“Sono ancora qui”, di John Wall

di Michele Gibin
john wall

Pubblichiamo per intero la traduzione dell’articolo I’m Still Here, di John Wall, pubblicato su The Players’ Tribune.

È una cosa difficile da dire al mondo. Ma se puoi dire una cosa su di me, è che sono sempre stato uno vero, e questo non cambierà oggi. Non posso indorare la pillola. La verità è che… due anni fa, mi trovavo in un momento davvero buio e non riuscivo a vedere una via d’uscita. E so che probabilmente suona pazzesco per alcune persone. Conosco già il tipo di commenti che riceverò.

Amico, come diavolo puoi avere tutti quei soldi ed essere depresso? Sei John Wall.

Sentite, io so esattamente chi sono. Sono un cagnaccio. Sono caduto e mi sono rialzato da terra 100 volte. Da un ragazzino magro che cresce a Raleigh alla scelta numero uno al draft – tutti gli alti e bassi e la merda che ho visto? So esattamente chi sono, cosa rappresento e quante persone hanno bisogno di sentirlo. Quindi non ho paura di dirti che ho vissuto dei momenti così bui che il suicidio sembrava l’unica opzione.

Voglio dire, non dovremmo nemmeno pronunciare quella parola giusto?? È quasi come un tabù, soprattutto nella comunità da cui provengo. Ebbene, io ne parlerò.

Per me è successo tutto molto velocemente. Nell’arco di tre anni, sono passato dall’essere in cima al mondo a dannatamente vicino a perdere tutto ciò a cui tengo. Nel 2017, saltavo sul tavolo degli telecronisti a Washington dopo aver forzato gara 7 contro Boston, ed ero il re della città. Avevo firmato un contratto al massimo salariale, pensavo sarei rimasto agli Wizards a vita. Un anno dopo, mi sono rotto il tendine d’Achille e ho perso l’unico santuario che abbia mai conosciuto: il basket. Ho avuto un’infezione così grave dagli interventi chirurgici che ho quasi dovuto farmi amputare il piede. Un anno dopo, ho perso la mia migliore amica al mondo, mia madre, a causa di un cancro al seno.

E per capire, quando dico che ho perso la mia migliora amica, non esagero. Ho avuto due soprannomi crescendo. “Crazy J“, perché ero pazzo da morire. Ah. Facevo letteralmente qualsiasi cosa gli amici mi sfidavano a fare. Mi hanno fatto saltare dai tetti tra i cespugli come se fossi in Jackass. E poi il mio altro soprannome era “Momma’s Boy” e sai già perché. Mio padre era in prigione da quando avevo un anno, ed è morto di cancro al fegato quando avevo 9 anni. Lo hanno fatto uscire solo per farmelo salutare. Posso ancora vederlo in quella fantastica maglia 84 di Randy Moss dei Vikings, l’ultimo giorno in cui sono stato con lui. Ancora oggi, non mi piace nemmeno andare al mare, perché quello è stato il nostro primo e ultimo viaggio in famiglia. Anche mio fratello maggiore è stato in galera. Quindi mia madre era tutto il mio mondo. Faceva tre lavori solo per pagare le bollette. (E qualche volta, quelle bollette non sarebbero neppure state pagate, se avessimo avuto bisogno di quei soldi per i tornei AAU.)

Da noi non si andava da Foot Locker. Tutto quello che avevamo addosso proveniva dal mercato delle pulci. Ero il ragazzo che si presentava agli allenamenti con un paio di And 1 prese dal cestone in sconto da Shoe Carnival. Ero il ragazzo con i problemi di rabbia. Il ragazzo che si comportava sempre male. Ma accidenti se mia madre non mi amava, amico. Mi accompagnava in macchina per 45 minuti alla mia scuola elementare e aspettava fuori nel parcheggio perché sapeva che c’era il 50% di possibilità che sarei stato cacciato per aver litigato con gli insegnanti. Uscivo verso la macchina con le mani in aria come se un arbitro avesse fatto una chiamata sbagliata. Dcevo: “Non so che cosa ho fatto… questi insegnanti si comportano da pazzi. Hahaha“. lei sarebbe semplicemente stata seduta lì scuotendo la testa come: “Vedi? Per questo non sono andata a casa“.

