Small Ball, l’arte di innovare in tre passi
Si parla spesso di squadre che vincono tanto dopo aver proposto nuovi stili di gioco, idee o schemi innovativi, cultura sportiva all’avanguardia: talvolta si intavolano discussioni più o meno sensate: se è opportuno giocare con lo “stretch four”, se proporre schemi offensivi che prevedono il 5 fuori, se usare il 4 piccolo, andando a scandagliare ed analizzare fino a consunzione i tape di singole situazioni di gioco o ricercando le statistiche avanzate più improbabili pur di avvalorare le proprie tesi.
Senza tema di smentita, possiamo affermare che la tendenza degli ultimi anni nel basket è quella che prende il nome di “small ball”. Questa espressione, ormai impossibile da non conoscere del gergo NBA, è in realtà mutuata dal baseball. Prevede, in estrema sintesi, l’utilizzo di quintetti costituti da 4 piccoli, parametrabili dal punto di vista fisico ad esterni, e un lungo il cui compito è generalmente quello di portare i blocchi in giro per il campo tenendo quindi impegnato il lungo avversario portandolo fuori dall’area (fase offensiva), a vantaggio dei 4 piccoli, specialisti del tiro da 3, o alternativamente abili penetratori, per attaccare più facilmente il canestro o creare situazioni per prendere tiri ad alta percentuale. In difesa, la funzione di rim protector viene quindi affidata in modo quasi esclusivo all’unico lungo del quintetto.
Prima che diventasse tendenza ed allo stesso tempo punto di partenza per la costruzione di una squadra che nella NBA ambisce a competere per il titolo, il quintetto piccolo era una situazione speciale che veniva schierato in casi limite, nella maggior parte dei casi per rimontare un significativo svantaggio. Significava, per la squadra che lo schierava, accettare di pagare, per un tempo di utilizzo breve, a rimbalzo e dal punto di vista della fisicità, limitando al minimo il gioco in post, ma consentiva di mettere alle strette l’avversario in fase offensiva attraverso l’intensità e l’aumento sensibile dell’intero quintetto sotto le voci di movimento palla, rapidità, possibilità di creare dal palleggio tiri migliori e in generale la possibilità di estendere il campo costringendo la difesa a seguire i giocatori sul perimetro, anche lontano dalla palla.
LARRY BROWN

Larry Brown ed Allen Inverson prove di Small Ball
Questa particolare casistica fa riferimento al basket di inizio millennio, in particolare ai Sixers guidati dal tandem Iverson & Larry “The Right Way” Brown. Come spesso accade, le rivoluzioni, in ogni ambito, non sono altro che la somma di circostanze fortuite e periferiche. Infatti, durante l’All Star Game del 2001, l’Est, guidato in panchina proprio da Larry Brown, deve rimontare lo strapotere dell’Ovest. Vista anche l’inutilità di una partita come quella dell’All Star Game, Brown sperimenta in vista della stagione, schierando un quintetto che prevedeva Mutombo in mezzo circondato da 4 guardie tra cui proprio Iverson. In realtà l’esperimento di quel quintetto gli risolve il problema cronico di come inserire Iverson in un sistema basato su principi che gli calzavano a pennello: comprimari generosi disposti a tutto pur di aiutare “The Answer”, vanno a costituire una difesa attivissima disposta a sacrificarsi sin dalla rimessa a seguito di un canestro volta a generare recuperi per correre in contropiede ed un gioco basato su un elevatissimo numero di possessi per far prendere un numero spropositato di tiri ad Iverson, unica condizione per cui i Sixers dell’epoca avevano una possibilità di vincere.
Il risultato di quella stagione (2001), per i Sixers, fu incredibile dal punto di vista individuale:
– Larry Brown, Coach dell’anno;
– Allen Iverson, MVP della Regular Season;
– Dikembe Mutombo, Defensive Player of The Year;
– Aaron McKie, Sixth Man of The Year.
