NBA Stars, Kobe Bryant : Il Mamba Nero

di Matteo Ceneri

 

È il 1978, la città di Philadelphia è sotto grande pressione: l’organizzazione radicale denominata “MOVE” e le forze dell’ordine sono al centro di scontri quasi quotidianamente, tanto da costringere il primo cittadino (con fare assai discutibile) ad intervenire per arginare la “minaccia”
Nel movimentato contesto cittadino vi è anche Joe Bryant detto “JellyBean” cestista militante nella National Basketball Association per conto dei locali Philadelphia 76ers.
Joe vive nell’omonima città sulla costa Est assieme alla moglie Pamela e le due bimbe: Sharya e Shaia.
Giocatore di modesta bravura ma dal grande carisma.
Ama trascorrere il proprio tempo libero assieme alla famiglia, e, a pochi mesi dalla venuta al mondo del terzo genito di Mr. Joe, decide di godersi assieme alla moglie Pamela un pranzo in una Steakhouse nei pressi di King Of Prussia, sobborgo rinominato di Philadelphia.
Ai Bryant rimase impressa la bontà della succulenta carne di tipo “Kobe” (originaria del Sol Levante), sbirciata sul menù poco prima del pasto, talmente tanto da scegliere quel nome per il futuro nascituro in famiglia.

Kobe’s Born

Kobe Bean Bryant all’anagrafe, nasce il 23 Agosto 1978 a Philadepelhia, Pennsylvania, da padre Joe Bryant e mamma Pamela Cox.
Nel 1980, con Kobe avente soli 2 anni, la famiglia Bryant muove verso la West Coast, destinazione San Diego: JellyBean ha siglato un contratto con i locali San Diego Clippers.
Kobe ha da poco compiuto 3 anni, nonostante la tenera età vedere il padre in televisione lo elettrizza: il piccolo Bryant è letteralmente ipnotizzato da ciò che vede, tanto da replicare con le piccole mani ogni singola movenza del padre.
In caso di sconfitta l’umore di Kobe ne risente inevitabilmente, il piccolo di casa Bryant dimostra abilità e primi lampi di talento nonostante la più che tenera età..inutile dire che è già stregato da tale Magic Johnson.
Ha i geni dell’atleta nel sangue, sia da parte del padre sia della madre, sorella del cestista Chubby Cox, da quest’ultima Kobe ne riprende i tratti somatici, difatto nonostante la pelle scura non possiede i tipici tratti somatici di origine afro-americana.
Conclusasi la parentesi NBA, Joe Bryant decide di trovare fortuna nel campionato di pallacanestro italiano.
Assieme a tutta la famiglia approda in Italia nel 1984, destinazione Rieti (Sebastiani Basket Rieti, A2) Kobe è già affamato.

Da grande giocherò in NBA

Joe Bryant, futuro (bis)MVP all’All Star Game Italiano, è costantemente accompagnato dal piccolo di casa agli allenamenti, oltre che nelle partite: ogni qualvolta si presenta l’occasione di poter tirare, Kobe non si tira indietro, tant’è che i compagni di JellyBean devono amichevolmente toglierlo dal campo per ricominciare.

Un piccolo Kobe mentre assiste agli allenamenti del padre Joe

Un piccolo Kobe mentre assiste agli allenamenti del padre Joe

Qualche mese più tardi viene iscritto nel torneo di minibasket locale, Kobe ha circa 2 anni in meno rispetto ai piccoli rivali, quindi il problema dov’è?
atleticamente di prelibata fattura nonostante i soli 8 anni, Bryant Jr. non da minimamente fiato ai piccoli rivali, tanto da costringere il coach Di Fazi a rimuoverlo dal campo causa lamenti di altri genitori.
Piangendo va a sedersi in panchina, verrà poi premiato come migliore del torneo.

Kobe durante una delle sue lunghe sessioni di tiro fuori casa

Kobe durante una delle sue lunghe sessioni di tiro fuori casa

Non di rado gli spettatori nei palazzetti in cui il padre gioca lo esaltano con grandi applausi, a causa delle sue notevoli doti di tiro nella pausa tra un tempo e l’altro.

“Non fa altro che tirare, sfidare gli altri negli 1 vs 1 e confrontarsi per verificare costantemente i suoi progressi e la sua bravura”.
Phil Melillo, Ex Sebastiani Rieti Basket

Papà Joe muoverà in parecchie franchigie italiane, passando da Reggio Calabria, Pistoia ed infine Reggiana.