Tutto quello che ho fatto è stato per mia madre. Avevo una missione, ed era che lei stesse bene, per tutta la vita. Ho realizzato tutto ciò che abbiamo sempre sognato. Non avevo idea di quanto sarebbe stato breve il nostro tempo assieme. Una delle cose che non dimenticherò mai è stata qualche anno prima che si ammalasse, fui invitato alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca ed è stata l’ultima con il presidente Obama, quindi ovviamente ho portato mia madre con me. E quando vi dico quanto eccitata fosse per quella cosa, non lo potete immaginare. Aveva questo piccolo bicchiere in mano e ha avuto modo di incontrare tutte le celebrità che avesse mai sognato. Qualcuno diceva: “Hey! John Wall! Dobbiamo fare una foto!” E mia madre diceva: “Cosa??? Io sono la mamma di John Wall! E la foto la faccio anche io!” E io allora la tiravo di lato “Mamma! Non puoi fare così! Siamo alla Casa Bianca!!” (Voglio dire, so che non era la Casa Bianca, ma poteva anche esserlo).

Quando ha visto Tony Romo, era finita. Era la più grande tifosa dei Dallas Cowboys del mondo. “Tony!! Tony!!! Oh mio Dio, dobbiamo fare una foto, solo io e te, Tony!!” Quella sera ci siamo scambiati gli ruoli. Io ero il fotografo. Lei era la star. E so che tutti pensano di aver avuto la mamma migliore, ma quella notte la guardavo brillare e ho pensato, diavolo, ho davvero avuto la mamma migliore che chiunque possa desiderare.

Dalla Raleigh, al fare tre lavori per sopravvivere, a rubare la scena alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca.

Abbiamo anche potuto fare una foto con Barack e Michelle – e sapete che cosa gli detto? “Siete tutti così mitici (dope, ndr). Grazie per averci invitati. Siete mitici.

Questa era mia madre. Come non amarla? Era la persona più genuina del mondo. Aveva un figlio milionario e ancora faceva la spesa da T.J. Maxx, per abitudine. Lavorava ancora all’ingresso ai tornei AAU, per abitudine. Si svegliava ancora alle quattro del mattino, per abitudine. Non sarebbe mai cambiata. Era una forza della natura.

E poi si è ammalata.

Ricordo che una delle cose che mi ha fatto più male o è stato quando ha iniziato i suoi cicli di chemio, vedendola fare fatica solo per alzarsi dalla poltrona reclinabile. Sai come ti fanno sedere, su quelle poltrone per ore mentre fai il trattamento? Fu allora che i miei problemi di rabbia iniziarono a venire fuori, perché pensavo, dovrebbero metterti in un bel letto d’ospedale. Mi arrabbiavo con le infermiere, perché non potevo sopportare di vedere mia madre in quel modo.

Stava combattendo con tuta sé stessa, e per un po’ se l’era cavata davvero bene. È venuta anche alla mia festa del 29° compleanno. Ma guardando indietro, è stato come il nostro ultimo addio. Poche settimane dopo, ha avuto un ictus e tutto il suo lato sinistro del corpo era paralizzato. Ricordo di essere entrato nella stanza e di aver visto il suo viso chino, e stava cercando di parlare, ma non sembrava mia madre. Corsi fuori dalla stanza piangendo, come un ragazzino. Non riuscivo letteralmente a sopportare di vedere mia madre in quel modo. Ci sono volute tutte le mie forze per tornare là dentro e darle da mangiare la sua salsa di mele. Questa è la donna più forte di sempre e la sto nutrendo come una bambina? Mi ha colpito così tanto.

Un giorno eravamo da soli e lei mi aveva detto direttamente: “Ho avuto una bella vita. Mi è piaciuto. Ma sono stanca di combattere. Voglio solo essere in pace“. Poche settimane dopo, dovevamo giocare a Charlotte. Io stavo ancora recuperando dall’infortunio, cercando di tornare in campo. Eravamo appena atterrati quando ho ricevuto una chiamata.