Leggendaria ed iconica per comprendere che tipo di gioco veniva proposto è Gara 1 delle Finals del 2001 contro i Lakers. Lasciando da parte la commovente prova di Iverson, che fece impazzire gli Angelini per 53 minuti, si può facilmente comprendere quali siano le caratteristiche dello “small ball” di inizio millennio, tenendo presente che la squadra di Brown fu la prima che utilizzò in maniera organica e sistematica questo modo di intendere la pallacanestro, evidenziano le potenzialità di questo sistema e le difficoltà che si vanno a determinare in fase difensiva per la squadra avversaria, incapace di contenere le incursioni dei piccoli in transizione o semi-transizione.
A rivedere quella partita ora, con un occhio ben abituato, sono evidenti quelle che sono le criticità di quella squadra:
– impossibilità di effettuare cambi sistematici in modo da poter difendere in maniera efficace su qualsiasi pick and roll;
– scarsa qualità nella selezione di tiro (troppi long 2 e pochi tiri da 3).
MIKE D’ANTONI
Ribadendo il principio secondo il quale le rivoluzioni tattiche non nascono da un pensiero, dal ragionamento e poi la messa in pratica dell’idea iniziale ma anche e soprattutto dalla casualità, è interessante ricordare l’episodio che spinge l’ex playmaker di Milano a riconoscere le potenzialità che lo “small ball” può offrire. Siamo a metà Dicembre e la squadra di Milano, in quel momento della stagione particolarmente in difficoltà, è sul punto di licenziare D’Antoni, il quale si inventa di spostare Pittis da 4, per poter giocare con i migliori giocatori a disposizione non curandosi dei ruoli tradizionali, vincendo 21 partite delle 22 rimanenti. Da quel momento in poi D’Antoni si convince che il quintetto piccolo è il sistema perfetto per poter inglobare i suoi principi di gioco. E’ su queste premesse che nasce il miracolo Phoenix di D’Antoni e Nash, con cui si eliminano completamente e forse quasi definitavamente i ruoli tradizionali.
In particolare, i Suns dell’epoca ebbero il merito, attraverso l’utilizzo del quintetto piccolo, di migliorare la fluidità di circolazione palla in transizione o semi-transizione per la ricerca del tiro da 3 molto rapido, ovviamente più remunerativo di un long 2, innescata da drag (pick and roll in transizione) e giochi a due non convenzionali, dalle visioni celestiali del canadese e da una elevata fisicità (non in altezza, ma in atletismo) dei lunghi, che tenevano impegnati i corrispettivi avversari. Varato il quintetto che prevedeva l’uso di Shawn Marion (abile tiratore da 3) nel ruolo di ala forte, D’Antoni fu in grado di scatenare al meglio lo strapotere fisico di Stoudemire, svuotando completamente l’area ed aprendo il campo in maniera sistematica e scientifica per prendere tiri ad alta percentuale generati dai pico’n roll molto alti e dalle capacità passatorie celestiali di Nash. In questo caso, lo “small ball” non era usato per migliorare il rendimento di un unico giocatore, come descritto in precedenza, ma per sfruttare al massimo le capacità dei singoli in determinate zone del campo, e costringendo gli avversari a schierare quintetti e scelte difensive estreme che li avrebbero poi limitati in attacco. I quattro anni di D’Antoni sulla panchina dei Suns sono uno spettacolo irripetibile, specie se si considera il modo di giocare dell’epoca.
Quella squadra non riuscì a vincere nulla, complici gli Spurs con Duncan al massimo della sua parabola e i Lakers, e soprattutto per “colpa” della fase difensiva che non era declinata allo stesso modo della fase offensiva (nonostante i numeri testimoniano che i Suns non erano la peggior difesa della Lega, ma perfettamente nella media), ma aprì una strada nuova, non tradizionale, proponendo dei principi che potevano, con la complicità degli interpreti ideali, risultare vincenti.
