Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiCurry meglio di Paul, ai Warriors il derby californiano

Curry meglio di Paul, ai Warriors il derby californiano

di Luigi Ercolani

L’atmosfera di ieri sera era carica, inutile negarlo. Si affrontavano due compagini tra le più forti della Western Conference, e quindi, per estensione, di tutta la NBA. È finita 112 – 108 per gli uomini di Oakland, ci si è dati battaglia fino alla fine, e Stephen Curry stesso alla fine ha ammesso che quest’anno Golden State non sorprenderà tutti come la stagione passata, e che giocare questo tipo di gare di fatto diventa un bene per la squadra.
Entrando più nel dettaglio, proviamo a vedere cosa ha funzionato per entrambe, e cosa invece è rivedibile.

Casa Warriors…
Si potrebbe dire: “Cosa vuoi che ci sia da rivedere, nella squadra campione in carica la cui stella conclamata rifila trentelli in serie a chiunque si trovi davanti?”. Beh, sì e no. Nel senso che il match della Oracle Arena ha messo in evidenza quello che è, almeno finora, il limite di Golden State: la produzione dalla panchina. Gli uomini dal cubo (dei cambi) sono tutti di qualità, tutti esperti, eppure la loro produzione in termini di punti, dati alla mano, nelle prime cinque partite è stata lontana anni luce da quella dello starting five. E in una Lega in cui gli infortuni non risparmiano nessuno, alla lunga potrebbe diventare un problema. “Sì, va beh”si dirà ancora “è andata così solo perché c’erano gli altri, se si rompe qualcuno le riserve sono bell’e pronte”. Ne siamo davvero sicuri? Perché iniziare subito e uscire dalla panchina richiede, soprattutto nel basket d’oltreoceano, due tipi di mentalità molto diversi, persino antitetici a volte, e coach Ettore Messina nel suo libro Basket, uomini e altri pianeti descrive mirabilmente le differenze tra le due condizioni.
Ma questo è, obiettivamente, cercare il pelo nell’uovo, perché la realtà oggi dice che Golden State ha il miglior realizzatore della NBA, il primo attacco per punti (104.4), efficienza offensiva (114.2), percentuale effettiva dal campo (54.3) e, dato giammai trascurabile, assist (19.9). Segno di una squadra che si trova a occhi chiusi, che ha piacere a passarsi la palla senza disdegnare alti score personali. Come appunto è successo nella partita contro i Clippers, dove oltre a Curry sono andati in doppia cifra Barnes (17), Thompson (16), Ezeli (12) e Green (10). Che il back-to-back sia già scritto lo vedremo con il passare del tempo.

Blake Griffin e Chris Paul contro Steph Curry e Klay Thompson in una gara dell'anno passato

Blake Griffin e Chris Paul contro Steph Curry e Davide Lee in una gara dell’anno passato

…e casa Clippers
Il piatto piange? No, non necessariamente, perché la Los Angeles che una volta piangeva ma ora ride può dirsi soddisfatta di una gara gagliarda e giocata sino alla fine. Lo produzione di tutto l’organico nel complesso appare un upgrade rispetto agli avversari di stanotte, ma viceversa sembra che a talenti come Paul, Griffin e Redick (sottovalutato eppure scorer di prima scelta) manchi sempre qualcosa a livello di cattiveria agonistica per raggiungere i traguardi sperati e aggiungere uno stendardo biancorossoblù allo Staples Center, stipato viceversa di tituli in gialloviola.
Chissà, magari l’arrivo di PSquare è stata una benedizione, lui che tra l’altro è anche un figlio di Inglewood e ha sempre visto i Lakers come fumo negli occhi, quando ci ha giocato contro. L’addizione più importante  per “il basket che si gioca da aprile in poi” è di sicuro Pierce, ma anche Jamal Crwford ha ancora diverse cartucce da sparare. Il problema dei Clippers al momento è che vivono di fiammate, che costruiscono ma poi non portano a termine, e prova ne siano i due vantaggi ottenuti nel quarto periodi di stanotte, che non ampliati ulteriormente hanno dato opportunità ai Warriors di ricucire e superare. Magari anche la girandola di cambi di coach Rivers non ha aiutato, ma insomma, se sei un professionista esperto (entrati Redick, Griffin e Jordan) non dovresti farti fermare da questo, specie nella frazione decisiva.
Insomma, i losangelini devono lavorare più sulla testa che sulle mani. Quando avranno trovato l’interruttore della luce dei “clutch moments” saranno una squadra da anello. Per il momento, sono “solo” una squadra fortissima.

Per NBA Passion

Luigi “Condor” Ercolani

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