Nel fantastico mondo della NBA, siamo abituati a vedere giocatori dominanti, ricchi di talento, belli da vedere… Molto spesso però non è il loro talento smisurato a oscurare i compagni, bensì il contrario: non avere una squadra all’altezza che possa dare una grande possibilità di successo per alcuni giocatori. Questo è il caso di due superstar NBA: parliamo di Anthony Davis dei New Orleans Pelicans e Paul George degli Indiana Pacers, in due modi diversi sicuramente, ma entrambi sembrano essere destinati a lottare “solitari sull’isola”.
Anthony Davis: solitudine nell’eccentrica Louisiana
Anthony Davis uscito dall’università del Kentucky nella stagione 2011/12, diventa eleggibile nel draft del 2012: sorteggiato come prima scelta assoluta dai Pelicans comincia la sua avventura NBA. Continua a crescere stagione dopo stagione, infatti nella regular season successiva migliora tutte le sue statistiche anche grazie all’arrivo di giocatori come Tyreeke Evans e Jrue Holiday: questo getterà le basi per una stagione incredibile per Davis. ‘The Brow’ infatti nella stagione 2014/2015 trascina i Pelicans ai playoff: accesso che mancava dal 2011 anno dell’addio di Chris Paul da New Orleans. Da aggiungere le sue statistiche migliorano vertiginosamente ed entra nella grande lista dei candidati MVP della regular season solo alle spalle di James Harden dei Rockets e di Steph Curry dei Warriors. Dopo quella stagione però il meccanismo si inceppa: l’eliminazione dell’anno prima per mano dei Warriors al primo turno dei playoff distrugge New Orleans che purtroppo deve ricostruire: D’ora in avanti Anthony Davis è costretto a combattere da solo contro tutti. Questa storia si verifica consecutivamente da due anni e le cifre sono mostruose, aumentano sempre di più. Ciò nonostante non basta, diventa l’esempio della solitudine cestistica e della rabbia di voler vincere con una grande squadra al suo fianco. Davis farebbe comodo a qualsiasi squadra date le sue caratteristiche super versatili, adatte all’attuale pallacanestro e dopo le recenti dichiarazioni abbastanza importanti, lui ha solo un obiettivo: diventare’ primo ‘ma non più da solo.
Paul George: l’incubo della solitudine diventato realtà?
Paul George, attuale giocatore degli Indiana Pacers entra invece nella NBA diventando eleggibile durante il draft del 2010: scelto come decima scelta assoluta finisce nel roster degli Indiana Pacers. Dopo un’inizio non incoraggiante, comincia a crescere nelle stagioni successive grazie alle indicazioni tattiche del suo allenatore, coach Frank Vogel. L’esplosione? Nella stagione 2012/13. Aiutato anche da una squadra che giocava sopratutto per lui, PG cresce a dismisura e si impone come una star nascente della lega. Le sue statistiche migliorano di colpo, assume una grande leadership e sopratutto instaura un grande rapporto con David West, Luis Scola, Hibbert, e sopratutto George Hill, portando Indiana fino alle finali di Conference perse contro i Miami Heat soltanto a gara 7. Dopo quella stagione inizia un incubo che terminerà solo nella scorsa stagione: infatti non incide più nel gioco, un grave infortunio a tibia e perone durante la preparazione della stagione 2014/15 fa saltare praticamente 11 mesi di gioco per poi ritornare ma senza una squadra con cui competere. È costretto anche lui a combattere da solo e sfiora clamorosamente, al suo ritorno nella passata stagione, ad una qualificazione incredibile ai playoff, coronata da una convocazione e una meritatissima prestazione all’All star game solo dopo quella di Russell Westbrook di Oklahoma City. Ha cominciato anche lui quest’anno molto forte e vuole ritornare a quel sogno che si era spezzato contro gli Heat nel 2013, e avere una squadra degna al suo fianco; come lo è stato nel passato per un giocatore dei Pacers come Reggie Miller.
Questi due giocatori vogliono essere i primi della classe, hanno la fame di chi vuol vincere davvero molto simile al libro ‘La solitudine dei numeri primi’ di Paolo Giordano: destino brutto e difficile psicologicamente per entrambi i giocatori accomunati da un grande ostacolo: essere vincenti in qualsiasi modo.

