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Warriors alla ricerca della gioia perduta: “Infortuni, schedule e problemi interni, persa la strada”

di Michele Gibin

Cultura di pallacanestro. Quante volte abbiamo sentito e usato questa espressione, parlando dei San Antonio Spurs di Tim Duncan e Gregg Popovich, o della grande Benetton Treviso di Mike D’Antoni prima e di Ettore Messina poi.

Altrettante volte si è parlato di mancanza di cultura di pallacanentro nelle squadre visitate dal più grande giocatore della sua epoca, LeBron James. Squadre costruite sulle spalle del nativo di Akron, ad immagine e somiglianza del Re.

Nel caso dei Golden State Warriors dominatori del passato e del presente lustro NBA, la cultura di pallacanestro è la prima questione che tireremmo in ballo (ok, la seconda, la prima si chiama Wardell Stephen Curry) per spiegare il fenomeno GSW. Gli Warriors, l’unica squadra dai tempi di Magic-Abdul Jabbar-Worthy etc. (e degli epigoni ad est Boston Celtics) che sia riuscita nell’impresa di far convivere felicemente (più o meno) 3-4 stelle di prima grandezza ed andare sistematicamente alla caccia di titoli NBA a ripetizione.

La sfida di ripetersi può essere logorante come poche cose nel modo dello sport professionistico.

Steve Kerr conosce bene tale pressione, ed ha sempre invitato i suoi giocatori – prime linee o riserve che siano – a “godersi il momento” e le vittorie ottenute insieme, senza pensare al domani. Domani che arriverà anche per questi Golden State Warriors, e ne decreterà la fine.

Per cui, per restare con l’head coach 7 volte (tra campo e panchina) campione NBA, perché non godersi il viaggio? In questa prima parte di stagione le cose sono iniziate incommensurabilmente bene per GSW. Partenza da “Blitzkrieg”, vittorie, cascate di triple piovute sulla testa di chiunque, titolo già vinto, si gioca per il secondo posto, und so weiter (Joe German).

Poi succede che Wardell si infortuni, che Draymond Green non prenda bene (eufemismo) un rimprovero di Kevin Durant e che pensi di srotolare la famigerata lingua contron il suo compagno, dicendogli di tutto in un huddle di fina partita di metà novembre. E succede che nessuno si metta in mezzo e faccia tacere l’orgoglioso Green. Tanti saluti (solo temporanei) alla macchina da guerra, con Durant che si offende e tenta di far sbollire la rabbia, con Green sospeso senza paga ed infortunato, e mentre Klay Thompson non segna mai e si arrabbia.

Golden State Warriors, Steve Kerr: “Costruire un’atmosfera positiva è un gioco di squadra”

 

Steve Kerr, assieme a Curry l’ispiratore dello stile  Golden State Warriors, sa cosa ci vuole per costruire un’ambiente di lavoro positivo, e quindi vincente (al prossimo meeting di teambuilding, guys). E sa come ognuno sia chiamato a fare a propria parte. Ergo, che non tutti sono uguali:

In ogni squadra in cui sono stato c’era una certa atmosfera, una data cultura. Entri ogni giorno e cosa senti? Cosa c’è attorno a te? E’ una cosa importantissima. Il nostro compito, quello di coaching staff e front office, è di rendere questo ambiente un grande ambiente di lavoro. Ed il compito dei giocatori è fare il proprio lavoro tutti i giorni. E se insieme si riesce a costruire un’ambiente allegro, tollerabile, allora diventa un piacere esseci tutti i giorni

 

Così Kerr a Nick Friedell di ESPN.

La vicenda Green-Durant ha dimostrato quanto tale equilibrio sia sottile, e complicato da raggiungere. La lite tra i due ha causato una slavina di emozioni nello spogliatoio Warriors, l’infortunio di Curry ha dimostrato il prezzo da pagare (una panchina inefficiente e zeppa di rookie e two-way contract) per potersi permettere 5 All-Star in squadra.

