Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiI Knicks volano nel segno di un Julius Randle fenomenale

I Knicks volano nel segno di un Julius Randle fenomenale

di Dennis Izzo
tom thibodeau

“Non giudicare ogni giorno dal raccolto che hai ottenuto, ma dai semi che hai piantato.”: nella massima del poeta scozzese Robert Louis Stevenson è racchiusa al meglio la parabola dei New York Knicks degli ultimi anni. Le soddisfazioni sportive per i supporters della franchigia della Grande Mela sono state ben poche nel nuovo millennio, con appena 6 qualificazioni ai playoff (una sola volta oltre il primo turno) e ben 15 stagioni senza partecipare alla post-season, di cui sette consecutive. New York prova più volte a invertire la tendenza, soprattutto nel 2011, con l’ingaggio di Carmelo Anthony via trade, ma il numero 7, al fianco di giocatori del calibro di J.R. Smith, Tyson Chandler, Amar’e Stoudemire, Jeremy Lin e Iman Shumpert, non è bastato ai Knicks per tornare a gioire. Melo ha regalato tante gioie ai propri tifosi a suon di giocate da incorniciare, ma la squadra non è mai riuscita ad andare oltre le semifinali di Conference (2012/2013).

Dopo l’addio di Carmelo Anthony prima e Kristaps Porzingis poi, New York è piombata nell’oblio totale, sprofondando nei bassifondi della Eastern Conference (ultimo posto a nel 2018/2019, con appena 17 vittorie e ben 65 sconfitte, e quartultimo lo scorso anno, con un record di 21-45). La grande speranza dei tifosi della franchigia newyorkese era rappresentata dall’offseason 2019, in cui c’erano due strade possibili per rilanciare seriamente le ambizioni della squadra: pescare il promettentissimo rookie di Duke Zion Williamson con la prima scelta assoluta al Draft o convincere due free agent di altissimo livello, vista l’enorme disponibilità salariale della franchigia. I grandi obiettivi, in questo senso, rispondevano ai nomi di Kevin Durant e Kyrie Irving.

Non solo i Knicks dovettero accontentarsi della terza scelta, con cui selezionarono un altro prodotto di Duke, R.J. Barrett, ma incassarono anche un (doppio) colpo ancor più duro, ossia le firme di Durant e Irving con gli acerrimi rivali cittadini dei Brooklyn Nets. Rialzarsi dopo i numerosi smacchi subiti non è stato affatto semplice, ma New York ha saputo pazientare e superare ogni ostacolo. La svolta è arrivata prima dell’inizio della stagione attualmente in corso, con l’arrivo dell’esperto head coach Tom Thibodeau per inaugurare un nuovo ciclo. 

Julius Randle, il fulcro dei Knicks

L’ex allenatore di Chicago Bulls e Minnesota Timberwolves ha portato una mentalità diversa, fondata principalmente sulla sua ossessione per la fase difensiva, tant’è che i Knicks hanno attualmente la miglior difesa della lega, con 104.7 punti concessi a partita, e la ferma convinzione di dover sempre cercare di portare a casa la vittoria (quarto posto con 34 successi, mai così tanti dal 2013/2014). Insomma, esistesse un premio per la squadra più migliorata, andrebbe senza alcun dubbio assegnato ai New York Knicks di Thibodeau: un collettivo ben assortito, che gioca un basket divertente e pratico e che si affida soprattutto a un Julius Randle in grande spolvero.

