabilmente uscire dalla panchina il promettente Sam Dekker da Michigan State: vero e proprio tiratore scelto della Madness di un anno fa.

Mar 7, 2015; Denver, CO, USA; Houston Rockets guard James Harden (13) reacts during the second half against the Denver Nuggets at Pepsi Center. The Rockets won 114-100. Mandatory Credit: Chris Humphreys-USA TODAY Sports

Mar 7, 2015; Denver, CO, USA; Houston Rockets guard James Harden (13) reacts during the second half against the Denver Nuggets at Pepsi Center.

Tuttavia questo progetto è stato stroncato sul nascere, perché se l’anno scorso la ragion di stato era esprimersi finalmente come una potenza dell’Ovest mettendo a tacere tutti i conflitti interni dello spogliatoio, i problemi in questa stagione si sono visti sin da subito; il ritorno di Smith non ha aiutato più di tanto, e neanche l’innesto per i Playoffs di Micheal Beasley. Come al solito a farne le spese è stato l’allenatore.

Leggendo le interviste si poteva evincere come si fosse creata una situazione con James Harden e Dwight Howard padroni non ben accettati della squadra. A tutto questo va aggiunto il fallimento totale dell’esperimento Ty Lawson da Denver, la point guard con punti nelle mani espressamente richiesta dal Barba al termine della scorsa annata. La promozione a head coach di JB Bickerstaff ha portato un po’di tranquillità al Toyota Center, ma non la svolta – in parte – mentale che è necessaria per realizzare le enormi potenzialità dei Rockets.

Il primo problema di Houston è la mancanza di un sentimento di squadra: come ha riportato Marc Stein di ESPN, nelle gare ad Oakland spesso Harden non ha preso il bus della squadra; questo non lo aiuta certo a diventare il leader che dovrebbe essere, e il probabile fatto che la società gli abbia concesso questo comportamento per tutta la stagione lascia qualche dubbio. Gli si chiede di essere come Paul George, di dare l’esempio,di avere la squadra in mano e la fiducia totale dei compagni sempre. Non solo quando gli viene dato il pallone quando pesa, perchè tutti sanno che è l’unico capace di tirare fuori il coniglio dal cilindro.

La seconda, grande questione da affrontare è la difesa latitante. Harden e Howard hanno dimostrato a sprazzi di saper aggiungere al talento l’intensità, ma davvero in troppe poche occasioni. E’questo il vero motivo dell’ottavo posto raggiunto in extremis correndo contro una squadra affatto pronta per la postseason come gli Utah Jazz. Questo atteggiamento dei due ‘boss’ si è riversato inevitabilmente sulla squadra, nonostante in quintetto ci siano due inossidabili lavoratori come Ariza e Beverley; ma la difesa è solo un punto di partenza.

Houston non è una squadra solida, per usare un eufemismo, per scelte e letture offensive: spesso vive di isolamenti e buoni momenti dei suoi marcatori. Giocare insieme in un sistema con dei cardini è l’unica via per tornare ad essere davvero rispettati, facendo cambiare modo di vedere la pallacanestro a gente come Smith, Beasley e Howard. Missione se non impossibile, quasi. Soprattutto se l’aria nello spogliatoio resterà così acida.

Capitolo Howard. Il fisico non tornerà più quello esplosivo di Orlando, ma la schiena si è rivelata affidabile. Il talento è indiscutibile. Ma i black-out cominciano ad essere frequenti e inquietanti, quanto a rimbalzi, letture e comunicazione difensiva. Solo un bravo coach può far fare il salto decisivo al Superman incompiuto, ammesso che non sia troppo tardi a livello di età e di rapporti con i compagni.

Questi sono gli Houston Rockets. Talento, contratti pesanti, aspettative, faide e tante delusioni. Bickerstaff o chi per lui avrà un compito arduo, una fatica ercoliana. Ma se questo coach dovesse riuscirvi, potrebbe davvero guadagnarsi un posto nell’Albo d’Oro.

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