Continua Kerr:

Niente di tutto ciò è mai garantito. Ed è per questo che ci lavoriamo ogni giorno. E’ difficile cercare di vivere con gioia ogni momento assieme, ma è quello che abbiamo tentato di fare negli ultimi 5 anni. E ci siamo riusciti, quasi sempre. Quest’anno siamo stai investiti dalla tempesta perfetta: infortuni, schedule impietosa e questioni interne. Non c’è gioia nel perdere. Possiamo invertire il trend? Certo, ma dipende da tante cose. Abbiamo giocatori che amano questo gioco, che hanno carattere da vendere, e che combatteranno fino all’ultimo minuto dell’ultima partita. Troveremo di nuovo la gioia di giocare assieme

Klay Thompson: “Abbiamo perso lo spirito degli anni scorsi”

 

I Golden State Warriors hanno passato il mese più difficile del loro quinquennio di dominio. I tempi duri paiono ora alle spalle: Steph Curry è tornato e la giostra offensiva di Golden State è ripartita. Draymond Green tornerà in campo lunedì notte dopo 11 gare saltate.

Kevin Durant ha sbollito la rabbia e ci ha messo la proverbiale pietra sopra. Damian Jones, una delle sorprese di inizio stagione, si è infortunato (ne avrà per tutto l’anno) ma DeMarcus Cousins è pronto a prenderne posto in quintetto e minuti.

Durante il mese di fuoco sulla Baia, Klay Thompson è apparso il più sofferente. Impreciso in campo (35% scarso al tiro pesante per un tiratore da 41% in carriera), frustrato ed amareggiato durante le interviste post gara.

Avevamo la gioia di giocare. L’abbiamo persa. Ci siamo trovati in un territorio inesplorato, con tutte quelle sconfitte. Ma non è la fine del mondo. Siamo comunque dei giocatori di basket, che amano quello che fanno e che regalano momenti di felicità a tante persone, una motivazione più che degna

 

Andre Iguodala e Shaun Livingston, super-veterani che hanno visto anche il lato perdente della NBA, in precedenti incarnazioni, seguono la linea Thompson: “E’ strano perché quando giochi in una squadra vincente, ogni sconfitta sembra una tragedia. Non ha senso. Se invece giochi in una squadra perdente, dopo ogni sconfitta non vedi l’ora di scendere in campo per la prossima partita, e se vinci è come se avessi vinto a gara 7” Così Iguodala.

Shaun Livingston vede nel ritorno di Steph Curry la chiave di volta: “Il solo fatto di riaverlo in campo ci aiuta, ci dà energia e positività. E’ il suo modo di giocare, Steph è altruista, sempre presente per tutti

Golden State Warriors, Draymond Green: “Senza gioia in campo, tutto più difficile”

 

Draymond Green è la miccia emotiva di questi Golden State Warriors. E da stanotte avrà qualcosa da farsi perdonare, dopo aver fatto sostanzialmente deragliare il treno con un comportamento inaccettabile:

La stagione è lunga. Ci sono giorni in cui proprio non ti va, tutto diventa ripetitivo. E’ molto importante trovare gioia in quel che si fa, perché senza quella, le cose si trascinano ed il rendimento in campo ne risente (…) perdere delle partite non è la fine del mondo, abbiamo tutta una stagione davanti per capire cosa sia successo. Attraversi una tempesta, ma sai che prima o poi anche questa finirà

 

Klay Thompson sa che la percezione di una squadra perfetta, in cui tutti i giocatori sono amici sempre e comunque è un’immagine edulcorata, se non addirittura artefatta. Ciò che tiene assieme un gruppo vincente, per il figlio di Mychal, è la capacità di lasciarsi alle spalle ostacoli ed imprevisti:

Se c’è una cosa che ho imparato in 7 anni, è che non tutto nello sport è gloria e onori. C’è un motivo se a fine stagione i vincitori festeggiano come li si vede festeggiare, a champagne. Questò è perché i vincitori sanno cosa hanno dovuto attraversare per arrivare lì. E se non ci fossero state difficoltà, la gioia della vittoria non sarebbe stata tale. ad un occhio esterno può sembrare che in questi utlimi anni ci sia venuto tutto facile. Non è stato così. Ogni giorno una novità, la vita è così. Non c’è gusto nel vincere senza lotta, senza difficoltà

 

 

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1 Commenta

Motta Franco 10 Dicembre 2018 - 17:01

Allora facciamo i conti a oggi i Warriors sono tornati la squadra con il miglior record la prossima partita rientrera’ Green e fra poco fara’ il suo esordio Cousins non la vedo molto male come cosa no?.Secondo me Green paghera’ per quello che ha fatto e sarei molto deluso dalla societa’ se non accadesse,la figura della societa’ e’ molto piu’ importante di un’All-star irrascibile che mette sempre la societa’ nei guai.

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