È proprio il classe 1994, infatti, l’emblema della riscossa dei Knicks. Julius Randle sta vivendo la miglior annata della sua carriera, giocando una pallacanestro a dir poco eccezionale e innalzandosi a un livello che non aveva raggiunto nemmeno nelle sue annate migliori tra New Orleans e New York. Dopo aver mosso i primi passi in NBA nei Los Angeles Lakers (settima scelta al Draft 2014), giocando due stagioni con Kobe Bryant e migliorando gradualmente anno dopo anno, il lungo nativo di Dallas ha vissuto un’annata tra le file dei Pelicans, mettendo a referto 21.4 punti, 8.7 rimbalzi e 3.1 assist col 52% dal campo e il 34% da tre al fianco di Anthony Davis e DeMarcus Cousins. Numeri importanti e degni di nota, ma non sufficienti a non far storcere il naso a molti quando Randle, divenuto unrestricted free agent al termine della stagione trascorsa in Louisiana, firmò un triennale da poco più di 62 milioni di dollari coi New York Knicks nell’estate 2019, la stessa in cui la franchigia newyorkese mancò l’appuntamento con Zion Williamson al Draft e con i numerosi fuoriclasse senza contratto, su tutti Kevin Durant e Kyrie Irving.

L’ironia delle tifoserie avversarie e la rabbia e la frustrazione dei propri supporters non si arrestò nemmeno dopo l’inizio della stagione, complici anche e soprattutto i risultati deludenti di una squadra che a detta di molti era stata costruita senza alcun criterio, ingaggiando giocatori tutt’altro che utili alla causa al solo scopo di dare l’impressione di aver fatto qualcosa di notevole per migliorare il roster e ovviare ai mancati arrivi di quelli che rimasero soltanto sogni estivi, tra draft e free agency. Su tutti, uno dei più  criticati fu proprio Julius Randle, il più pagato della squadra con il suo contratto da 18 milioni annui, giudicati eccessivi per un giocatore che non aveva dimostrato di poter fare la differenza ad alti livelli e di avere quella continuità di rendimento necessaria per imporsi una volta per tutte in NBA

26 anni compiuti lo scorso 29 novembre, Julius Randle ha polverizzato tutte le critiche dei detrattori nel corso di questa regular season, diventando il fulcro di una squadra capace non soltanto di mettersi alle spalle le scorse stagioni avare di risultati positivi, ma addirittura di risalire la china a tal punto da insidiare le big dell’Est e della lega in generale. I Knicks, infatti, sono senza nessun dubbio la rivelazione della stagione e incarnano come poche altre squadre i concetti di solidità, gioco di squadra e concretezza. Insomma, chi si aspettava un’altra annata nell’anonimato per New York è rimasto ampiamente deluso. Un discorso analogo vale anche e soprattutto per Randle, che ha finalmente trovato la sua dimensione ideale e agli ordini di Thibodeau si è imposto come uno dei migliori della lega nel suo ruolo, tanto da guadagnare la sua prima convocazione all’All-Star Game in carriera e recitare sin da subito un ruolo di primo piano in ottica Most Improved Player, mettendo in guardia la sempre meno nutrita concorrenza.

A tutto tondo

Il numero 30 viaggia a medie di 23.9 punti, 10.5 rimbalzi, 6.1 assist e una palla rubata col 46% dal campo, il 41% da dietro l’arco e l’81% ai tiri liberi in 59 gare sin qui disputate: numeri che ne certificano il miglioramento esponenziale (massimo in carriera per media punti, rimbalzi, assist, palle recuperate e percentuali dalla lunga distanza e dalla lunetta), ma che da soli non bastano a capire quanto fondamentale sia il suo apporto alla causa dei Knicks.  

A colpire è in particolare la personalità con cui ogni sera, da leader vero, trascina i suoi. I numeri sono solo una parte del suo processo di crescita, che lo vede sempre più protagonista in un ruolo che gli si addice a meraviglia. Se fino a poco tempo fa era considerato da molti un oggetto misterioso, uno di quei giocatori che sulla carta hanno tanto talento ma non abbastanza da fare lo step successivo e diventare campioni affermati, oggi Randle è un giocatore totale, che segna canestri tanto eleganti quanto difficili, sia in area che dal perimetro, fa valere la sua fisicità e la sua prontezza di riflessi a rimbalzo, si dà da fare in difesa e smazza assist geniali per i compagni. 

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