Fratello… tua madre è morta. Ma i medici sono riusciti a riportarla indietro, è attaccata un ventilatore ora. Devi venire qui adesso“.

Siamo arrivati ​​all’hotel della squadra e li sono esploso. Ho distrutto tutto in quella stanza del Ritz Carlton: la TV, lo specchio, tutto. In realtà è stato allora che mi sono avvicinato molto a Brad (Bradley Beal, ndr). Penso che sapesse che non c’era nemmeno niente da dire, quindi è venuto nella mia stanza e si è seduto accanto a me. Mi è stato vicino nel momento più difficile della mia vita.

Quella notte, un mio amico ma aveva accompagnato da Charlotte all’ospedale a Raleigh e ricordo di essermi seduto sul sedile posteriore per tutto il viaggio ascoltando “I Wish”, suonandolo ancora e ancora e pregando che io e mia madre potessimo avere un’altra possibilità di parlare. Quando sono arrivato in ospedale e l’ho vista attaccata al ventilatore, con il petto che andava su e giù, sono svenuto.

Quando mi sono svegliato e mi sono rimesso in piedi, tutta la nostra famiglia si è spostata attorno al suo letto. Era in coma. I suoi occhi erano rimasti chiusi per tutto il tempo. Poi si è fatto davvero tardi e la gente ha iniziato a tornare a casa. Eravamo solo io e le mie sorelle sedute al suo capezzale.

All’improvviso, aprì gli occhi.

Non poteva parlare, ma aveva le lacrime agli occhi. Sapeva che eravamo lì. E noi le abbiamo detto: “Grazie per essere nostra madre. Grazie per essere nostra madre”.

Poi, quando qualcuno aprì la porta, lei richiuse gli occhi. Non li avrebbe mai più aperti. Per tre notti rimasi su un lettino accanto a lei, tenendole la mano mentre dormivamo.

Alla fine, il quarto giorno, la mia migliore amica se ne andò.

La cosa che mi ha ferito di più è stata prendere casualmente il telefono in mano per chiamarla e rendermi poi conto che non c’era nessuno da chiamare. Per tutta la vita l’avevo chiamata 6 o 7 volte al giorno, tutti i giorni. Quindi, quando è morta, ho continuato a chiamare il suo numero 6 o 7 volte al giorno solo per sentire il messaggio vocale. Le avrei parlato, anche se lei non c’era più.

Fu lì che iniziai ad avere davvero dei problemi. I pensieri si accumulavano nella mia testa come… “La mia migliore amica se n’è andato. Non posso giocare al gioco che amo. Nessuno mi chiama per sapere di me. Tutti vogliono sempre qualcosa d’altro in allegato. Chi c’è a trattenermi qui adesso? Che senso ha essere qui?” E sentite, so quanto sono fortunato. So cosa si prova ad avere fame. Tutto quello che posso dirvi è che quando ero nel mio momento più buio, i soldi e la fama erano le cose più lontane dalla mia mente. Soldi e fama non significano un ca**o se non sei in pace nella tua vita.

In mezzo a tutto questo, sono iniziate le voci di trade. La squadra per cui che avevo dato sangue, sudore e lacrime per 10 anni aveva deciso di girare pagina. Ero devastato, non mentirò. Fu allora che iniziai a chiedermi – letteralmente a chiedermi – se volevo davvero andare avanti così. Quasi ogni notte.

Da fuori, non avreste mai pensato che qualcosa non andava. Non dicevo niente alla mia cerchia, nemmeno al mio braccio destro. Andavo a molte feste, cercando di mascherare tutto il mio dolore. Ho sempre tenuto la mia gente intorno a me, e quando ci rilassavamo a casa, potevo semplicemente dimenticare. Ma quando tutti tornano a casa alla fine e la tua testa si rimette sopra a quel cuscino? Non si dimentica più, non ci sono più maschere da mettere.

