Home NBA, National Basketball AssociationNBA TeamsLA ClippersJames Harden il martire: “Imbrigliato ai Sixers, io sono il sistema”

James Harden il martire: “Imbrigliato ai Sixers, io sono il sistema”

di Michele Gibin
james harden in maglia clippers

James Harden ritiene di essere stato trattato male dai Philadelphia 76ers, che non hanno saputo a suo dire ricompensarlo per la sua generosità mostrata nel 2022 quando decise di accettare un contratto a cifre minori di quanto avesse diritto, per rinforzare la squadra, né valorizzarlo a dovere in campo.

Harden è diventato ufficialmente un giocatore degli LA Clippers, la sua terza squadra in tre anni dopo i passaggi a Brooklyn e Philadelphia. Ancora una volta il Barba ha dichiarato “di essere dove voleva“, fino alla prossima crisi s’intende, e durante la presentazione ufficiale ha parlato dei suoi quasi due anni ai Sixers, passati da martire sportivo.

Ho accettato 26 milioni di dollari in meno di quelli che avrei potuto chiedere, per permettere alla squadra di rinforzarsi. Ho cambiato il mio ruolo, dato che dite tutti che sono un mangia palloni, ma quando ho il pallone in mano io sono un giocatore efficace. Eppure l’ho fatto, ho cambiato ruolo e narrativa, mi sono sacrificato e fatto tutto quello che potevo per vincere. ma di questo non si parla mai“.

Io pensavo che mi sarei ritirato da giocatore dei Sixers dopo aver lasciato Brooklyn, ma il front office aveva altri piani. Non mi volevano lì. Se ne sono dette tante, ognuno ha la sua, ma non c’è nulla di vero“.

E’ vero che nell’estate 2022 Harden accettò un contratto biennale da 68 milioni di dollari per lasciare a Daryl Morey, AKA l’innominabile, più margine salariale per migliorare il roster. Sarebbero arrivati PJ Tucker, Danuel House Jr (alla faccia) e De’Anthony Melton, e soprattutto una stagione da 54 vittorie e una semifinale di conference. Prima del patatrac con Morey.

Ma è anche vero che la tanto auto-promossa trasformazione in giocatore di squadra, da point guard pura (10.7 assist di media lo scorso anno), non è arrivata per Harden a discapito di tiri e possessi. L’ex Rockets e Nets era stato quarto per possessi in isolamento a partita, e produttivo come Luka Doncic e più di Joel Embiid, il numero di pick and roll (mai il punto di forza della pallacanestro Hardeniana) in linea con la mole del periodo ai Nets. Lo usage rate, valore che indica in percentuale il numero di possessi in cui una squadra “usa”, impiega un dato giocatore, è stato in leggero calo rispetto alle due stagioni precedenti, ma il sottoprodotto di militare nella stessa squadra di Joel Embiid.

Eppure, Harden è riuscito, bontà sua, a raccontare di essersi sentito “imbrigliato” a Philadelphia. “Io sono un creatore di gioco, ok? Per cui se posso dire la mia al coach e dirgli, hai visto qui? Cosa ne pensi? Ho bisogno che qualcuno mi dia retta e che comprenda“. Comprenda cosa? Che alla Walter White, “Io non sono un giocatore di sistema, io sono il sistema“.

Ciò che mi importa” ha detto ancora James Harden “è avere qualcuno con cui dialogare, che capisca e guardi avanti, che faccia aggiustamenti in corso in partita, questo mi importa. Non m’importa più segnare 34 punti a partita, l’ho già fatto“. Se a Doc Rivers sono fischiate le orecchie, sarebbe comprensibile.

Ora ai Clippers, Harden troverà – parole sue – “una situazione simile a Brooklyn” dove le cose sono andate come noto a meraviglia. “Ai Nets avevamo due grandi realizzatori (Kevin Durant e Kyrie Irving, ndr) che potevano creare mismatch. A me va bene giocare palla in mano, lontano dalla palla, da tiratore piazzato, in catch and shoot. Abbiamo ai Clippers giocatori altruisti e dei buoni coach. Io? So segnare e so passare il pallone, posso facilitare l’attacco“, con buona pace del sistema, peraltro.

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