1990, Kobe e ed i suoi compagni

1990, Kobe e ed i suoi compagni

In tutto ciò l’ormai adolescente Kobe ha incrementato le proprie abilità con la palla a spicchi, specie i fondamentali, oltre ad aver acquisito una più che ottima padronanza di madrelingua di dantesca origine ed un debole per la pasta all’uovo.

Back To USA 91′

Dopo aver concluso una più che prolifica parte di carriera nel bel paese, papà Joe decide che è tempo di fare i bagagli e tornare negli Stati Uniti, stavolta non più in campo poichè ritiratosi.
Poco male, un nuovo Bryant sta per emergere dal basso.
Si iscrive alla Lower Merion High School, scuola media statale situata ad Ardmore, nei pressi dell’agglomerato urbano di Philly.
L’anno da freshman lo vede premiato come rookie dell’anno, nonostante un record non propriamente invidiabile.
Nel corso della annate seguenti lo stile di gioco di Bryant migliora progressivamente: le incredibili doti fisico/atletiche vengono accompagnate da una meccanica di tiro sempre più pulita ed efficiente, così come da grande visione di gioco e scaltrezza.
Il ragazzo, nonostante i 198 centimetri ed una stazza fisica non certamente poderosa, è in grado di ricoprire con facilità tutti e cinque i ruoli in campo.
Nell’anno da Junior tira fuori lampi che lasciano presagire un futuro da superstar: il figlio d’arte totalizza ben 31 punti e 10.4 rimbalzi di media ad allacciata di scarpe.

Kobe Bryant alla Lower Merion High

Kobe Bryant alla Lower Merion High

L’anno seguente conduce il liceo, non propriamente tra le top degli Usa, al titolo statale, diventa ovviamente giocatore dell’anno.
Le statistiche parlano chiaro: l’approdo di Kobe alla Merion High è al pari di un’uragano, 77 – 13 il record in 4 anni, battendo anche il record di punti totalizzati nel South Pennsylvania tenuto da Wilt.
Convintosi pronto, grazie anche al passaggio tra i pro dell’ex-Farragout Kevin Garnett nel 1995, Kobe Bryant si dichiara eleggibile al Draft NBA 1996.
Inutile dire che tra gli atenei NCAA pronti ad accoglierlo vi era l’imbarazzo della scelta, al punto tale (in base a voci piuttosto persistenti) da riservare a papà Joe importanti impieghi nel caso l’ultimo dei suoi figli si fosse iscritto.

I’m Kobe Bryant, and i’ve decide to bring my talent in NBA

A soli 17 anni, e sesto di sempre nella scelta di saltare il college basketball, Kobe viene selezionato come 13esima scelta dagli Charlotte Hornets.
L’allora GM dei Los Angeles Lakers Jerry West l’aveva vista lunga: in un provino pre-draft il 17 enne di Philadelphia viene schierato in un 1 vs 1 con Michael Cooper, ex-Lakers ma ancora grintoso.

Draft 1996

Draft 1996

Kobe annichilisce il veterano, West si assicura che non giocherà mai per gli Hornets, lo scambierà per Vlade Divac. (del resto il pensiero di Bryant era il medesimo)

Once a Laker, forever a Laker

L’anno da rookie, per l’allora più giovane giocatore in NBA (18 anni, 72 giorni, si alterna tra il sostituire dalla panchina Eddie Jones, guardia titolare.
I Lakers escono al primo turno dei Playoffs mentre Kobe ne mette a referto 7.6 di media.
Il secondo anno sigla 15.4 punti di media a partita, viene premiato come miglior schiacciatore nello Slam Dunk Contest (oltre che il più giovane), nel ’99 partecipa all’All-Star Game, nuovamente il più giovane di sempre.
Nel corso dei primi tre anni tra i pro, Kobe ha acquisito minutaggio sempre crescente, oltre che incrementare a vista d’occhio le sue abilità.
Particolarmente magro nonostante i 198 centimetri, Bryant inizia a deliziare le platee grazie a giocate dall’altissimo coefficiente di spettacolarità oltre che grande grinta per la giovanissima età.