Una notte, dopo che tutti i miei amici se ne erano andati ed ero solo, seduto lì tutto solo con i miei pensieri in testa, sono arrivato a tanto così dal prendere una decisione infelice e lasciare questa terra. Solo per grazia di Dio e per amore dei miei figli sono ancora qui per raccontare la mia storia.

L’unica cosa a cui mi sono sempre aggrappato, nei momenti più bui, è stato il pensiero dei miei figli: solo le piccole cose, come voler essere qui per il loro primo giorno di scuola o la loro prima vacanza. O volendo che vedano il loro papà giocare davvero in una partita NBA, e non solo in alcuni highlights. Quei pensieri mi hanno trattenuto durante molte notti difficili. Ma se devo essere onesto, anche il pensiero di essere padre non era abbastanza d’aiuto. Ecco come la depressione ti inganna. Quel demone sulla tua spalla che ti sussurra: “Beh, forse starebbero meglio senza di te“.

Pregavo Dio solo per darmi la forza di svegliarmi la mattina dopo. Poi, una notte, mia madre venne da me in sogno. Era come se fosse in piedi accanto a me. Mi guardò negli occhi e disse: “Devi andare avanti per i tuoi figli. C’è ancora da fare per te su questa terra“.

Sembrava un segno di Dio. Ci è voluto un po’, ma alla fine ho contattato qualcuno della mia cerchia e ho detto le parole più importanti che si potessero dire…

Ehi! Ho bisogno di un ca**o di aiuto!

Quelle 6 parole hanno cambiato la mia vita.

Fu allora che iniziai a parlare con un terapeuta – e lentamente le cose cambiarono. Come ho detto, non so come si sentono le altre persone. Non voglio fare la predica a nessuno. Ma per me, mi sentivo come se fossi stato in modalità sopravvivenza per tutta la vita. Venendo da dove vengo io e vedendo le cose che ho visto, sono dovuto crescere in fretta. Ero l’uomo di casa a 9 anni. Quindi tuta la mia mentalità, indipendentemente dalla situazione, era sempre: “Non ho bisogno dell’aiuto di nessuno. Ne verrò fuori. Ho superato tutto il resto, quindi perché non questo?

Essere un prodotto del tuo ambiente non è una brutta cosa. Ma penso che sia una benedizione e una maledizione. Essere un cagnaccio, essere inscalfibile, avere sempre quella scimmia sulla spalla – ehi, lo so. Sono stato quel ragazzo. Ma il giorno in cui non puoi farcela da solo è arrivato. E devi essere abbastanza forte da chiedere aiuto.

Sentite, mi conoscete tutti. Sapete tutti come sono e cosa rappresento. Se posso nascondere il mio orgoglio e ammettere che non sto bene, allora nessuno può dirmi niente. Parlo ancora con il mio terapeuta ancora oggi e sto ancora sbrogliando molte delle cose pazzesche che ho passato. Non smetterò mai di farlo, perché non so davvero quando l’oscurità potrebbe tornare. In questo momento, però? Mi sento meglio di come mi sono sentito in anni. Mi sembra di respirare di nuovo aria fresca. Sento un senso di pace. Mi sveglio la mattina e faccio quello che amo fare: giocare a basket per vivere, essere un buon padre per i miei figli e portare avanti l’eredità e la luce di Frances Ann Pulley.

Quando guardo il mio figlio più giovane, e il modo in cui sporge il labbro inferiore e sorride compiaciuto, sono tipo: Dannazione. È proprio come mia madre. Un piccolo pezzo di lei è ancora qui.

Quando mio figlio maggiore viene correndo nella stanza per saltarmi addosso come, “Raaaahhhhh!!!!! Mio papà JOHNWALLLLLLLL!!!!!!!

Questo è il mio scopo ora.

E so che mi avete sentito dire non molto tempo fa, quando stavo giocando in una partitella con Paul George e ho detto… “Sono tornato.

Ed è vero. Sono tornato. Ma è anche qualcosa di molto, molto più profondo. È più grande del basket, quello di cui sto parlando. È LA VITA, vero?? Ho passato alcuni dei tempi più bui che possiate immaginare…

E sono ancora qui.

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