ERIK SPOELSTRA
Uno dei lasciti fondamentali dell’esperienza dello small ball di D’Antoni & Nash, specie nella sua fase conclusiva, è il ruolo fondamentale che assunse Boris Diaw, abilissimo con la palla in mano ed in particolare in funzione di secondo passatore, che viene spostato in ala forte e viene spinto a giocare al di fuori dell’area per offrire soluzioni per le linee di passaggio quando la Seven Seconds Or Less non riusciva a concretizzarsi, facilitando la fluidità della manovra in entrata dei giochi offensivi. Nonostante l’utilizzo del 4 fuori era già stato visto con i Mavericks dall’arrivo nell’NBA di Nowitzki, spostare Diaw oltre la linea dei 3 punti diventa una soluzione per molte franchigie per applicare lo small ball nella maniera più evoluta e compiuta possibile, che culmina con la dinasty dei Miami Heat nel quadriennio dei Big Three (2 titoli NBA). Per la prima volta una squadra che giocava lo small ball vinceva un titolo.
Il primo anno di questa dinastia, Spoelstra non riesce a trovare la quadratura del cerchio perché bloccato dal dover schierare necessariamente Bosh, Wade e James, dover dividere, soprattutto fra gli ultimi due, i possessi decisivi o nei momenti chiave della partita e ultimo, non per ordine di importanza, Spoelstra rimane ingabbiato dall’idea di rispettare i ruoli in senso tradizionali schierando centri come Ilgauskas (ormai a fine carriera) e Dampier.
Dopo l’implosione degli Heat in finale contro i Mavericks di un Nowitzki praticamente immarcabile contro il quale nessuna soluzione difensiva era efficace, Spoelstra inizia a sviluppare un sistema, per la prima volta non solo di natura offensiva, con il quale costringere la squadra avversaria ad inseguire le idee degli Heat. Nasce così il cosiddetto “Pace & Space”, ovvero sia un sistema di gioco che si basava sull’importanza dello spacing e il movimento palla per liberare l’estro dei giocatori dell’1-contro-1 (Wade e James su tutti). L’idea è di non pensare più la pallacanestro basandosi su giochi e ruoli convenzionali, ma “positionless”.
Ancora una volta il caso interviene. Il problema iniziale della “Pace & Space” è ancora una volta il centro, inadeguato per giocare in quella filosofia di gioco. Bosh si infortuna e Spoelstra sposta LeBron da 4 invitandolo ad oltrepassare la linea dei 3 punti per giocare sul perimetro invece che in post. A questo punto Miami si accorge che il quintetto piccolo è la soluzione per giocare il sistema in modo estremamente coerente ed efficace sui due lati del campo. In particolare, al ritorno di Bosh, inserito in pianta stabile in quintetto con il ruolo di centro, Miami si accorge che si può difendere il canestro in modo completamente differente. L’idea è di sfruttare al massimo l’atletismo, la fisicità e la velocità di piedi per difendere il canestro attraverso gli spostamenti laterali, potendo adoperare cambi sistematici poiché tutti potevano difendere contro chiunque e aiutando e recuperando in maniera praticamente perfetta.
In attacco, con il ritorno di Bosh, LeBron torna ad essere il playmaker, lasciando libero la casella numero 4, che verrà occupata da Battier, letale sul tiro da 3, ancora più decisivo grazie a spaziature perfette e alla divina capacità del numero 6 di Miami di effettuare il passaggio skip, il passaggio per ribaltare il lato con tempistiche a dir poco perfette. Bosh libero di aggirarsi sul perimetro per occupare il lungo avversario, l’abilità di James di creare mismatch con chiunque e la sua divina capacità passatoria (quasi sempre Battier) regalano a Miami 4 Finals e 2 titoli, ma soprattutto una efficenza offensiva spaventosa: il 70% calcolabile nei 4 anni dei Big Three.

