Estate 1992.
Un tizio armato di videocamera, vestito da ragioniere in vacanza e con famiglia al seguito, si aggira per la Rambla, ovvero la più celebre, colorata ed affollata via della splendida Barcellona.
La città è al centro del mondo in quel momento, perché qui si stanno svolgendo i Giochi della XXV Olimpiade, un’edizione che verrà ricordata soprattutto per la schiacciante vittoria della più grande squadra di basket di tutti i tempi: il leggendario “Dream Team”.
Intorno a questa inimitabile formazione, guidata da Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird, si scatena un circo mediatico senza precedenti, con l’hotel dove alloggiano i giocatori assediato giorno e notte da orde di fan a caccia di foto, autografi o semplici “incontri ravvicinati” con le divinità del basket NBA, che per la prima volta nella storia partecipano ai Giochi. Infatti, fino alla precedente edizione, la USA Basketball schierava soltanto giocatori universitari).
Il tizio con videocamera ferma diversi turisti americani, chiedendo loro se per caso siano riusciti ad incontrare qualcuno dei Dream Teamer per le strade del capoluogo catalano. Una ragazza con una t-shirt del Dream Team dice di aver incontrato Charles Barkley, e di essere grande fan della squadra. A questo punto il regista improvvisato chiede al figlio, indicando una delle caricature impresse sulla maglietta: “Lo conosci questo qui?”. E il figlio, entusiasta: “Daddy!!”.
https://www.youtube.com/watch?v=cHcoWtL1MjE
Sì, perché il tizio con videocamera vestito da ragioniere non solo è uno dei componenti di quel mitico gruppo, ma è un giocatore a cui a fine carriera dedicheranno una statua e una via (da vivo!) davanti a quella che oggi si chiama “Energy Solutions Arena”, la casa degli Utah Jazz.

La statua davanti all’ingresso dell’Energy Solutions Arena
Il meraviglioso video, che si conclude con la battuta “Credo che succederebbe la stessa cosa se ci fosse Michael Jordan qui in mezzo”, è il miglior “trailer” sulla carriera di John Stockton, l’anti-divo.
E’ con la stessa indifferenza dei passanti di Barcellona che i tifosi dei Jazz accolgono il ragazzino smilzo e assolutamente “normodotato” (la sua altezza era di 185 cm), scelto da Utah con la chiamata numero sedici nel draft 1984 (considerato da molti il più importante della storia) dove verranno selezionati anche Hakeem Olajuwon, il già citato Barkley e, alla terza chiamata, l’altrettanto già citato Michael Jeffrey Jordan.
Al momento della chiamata non ci sono stati i fischi assordanti come quelli riservati dai “tifosi” Knicks a Kristaps Porzingis quest’anno (poveracci), ma piuttosto di una totale e perplessa indifferenza.

John Stockton, selezionato con la chiamata numero 16 al draft 1984
Poco importa che il gracile John sia reduce da quattro stagioni straordinarie a Gonzaga University, dove diventa ben presto leader assoluto in punti, assist e palle rubate. Nessuno aveva fatto troppa attenzione al fatto che il piccolo Stockton era stato invitato alle selezioni per il Team USA 1984 con giovani del calibro di Jordan, Barkley e di un certo Karl Malone, di cui John sentirà ancora parlare negli anni a venire. D’altronde come può un “seghino” del genere competere nella stessa lega di Magic Johnson, Larry Bird e Doctor J?
Effettivamente i primi anni da professionista del ragazzo di Spokane, Washington, non sono brillantissimi. Il ruolo di playmaker titolare è già coperto da Rickey Green, e John fa parecchia fatica ad adeguarsi agli altissimi standard agonistici della lega.
Convinto di non riuscire a resistere a lungo tra le superstar NBA, John racconterà in seguito di non aver effettuato acquisti significativi nei suoi primi tempi da professionista e di essersi “concesso” solamente un televisore per guardare il Superbowl rintanato nel suo “sfarzoso” MONOLOCALE… Del resto, è pur sempre l’Anti-divo, no?
Nel 1988 arriva la svolta: Stockton disputa un’ottima stagione, coronata da una memorabile gara-5 del secondo turno di playoff in cui il numero 12 eguaglia il record di 24 assist appartenente a Magic Johnson contro…Magic Johnson e i suoi Lakers (che vinceranno poi la serie e il titolo NBA)!
La dirigenza rende Rickey Green disponibile per l’imminente expansion draft escludendolo dall’elenco dei giocatori “protetti”: il play viene selezionato dai neonati Charlotte Hornets e per John arriva finalmente la grande occasione.
Al draft 1985 i Jazz avevano selezionato proprio quel Karl Malone, culturista prestato al basket e compagno di John ai tryout olimpici l’anno prima, con cui Stockton darà vita col passare del tempo ad una delle accoppiate più inarrestabili della storia dello sport.

