Per essere un head coach sull’orlo del licenziamento, Mike Budenholzer se l’è cavata piuttosto bene.
Il percorso dei suoi Milwaukee Bucks ai playoffs NBA 2021 fino al secondo titolo della loro storia a 50 esatti dal primo, è stato tutt’altro che netto. E si, “coach Bud” sulla graticola c’era davvero e qualsiasi risultato diverso dal Larry O’Brien Trophy gli sarebbe probabilmente costato la panchina.
I Bucks hanno dovuto rimontare in 3 delle 4 serie giocate. Dopo la passeggiata sul quel che restava dei Miami Heat (4-0), sono arrivate le vittorie in doppia rimonta (0-2 e quindi 2-3) contro i Brooklyn Nets, e quella contro gli Atlanta Hawks in cui Milwaukee ha ceduto gara 1, e che i Bucks hanno dovuto vincere senza Giannis Antetokounmpo per gara 5 e gara 6.
Poi la rimonta finale, dallo 0-2 accumulato a Phoenix in due partite – viste col senno di poi – vincibili, al 4-2 e la “liberazione”.
In quasi due mesi di post-season Mike Budenholzer non ha certo allenato come uno il cui unico scopo fosse cavarsela, in qualche modo. Che se anche fosse finita male, qualcuno avrebbe sempre potuto incolpare i tiri da tre punti di Giannis, il fatto che Khris Middleton non sia una vera star (le star degli altri sono raramente in campo di questi tempi, a proposito), e che i Bucks fossero in fondo “una squadra da regular season”. Qualsiasi cosa significhi.
I Milwaukee Bucks hanno vinto il titolo in difesa, e per la prima volta in carriera abbiamo visto Giannis Antetokounmpo dominare nella sua metà campo in modo totale. Giannis ha chiuso le NBA Finals con 1.8 stoppate di media, ne ha piazzate 5 in gara 6 facendo girare presto al largo dei Suns già di loro timidi a centro area, per semplice tendenza offensiva. Che qualcosa fosse cambiato nelle intenzioni dei Bucks lo si era intuito già al primo turno di playoffs, quando ad Antetokounmpo era stato assegnato il compito di limitare Jimmy Butler.
Missione compiuta, a giudicare dalle cifre di Jimmy.
Al secondo turno, per quanto incredibile possa sembrare, PJ Tucker è riuscito a “restare davanti” a Kevin Durant e persino a limitarlo, in selezionate occasioni, e Mike Budenholzer è riuscito a resistere anche in svantaggio per 0-2 e per 2-3 alla pressione di schierare Antetokounmpo su KD. Ancora una volta, i fatti hanno parlato chiaro.
In stagione regolare i Phoenix Suns hanno tentato a partita in media oltre 10 tiri da tre punti dagli angoli.
In finale sono diventati 5.3, addirittura 2.6 nelle ultime 4 partite, tutte vinte dai Bucks. Milwaukee ha saputo portare la serie sul proprio terreno tattico dopo gara 2, in cui i Suns avevano banchettato sugli aiuti troppo estesi su Paul e Booker. Come? Affidandosi alla difesa uno contro uno di Middleton, Pat Connaughton, persino di Bobby Portis, e togliendo ai Suns il respiro, di fatto.
Gara 5 e gara 6 sono state un capolavoro difensivo. In gara 5 Devin Booker ha chiuso con 40 punti segnati per lo più con tiri di difficoltà a coefficiente olimpico, visto il periodo. Proprio quello che la difesa dei Bucks aveva cercato di ottenere, la palla rubata di Jrue Holiday è stata la conseguenza di un pattern ripetutosi più volte in partita e che l’ex Pelicans ha saputo leggere alla perfezione, dotato di grandi istinti (e tecnica) difensivi com’è.
In gara 6 Booker ha perso 6 palloni, nel secondo tempo Budenholzer ha deciso di accettare qualche canestro in più di Chris Paul, purché i tiratori dei Suns non si accendessero, e ha spedito l’agente speciale Holiday su Devin. 2 su 7 al tiro per “Book”, uno dei due canestri è arrivato su un contropiede uno vs zero, per due volte la star dei Suns è stata “scippata” del pallone da Holiday e Tucker.
Su tutto questo ha vegliato Giannis Antetokounmpo, la cui capacità di aiutare senza commettere fallo ha ricordato quella di Tim Duncan (2.9 falli a partita in 38 minuti di media ai playoffs, 3 alle Finals). Giannis ha accettato per tutte e 6 le partite di finale i cambi difensivi su Paul e Booker, e contro di lui i Suns hanno cavato il 45.8% al tiro, 4 punti percentuali sotto la media di squadra nella serie (solo Ayton ha fatto meglio di lui).
Chi segue la NBA anche solo via social e highlights avrà famigliarità col termine inglese “juggernaut“, traducibile con “forza, furia inarrestabile” e associato nel gergo NBA a squadre dal potenziale offensivo illimitato. I Golden State Warriors di Curry, Durant, Thompson e Green erano un “juggertaut”, i Nets 2020\21 lo sarebbero stato, i Clippers non lo sono mai diventati.
I Milwaukee Bucks sono stati la loro versione di un “juggernaut” solo nella loro metà campo, ovvero nella parte del gioco in cui questa squadra è stata costruita per eccellere.
Ma di sicuro l’allenatore non c’entra nulla. E’ tutto culo.
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