Non vuole darlo a vedere, ma è ovvio che battere il record di 72-10, fino all’anno scorso immaginabile solo per quei Chicago Bulls targati Micheal Jordan, stuzzica molto la fantasia di Steve Kerr.
Perché il geniale inventore del sistema dei Golden State Warriors è stato per Phil Jackson una pedina fondamentale nei 6 anni trascorsi a Chicago, grazie alla sua esperienza e affidabilità; lo zenit del nativo di Beirut nella Windy City è stata Gara 6 nelle Finals del ’97, quando allo United Center un suo ‘big shot’ su assist di Michael Jordan consegnò ai Bulls il quinto anello. I due, che negli anni passati avevano avuto qualche storia tesa, si erano accordati sull’azione nel timeout, da veri padroni del gioco.
Quel 72-10 sembrava quindi intoccabile, ma vincendo tutte e 4 le ultime gare restanti, Steph Curry e compagni si conquisterebbero un pezzo di storia; Kerr ha provato a gettare acqua sul fuoco ai microfoni di USA Today: “Non stiamo davvero spingendo per questo. Sì, ci siamo detti che ci piacerebbe, ma se stessimo spingendo non farei riposare Livingston e Bogut e farei giocare di più il quintetto base. Spingere non è la parola giusta, sarebbe un bel traguardo ma vogliamo comunque arrivare preparati ai Playoffs”.
Fin qui dichiarazioni di routine del coach che sta conducendo la sua seconda campagna, poi ha raccontato della sua chiacchierata Luc Longley, centro di quei Bulls: “Steve, tu non ci avrai pensato – ha detto Longley – ma come allenatore la tua dinastia è già cominciata, sarai ricordato. Come giocatore invece eri mediocre al massimo, se batti questo record non avrai altro per cui essere ricordato come giocatore”. Per tutta risposta, Kerr gli ha chiesto: “Luc, stai parlando di me o di te?”; Longley è stato laconico: “Di entrambi”.
Se questo è stato un episodio divertente, Kerr ha dovuto difendere più volte i suoi giocatori dalle critiche dei giganti del passato, che gli rimproverano di vincere in una Lega più facile e con un sistema di gioco non solido; a capo della crociata c’è Charles Barkley. Con toni più pacati si è espresso in settimana a Scottie Pippen, che non ha dubbi sull’esito di un’ideale finale tra i suoi Bulls e questa Golden State: “4-0 per noi sicuro, metterei Micheal su Thompson e io terrei Curry sotto i 20″.
Kerr ha risposto con il solito copione che impedisce di fare paragoni tra l’NBA di oggi e quella di 20 anni fa: “Il gioco è cambiato molto, sono cambiate alcune regole, quello che dice Pippen non mi preoccupa. Tiriamo 30 volte da tre, ma la concezione di difesa illegale è completamente diversa. Prima ci sarebbe stato difficile marcare il post, ora possiamo riempire il lato forte con una pseudo-zona”.
In due delle prossime 4 partite i Warriors affronteranno i San Antonio Spurs, ma Popovich come da tradizione ha già messo a riposo i suoi veterani, e pensando ad una probabile finale di Conference non avrà alcun interesse a scoprire le carte già adesso. Il traguardo quindi è a portata della franchigia della Baia, ma il traguardo che vogliono Draymond Green e gli altri non è esattamente questo. Quello porta il nome di Larry O’Brien. Evitare passi falsi nella Baia per scrivere la storia oppure tenere le energie per il rush finale che conta davvero, la vittoria nei playoffs?

