La NBA potrebbe essere tra le prime leghe professionistiche USA ad avere un protocollo per la somministrazione dei vaccini contro il coronavirus Sars-CoV2, quando i diversi prototipi in fase finale di approvazione diventeranno disponibili e immessi sul mercato.
La lega intende dunque anticipare i tempi e preparare i suoi giocatori a una eventuale campagna vaccinale, i cui contorni sono però ancora molto indefiniti. Allo studio ci sono alcune iniziative per sensibilizzare i giocatori, anche quelli più “scettici” nei confronti dei vaccini, sulla loro utilità anche per riportare gradualmente la stagione su binari più vicini alla normalità pre-covid.
Così come nella bolla di Orlando, la NBA dovrà – intende – stare attenta all’opinione pubblica e non dare l’impressione di voler prevaricare fasce di popolazione che negli Stati Uniti saranno tra le prime a ricevere il vaccino, ovvero personale sanitario e persone più fragili e esposte. Il programma educativo della NBA servirà a illustrare agli atleti i possibili effetti collaterali e le diverse tecnologie con cui i diversi modelli di vaccini in arrivo sono stati realizzati.
Tra le preoccupazioni degli addetti ai lavori, riportate da Brian Windhorst di ESPN, ci sarebbero le riserve di alcuni giocatori, e preoccupazioni sull’effetto che una tempistica diversa squadra per squadra o area per area della somministrazione del vaccino possa avere sul competitive balance della NBA. Un altro punto spinoso, e dibattuto in tutto il mondo, è la necessità di vaccinare chi ha contratto e superato in passato l’infezione. Circa 100 giocatori NBA hanno contratto il virus da marzo, un numero che non tiene però conto di eventuali contagi tra i giocatori durante i 4 mesi di chiusura e l’estate, ma solo dei risultati dei test ufficiali.
In attesa del vaccino, la NBA ha annunciato l’intenzione di ricorrere ampiamente all’uso dei test PCR rapidi per testare giocatori e staff quotidianamente, dei test che possono dare risultati entro 30-90 minuti e sono considerati attendibili.
Un altro aspetto su cui la lega potrebbe puntare è quello educativo: una campagna vaccinale che coinvolga atleti noti e personalità riconosciute potrebbe risultare utile per limitare eventuali “sacche di resistenza” tra la società civile al vaccino.