John Stockton e Karl Malone
Con Stockton e Malone in campo e il nuovo coach Jerry Sloan in panchina i Jazz riusciranno a raggiungere per tutti gli anni a seguire i playoff.
L’intesa tra i due è talmente profonda che l’espressione “Stockton-To-Malone!” diventa presto un tormentone: ancora oggi gli anni d’oro della franchigia vengono ricordati come la Stockton-To-Malone Era.
Nel 1989 entrambi vengono convocati all’All Star Game (prima assoluta per John) classificandosi primo (Malone) e secondo (Stockton) nelle votazioni per l’MVP dell’incontro.
Quattro anni dopo faranno ancora meglio, vincendo il trofeo di “All Star MVP” ex aequo nell’edizione disputata “in casa” a Salt Lake City.

Si arriva così a quel 1992 dal quale la nostra storia ha avuto inizio.
Una volta stabilito che ai Giochi Olimpici di Barcellona potranno scendere in campo atleti professionisti, la USA Basketball decide di calare gli assi, schierando la più grande squadra mai assemblata.
“Il Postino” Karl Malone, All-Star fisso dal 1988, è uno dei primi ad essere selezionati.
Per il posto di “vice-Magic Johnson” (capitano del team insieme a Jordan e Bird) i pronostici vedono favoritissimo Isiah Thomas, leader dei “Bad Boys” di Detroit bi-campioni NBA, ma una serie di controversie (prima tra tutte il malcelato, se non esplicito ostracismo di Jordan, che come molti altri non vede di buon occhio lo “scorretto” Isiah e la sua squadra) porta all’esclusione di Thomas, a favore proprio di John Stockton.
A riguardo va detto che Isiah non ha mai incolpato Stockton per avergli “rubato” il posto, e che anzi fu proprio Thomas a introdurre John nella Basketball Hall Of Fame nel 2009.
Dunque l’Anti-divo, che guardava il Superbowl in un monolocale, diventa un Dream Teamer, uno dei dodici che domineranno i Giochi e cambieranno per sempre la storia della pallacanestro.

Il Dream Team di Barcellona 1992
Gli assist “ad occhi chiusi” di Stockton per le schiacciate di Malone e il loro letale pick’n’roll trasformano Utah in una serissima candidata al titolo NBA.
Un titolo che non arriverà mai.
Nella stagione che precede Barcellona, John e compagni raggiungono per la prima volta le Conference Finals, dove vengono eliminati dai Blazers dell’MVP stagionale (e altro Dream Teamer) Clyde “The Glyde” Drexler.
Due anni più tardi si ripetono, ma la corsa al titolo viene interrotta, stavolta, da Hakeem “The Dream” Olawujon e i suoi Rockets, che alzeranno poi il Larry O’Brien Trophy battendo i Magic di Penny & Shaq.
Stesso finale nel 1996, dove Utah viene eliminata dai Seattle SuperSonics di Gary Payton e Shawn Kemp.
Nonostante le continue battute d’arresto, i tempi sono maturi: i Jazz sono pronti al grande salto.
Alle Western Conference Finals 1997, gli avversari sono di nuovo gli Houston Rockets, che oltre ad Olajuwon possono schierare anche il vecchio “nemico” Drexler e Charles Barkley (altro compagno di Dream Team).
In gara-6, con Utah avanti 3-2 nella serie e il risultato fermo sul 100 pari a 2,6 secondi dalla fine, i Jazz hanno il possesso decisivo. Tutti pensano a marcare Malone, fresco MVP stagionale, nessuno si cura di Stockton (che – ironia della sorte – di secondo nome fa “Houston”): così, il #12 prende palla e segna in faccia a Barkley la tripla che vale le NBA Finals.
Per trovare un’altra serie di playoff decisa da un buzzer-beater bisognerà aspettare altri 17 anni, quando un capolavoro di Damian Lillard manderà a casa… Houston, ovviamente!
Se John Stockton e Karl Malone non hanno mai vinto un titolo NBA nella loro inimitabile carriera, il motivo principale risponde al nome di Michael Jordan.
I Chicago Bulls, che oltre al numero 23 vantano fuoriclasse del calibro di Scottie Pippen (parlavamo di Dream Team?) e Dennis Rodman, guidati in panchina dal Maestro Zen Phil Jackson, si rivelano un ostacolo insormontabile per gli Utah Jazz, fermati sul più bello per due stagioni consecutive.
Se le Finals del 1997 sono quelle del celeberrimo Flu Game, in cui Jordan segna 38 punti poche ore dopo aver subito un’intossicazione alimentare (i testimoni oculari sostengono che fino a pochi minuti prima MJ non riuscisse nemmeno a reggersi in piedi), quelle del 1998 sono il teatro dell’ultimo (almeno così si crede) atto della leggenda di “Air” Jordan.
L’ultimo minuto di quella gara-5 è pura epica sportiva: 83 pari, tripla di Stockton su assist di Malone (sì, avete letto bene), canestro del -1 di Jordan in penetrazione, palla rubata da Jordan a Malone, finta su Bryon Russell, tiro di Jordan, canestro di Jordan, tripla sulla sirena sbagliata da Stockton e titolo (il sesto in otto anni) ai Bulls.
Neanche il ritiro (provvisorio) di Jordan permette a Stockton e Malone di coronare il loro sogno.
Negli anni successivi a quelle maledette Finals la NBA diventa proprietà esclusiva dei San Antonio Spurs di Duncan e Robinson e dei Los Angeles Lakers di Kobe e Shaq.
La corsa dei Jazz si infrange contro il muro rappresentato dalle nuove potenze emergenti della West Coast: Portland (1999 e 2000), Dallas (2001) e Sacramento (2002 e 2003).
Il 30 aprile 2003, negli ultimi minuti di gara-5 contro i Kings, la Arco Arena di Sacramento riserva una standing ovation per John e Karl al momento della loro uscita dal campo. E’ l’ultima partita insieme per Stockton e malone, l’ultima in assoluto per il ragazzo di Spokane, che qualche giorno dopo annuncia ufficialmente, a 41 anni, il ritiro dal basket.
Non pensate a colpi di teatro tipo il “Dear Basketball…” di Bryantiana memoria; l’annuncio arriva, in puro stile Anti-divo, tramite un comunicato sul sito dei Jazz.

