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NBA, i giocatori che hanno lasciato gli USA dovranno mettersi in quarantena al rientro

di Gabriele Melina

La rapida diffusione del Sars-CoV-2 ha causato una serie di complicazioni a livello globale, compromettendo anche il proseguimento della stagione NBA 2019\20. Tale minaccia ha costretto la lega ed il suo comitato giocatori a sospendere tutte le attività legate alla pallacanestro, prima solo per un mese, e poi a tempo indeterminato fino ad ulteriore aggiornamento. Il crescente numero di contagi sul suolo statunitense e nel resto del mondo, ci ha consentito di comprendere, almeno in linea generale, le modalità con cui bisognerà agire ad operazioni riprese.

In questi giorni, alcune franchigie hanno riaperto le porte delle loro palestre, così da consentire ai giocatori di poter finalmente praticare il gioco all’interno di strutture regolamentari. Altre società, al contrario, hanno deciso di mantenere ed imporre queste ferree regole di isolamento ai loro atleti per un altro po’ di tempo, la cui durata è oggi ancora sconosciuta, nella speranza che il virus diminuisca la sua efficacia. Per coloro che hanno abilitato l’accesso alle cosiddette facilities d’allenamento, sussistono ancora dei criteri da seguire cautamente ai fini della massima salute dei propri membri operativi. Queste regole sono: ingresso consentito a turni per un massimo di quattro giocatori a volta, e mascherine da indossare obbligatoriamente in ogni occasione, ad eccezione degli atleti che stanno svolgendo un’attività fisica.

Tuttavia, nonostante la possibilità di accedere alle varie strutture, molti atleti non ritengono ancoro del tutto sicuro l’ambiente in cui svolgerebbero queste attività. Secondo Ramona Shelburne, insider per ESPN, svariati membri della lega considererebbero la partecipazione a sessioni di allenamento come un vincolo per la facile diffusione del virus.

Ogni squadra è tenuta a misurare la temperatura dei propri giocatori prima di ogni ingresso in palestra, oltre a somministrare loro un questionario sullo stato di salute delle giornate precedenti. Nonostante ciò, molti giocatori non considerano queste contromisure un metodo abbastanza efficace per combattere la minaccia

Un secondo problema, riguarderebbe tutti giocatori provenienti da un altro paese diverso dagli Stati Uniti. Questa lunga lista di professionisti, comprende persone che hanno deciso di tornare nel loro paese nativo per condividere i lunghi momenti di quarantena in compagnia della loro famiglia. In questo caso, la procedura per far rientrare giocatori di provenienza non statunitense si complica ulteriormente.

Innanzitutto, una volta che il giocatore “straniero” è giunto sul suolo a stelle e strisce, deve immediatamente sottoporsi ad un periodo di auto isolamento. Se, nel corso di queste settimane non sviluppa nessun sintomo legato al Sars-CoV-2, allora potrebbe essere abilitato a partecipare alle singole sedute d’allenamento. Tra coloro che in futuro saranno tenuti a seguire queste indicazioni, rientra lo sloveno Luka Doncic, il quale è ritornato a casa nelle scorse settimane noleggiando un volo privato.

Inoltre, come citato in precedenza, non è dato per certo che questi giocatori siano volenterosi di abbandonare le loro famiglie per tuffarsi in una situazione che potrebbe avere un risvolto poco positivo. Un rappresentante di svariati giocatori europei, il cui nome non è stato reso pubblico, ha condiviso il suo pensiero a riguardo:”Ci sono volute almeno tre settimane alla lega per realizzare quali misure mettere in atto, e ce ne vorranno altrettante per far rientrare i giocatori di provenienza non statunitense. Per di più, molti atleti potrebbero considerare l’idea di rientrare negli Stati Uniti solo quando la NBA avrà stipulato un piano completo, sicuro, e dettagliato su quali saranno le misure da attuare“.

Se ciò dovesse accadere, allora la data di inizio della stagione regolare, oppure eventualmente dei playoffs, verrebbe posticipata ulteriormente, in modo da garantire a tutti la possibilità di rientrare in forma per disputare incontri di alto livello.

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