Un giovane affronta MJ

Un giovane Kobe affronta MJ

Durante questa fase di “assestamento” prima di divenire superstar di incredibile impatto, Kobe ha modo di vedere all’opera Michael Jeffrey Jordan, inutile dire che l’indole estremamente competitiva del giovane Laker lo spinge progressivamente a plasmare il proprio stile di gioco sul modello del 23 in rosso.
Kobe si afferma come una delle guardie più prestanti e promettenti del panorama NBA, giocando da titolare inamovibile per tutte le 50 gare in quel 1999 accorciato dal lockout.

Zen and three-peat

Il 2000 segna l’approdo di Coach Phil Jackson alla guida della franchigia californiana, titolato come pochi e reduce dal un doppio three-peat di Jordaniana fattura.
L’utilizzo del triangolo offensivo, già visto precedentemente nella Windy City, unito all’innesto del devastante centro Shaquille O’Neal porta i Lakers nuovamente al top.
Bryant, divenuto ormai un’All-Star, forma assieme all’ex centrone Magic uno degli assi guardia-lungo più devastanti della lega.
Il figlio di JellyBean è una gioia per gli occhi: l’incremento di massa muscolare consente a Kobe di affrontare qualunque pariruolo e non solo, divenuto ormai giocatore chiave per qualità offensive e difensive che lo rendono estremamente pericoloso ed imprevedibile.

Bryant in schiacciata

Bryant in schiacciata

L’approccio cerebrale al gioco del n.8 Lakers è del tipo più raro e fine: combattente nato, dedito al sacrificio in modo impeccabile ed alla costante ricerca di miglioramento, oltre che della vittoria.
Il duo parte fortissimo, collezionando ben 67 vittorie nella regular season 99′-2000.
Con Shaq MVP in stagione regolare, i lacustri sono lanciatissimi ai Playoffs: Kobe è affamato, sigla 25 punti 11 rimbalzi, 7 assistenze e 4 stoppate in gara 7 contro Portland,in finale di Conference.
A soli 21 anni dimostra preparazione e costanza degni di nota, con Coach Zen al timone l’intera squadra alza il livello d’intensità.
La finale li vede impegnati con gli Indiana Pacers di Reggie Miller: dopo 6 gare (4-2 finale) totali i Lakers tornano campioni dopo 12 lunghi anni.
L’annata seguente rappresenta con ogni probabilità il periodo più brillante del micidiale duo Kobe-Shaq.
Bryant produce numeri sempre più stupefacenti, come i 28.5 di media, nonostante le sconfitte in regular season risultino essere 10 in più rispetto l’anno passato, la scalata ai Playoffs rasenta l’apoteosi della pallacanestro giocata o quasi: dal primo turno alla conquista del secondo titolo di fila, i Lakers perdono una sola partita.
Dopo aver annichilito nuovamente Blazers, poi Kings e gli Speroni di Popovich, l’unico che li fermerà in quel di Gara 1 porta il nome di Allen Iverson: le due guardie danno il via ad uno spettacolo al dir poco strabiliante, tra Kobe che non molla un colpo ed il piccolo grande Iverson non è da meno.
I 29.4 punti, 6.1 assists e 7.3 rimbalzi di media ai Playoffs testimoniano l’apporto di pregevolissima fattura del prodotto di Lower Merion High.
Back to Back raggiunto, MVP delle finali ancora una volta Shaq, quest’ultimo dichiarerà che “Kobe è il migliore della lega“.

La stagione 2001-2002 porta definitivamente alla ribalta la franchigia californiana, difatto Kobe non si accontenta dei 2 titoli già conquistati, numeri da capogiro come il quasi 47% dal campo, no, vuole il terzo O’Bryen Trophy.
MVP dell’ASG e squalificato per una gara nel mese di Marzo causa pugno rifilato a Miller contro i Pacers, la tensione sale.
Secondi per il titolo di Conference, i Lakers abbattono Spurs, Blazers e Kings, questi ultimi impassibilissimi causa vari Christie, Bibby, Stojakovic e Divac.
La serie si protrae fino a gara 7, Kobe dimostra killer istinct guadagnandosi la fama di “clutch player”, i numeri subiscono un ulteriore crescita: tira col 51% dal campo e ne piazza poco meno di 27 di media.
A 23 anni compiuti, Kobe Bryant ne ha già 3 al dito, non male per il ragazzino cresciuto tra Rieti e Reggio.