Stockton si ritira senza titoli, ma portandosi via i record di ogni epoca per palle rubate e assist (15.806; Jason Kidd, il secondo di sempre, si è fermato a quota 12.091), dando peraltro una grossa mano a far chiudere la carriera a “The Mailman” come secondo miglior realizzatore di sempre (dietro a Kareem Abdul-Jabbar) in NBA.
John lascia il palcoscenico dopo aver guidato per NOVE stagioni consecutive (dal 1988 al 1996) la classifica degli assist e dopo aver saltato solamente 22 partite contro le 1.504 disputate (terzo per minuti giocati nella storia della lega, dietro al solito Kareem e a Robert Parish) nel corso della sua ventennale carriera, passata indossando sempre e solo la maglia numero 12 degli Utah Jazz.
Soprattutto, John Stockton si ritira dopo aver ridefinito per sempre il concetto di playmaker.
Quella maglia numero 12 viene ovviamente ritirata e innalzata al cielo del Delta Center (oggi Energy Solutions Arena), e la strada davanti all’arena viene rinominata “John Stockton Drive”.
Alla cerimonia di ritiro organizzata per lui, Stockton ricorda come un giorno il suo primo coach in NBA, Frank Layden, gli aveva detto di non cambiare mai niente della persona che era prima di entrare nella lega. Ne approfitta così per lasciare ai posteri una rarissima quanto epocale battuta:
“I haven’t changed a thing. I haven’t even changed the length of my shorts”
Ovvero:
“Non ho cambiato una virgola. Non ho nemmeno cambiato la lunghezza dei miei calzoncini” (calzoncini rimasti sempre cortissimi come quelli degli Anni ’80, nda)
Nel 2006 davanti al palazzetto viene eretta una statua, raffigurante John che alza il pallone per la schiacciata di Karl, come indissolubile monumento allo “Stockton-To-Malone”. Tre anni più tardi John viene introdotto, insieme a David Robinson e a quella “maledizione” chiamata Michael Jordan, nella Basketball Hall Of Fame.

Per descrivere l’incredibile epopea dell’Anti-divo, quel ragazzo smilzo di Spokane arrivato in punta di piedi nella lega dei super-atleti per cambiarne per sempre la storia, non c’è niente di meglio delle parole di coach Layden:
“Nobody thought that he was going to be this good. Nobody. But the thing was, you couldn’t measure his heart”.
Letteralmente:
“Nessuno pensava che sarebbe diventato così bravo. Nessuno. Ma il fatto è che non si poteva misurare il suo cuore”.

