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Damian Lillard: “Via da Portland? Non mi venderei per vincere un anello. Davis? Comprendo”

di Michele Gibin

Nel nom de plume di Damian Lillard – point-guard e All-Star dei Portland Trail Blazers e rapper di successo – Dame DOLLA, l’acronimo “Dolla” sta per “Different o the Levels the Lord Allows“. Diverso, nel grado in cui il Signore ci permette di essere diversi.

 

Diverso, o se preferiamo fatto a modo suo nel modo di intendere la pallacanestro, la vita, ed il suo ruolo in entrambe. Ospite o protagonista del nuovo episodio di “Posted Up”, trasmissione in podcast di Chris Haynes di Yahoo Sports, Damian Lillard ha lasciato intravedere una piccola parte del suo mondo, e “messo in fila” le priorità di una carriera di successo, per un ragazzo partito dal nulla ed arrivato da Oakland, California, al primo quintetto All-NBA.

 

 

Perché non hai mai chiesto di essere ceduto in una squadra da titolo?” Una delle domande di Haynes, provocata dal sottotesto delle vicende Anthony Davis e Jimmy ButlerPerché non lo hai mai fatto, pur sapendo che gli anni di carriera davanti a te diminuiscono sempre più?

 

Ho passato gli ultimi sette- otto anni di carriera cercando di superare questo ostacolo (la ricerca del titolo NBA, ndr), è una cosa difficile. Ciò che non ho mai voluto fare però è dare per scontata la mia posizione. Oggi avrei potuto essere in una posizione decisamente peggiore a quella in cui mi trovo, potrei essere in un posto in cui non sono apprezzato come lo sono qui (a Portland, ndr). Tutti noi giochiamo per vincere un titolo, io faccio di tutto per darmi la possibilità di giocare per il titolo. In questi anni ho imparato però che non si tratta solo di questo. C’è dell’altro, molto altro (…) quando la mia carriera da giocatore sarà finita, tutte le relazioni, tutte le persone che avrò conosciuto, potranno dire e testimoniare quanto la mia carriera sarà stata solida, di come sia stato in grado di rimanere tanti anni al vertice, e di come abbia ottenuto tutto ciò nella maniera giusta

 

Prima di pensare di prendere un certo tipo di decisione” Prosegue Lillard “Prenderei in considerazione le ripercussioni che questo tipo di decisione potrebbe avere sulle persone a me vicine, sulle loro famiglie… di certo non lo farei solo perché ‘è la cosa migliore per me’. Io voglio vincere un titolo, ma vincere non è l’unica cosa che conta per me. Non voglio ridurmi a dovermi ‘vendere’ per raggiungere il titolo NBA a tutti costi, se questo implica conseguenze per altre persone“.

 

Damian Lillard continua poi descrivendo le relazioni speciali instaurate negli anni con alcuni compagni di squadra:

 

Io ed i miei compagni siamo amici. Chief (Al-Farouq Aminu, ndr) è un amico, C.J. (C.J. McCollum, ndr) è un amico. Per me vincere un titolo significa tantissimo, ma non è la sola ragione. Ciò che conta sapere per me è che ci sono persone così. Potrei decidere e dire ‘ok, vado in un’altra squadra a vincere’ e magari così facendo rovinare una stagione per altre persone. Queste direbbero ‘Dame se ne va, qualcuno dovrà andare via assieme a lui… questa o quella squadra pensano che io non sia abbastanza bravo per loro e non mi vorranno…’ e la carriera di questo giocatore, la sua famiglia potrebbero risentire delle conseguenze della mia richiesta. La decisione di una sola persona può condizionare la vita di tanti altri? Andare in un’altra squadra mi garantirebbe senza dubbio di poter vincere? Questi sono i motivi, per me

 

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Damian Lillard: “Anthony Davis? Spero trovi ciò che cerca. Portland è casa mia”

 

Imbeccato da Haynes, Lillard ha parlato poi della vicenda Anthony Davis, nome sovente speso affianco a quello del prodotto di Weber State quale sinonimo di star NBA “sprecata” in un contesto mediocre.

 

Davis? Spero possa trovare ciò che cerca. Siamo entrati nella NBA nello stesso anno, sono passati ormai 7 anni… credo che lui senta di aver fatto tutto il possibile (a New Orleans, ndr), ed ora ha manifestato il suo desiderio di voltare pagina. Non si può biasimarlo. A qualcuno non sarà piaciuto il modo in cui ha manifestato il suo desiderio, ma Anthony è ponto per fare il passo. Le squadre decidono ogni giorno sulla carriera dei giocatori…scambi, tagli, risoluzioni. La spiegazione è sempre una: fa parte del gioco, il che è vero. Ma quando è un giocatore a prendere una decisione del genere c’è una sorta di resistenza… io non ho alcun problema con questo. Non me l’aspettavo, questo si

 

Su Portland, i Trail Blazers e sulle difficoltà “storiche” della squadra nel trattenere i grandi giocatori:

 

Come hai detto, è difficile per Portland trattenere i giocatori in città. Di solito si dice che a Portland la comunità afroamericana non è così numerosa, e quindi questo può influenzare le decisioni dei giocatori neri. Per quanto mi riguarda, a Portland ho trovato situazioni e posti in cui mi piace stare, in cui mi trovo bene ed in cui voglio rimanere. Sono cresciuto ad Oakland, in una città in cui devi guardarti le spalle, poi sono finito a giocare al college nello Utah: neve, pace e tranquillità che non avevo mai visto prima, e mi è piaciuto. A Portland ho trovato un posto ed un’opportunità per crescere ed affermarmi (…) Ha funzionato

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