Lo step seguente farà di Kobe, a tutti gli effetti, una delle più letali guardie in circolazione, nonchè tra i più terribili da contenere sul campo.
Il giovincello tocca soglia 40 punti in 9 gare affilate (Febbraio, 40.6 di media), chiude la regular season con 30 punti a partita conditi da 6.9 rimbalzi e 5.9 assistenze di media.
La magia non si ripete in quest’occasione: l’armata di Popovich affonda i lacustri nel giro di 6 gare in finale di conference.

Non ho fatto ciò di cui mi accusano, era consenziente

Il rapporto tra Kobe e Shaq va progressivamente a sfaldarsi, gli animi si infuocano e la pazienza inizia a scarseggiare..nonostante ciò l’arrivo dei pluri-veterani Malone e Payton proiettano nuovamente i lacustri in finale, o almeno teoricamente.
Bryant vive il periodo della vita probabilmente più buio di sempre: viene incolpato di adulterio ai danni di una 19enne, ammette il gesto ma ripete che la ragazza fu d’accordo, quindi non abusata.
Parecchi sponsor recidono il contratto di sponsorizzazione con il gialloviola, la notizia fa il giro del mondo ed il danno all’immagine è considerevole.
Motivo per arrendersi o gettare la spugna? No, non se porti il nome di Kobe Bryant.
Il via vai dai tribunali, fino alla caduta delle accuse nel Settembre 2004 (per delucidazioni chiedere a Vanessa Bryant quanto il coniuge sa farsi perdonare) non mina il rendimento del pupillo di Jerry West.
Con l’eliminazione in post-season, Coach Jackson decide di levare le tende mentre la direzione opta per mandare O’Neil a Miami, la situazione tra i due era al limite.

Solo sull’isola, o quasi

Con la cessione di Shaq, Bryant diventa leader inamovibile, della franchigia firmando ulteriori 7 anni di rinnovo nonostante le voci su un possibile approdo altrove siano piuttosto accreditate.
Secondo nella lista degli scorer più prolifici con 27 punti di media, insufficienti ad evitare il tracollo della squadra e l’impossibilità di arrivare ai playoffs dopo 10 anni.
Nel 2005/2006 il Mamba Nero scalda drasticamente la mano: se da una parte i risultati importanti stentano nuovamente ad arrivare, dall’altro lato il 24 (cambiato il numero) concretizza prodezze come gli 81 punti contro i Toronto Raptors (22 Gennaio 2006, Staples Center) oltre che i 62 nel mese precedente riversati contro Nowitzki e compagni.
L’approccio del 24 è mentale oltre che puramente tecnico e fisico, Kobe non si limita a segnare da qualunque posizione possibile ed immaginabile, che sia un jumper dalla media, un fadeaway dai 5 metri marcato ad ombra o la tripla decisiva in equilibrio più che precario: si ha a che fare con un soggetto completamente assuefatto e preso dal gioco, la lettura del gioco rasenta l’eccellenza così come la capacità unica di ignorare completamente la pressione avversaria nei momenti dannatamente decisivi per le sorti del match.
Federico Buffa colloca il “marcare Kobe Bryant” tra i mestieri più ardui da capire, come dargli torto d’altronde.
Sulle basi del modello di gioco Jordaniano, da cui il 24 ha preso quasi ogni singola, minuscola movenza, egli aggiunge furia agonistica e competitività da predatore puro.

Kobe solleva MJ

Kobe solleva MJ

Fa dell’eleganza uno dei suoi punti di forza maggiore, oltre che essere straordinariamente esplosivo, Bryant è armonia in movimento: non saprai mai cosa farà o dove andrà a piazzarsi, al pari dell’altro predatore, quello della Bahìa Blanca (forse poco più, forse).
Volontà tenacia e grinta lo rendono il primo a prendere parte agli allenamenti e l’ultimo ad andarsene, con pazienza pari allo zero per compagni poco inclini al sacrificio.

35.4 punti media, in quella pazzesca stagione sotto il punto di vista personale, lo rendono il miglior marcatore della lega, finisce al 4o posto per il premio MVP.
a 27 anni anni scollina oltre i 20.000 punti, l’arrivo di Pau Gasol nel 2008 permetterà a Kobe di far tornare i Lakers in cima al mondo, ancora una volta.
MVP nel 2008, mostruose serie nei playoffs, tra cui quella dai 33 di media con gli Spurs in finale di conference, lo catapultano in finale con Boston: in 6 gare l’esercito di Garnett e Pierce lo rispedisce in California.
La rinascita si concretizza l’anno seguente dopo aver sconfitto Houston, Denver, Utah e Magic in finale, quarto titolo e MVP delle finali con 32 punti e 7 assistenze di media contro il giovane Howard e compagni.
La doppietta arriva nel modo più soddisfacente possibile, dopo aver battuto gli agguerritissimi Celtics in 7 gare, nuovamente MVP delle finali nonchè “anello più soddisfacente tra tutti e 5”.
L’aiuto di Gasol ed Artest sono fondamentali per la conquista del Back To Back.
Le prodezze di Bryant nella serie finale contro Boston sono già parte di storia, trascinare sulle proprie spalle l’intera squadra segnando, in un quarto, l’equivalente di tutti i membri del quintetto avversario è impresa da pochi.

Sono 5, baby

Sono 5, baby

Cercando il sesto anello

Già dati finalisti contro quel LeBron neo-Heat, Kobe e soci vengono annullati dai futuri campioni, i Dallas Mavericks.
Nel frattempo il 24 supera Jerry West come marcatore di tutti i tempi nella storia Lakers.

Kobe e Wade

Kobe e Wade

Conduce assieme a Wade e LeBron il “Redeem Team” USA alla medaglia d’oro nel 2008 e successivamente come veterano a Londra 2012.
Dopo la conquista dell’MVP alla gara delle Star nel 2011, entra nella top 5 marcatori di sempre superando Shaq.
Nel 2012 Durant lo ferma nella rincorsa al sesto anello in semifinale di conference: ancora nulla da fare.
Nemmeno l’arrivo di Steve Nash e Dwight Howard, Bryant viene messo ko dopo un grave strappo al tendine di achille..il guerriero va comunque in lunetta per gettar dentro i liberi supplementari guadagnati, prima il dovere, poi il dolore.
Nello stesso anno il 24 da il via ad uno dei piu entusiasmanti finali di partita di sempre, Toronto è in vantaggio a poco dal termine e pare ci sia ben poco da fare, questo almeno quando tra le tue fila non rientra il mamba nero.
A 35 anni suonati, con cattiveria agonistica e letalità degna del miglior predatore della savana, uccide le speranze dei Raptors dapprima sparando a bersaglio tre triple dal coefficente di difficoltà al limite dell’impossibile, infine vincendo la gara in overtime grazie ad una schiacciata in traffico a pochi secondi dal termine.
I medici diagnosticano tempi di recupero in grado di far preoccupare persino il più giovane della lega, figuriamoci un pluri-trentenne.
Niente da fare, comunica sul suo profilo Twitter (tra l’altro sui social è più attivo di un odierno 17 enne) che tornerà più forte di prima.

L'infortunio al tendine d'Achille

L’infortunio al tendine d’Achille

Tra palestra, allenamenti e riabilitazione il 24 si rimette in forma, lo stesso non vale la franchigia di cui è parte da più di 15 anni: forse a causa di scelte sbagliate in ambito d’amministrazione, i Lakers si ritrovano in declino tecnico/qualitativo..la cessione del sempreverde Pau Gasol duole a Bryant stesso.
Assieme ai nuovi innesti, Kobe è pronto a dire nuovamente la sua sul campo, nel Dicembre 2014 superà niente meno che Michael Jordan nella classifica dei marcatori di sempre , piazzandosi alle spalle dei soli Jabbar e Malone al terzo posto.
Scettici e critici lo incolpano per scelte di tiro piuttosto discutibili: forse ne prende troppi, sbagliandoli e limitando la circolazione palla..lo ami o lo odi, niente vie di mezzo.

“Ecco cosa succede quando passo troppo la palla”
Ci scherza su come solo lui sa fare, la sua annata si arresta a sole 35 partite giocate, lesione alla cuffia dei rotatori della spalla..ci rivediamo nel 2015, non mi ritiro.
1500 partite giocate tra playoffs e regular season, declino fisico inesorabile anche per quello che è il killer più letale dalla NBA moderna, Kobe tenterà nuovamente la corsa al sesto anello, stiamone certi.

Per NBA Passion,
Teto Ceneri

You may also like

Lascia un commento