Tim Duncan non ha mai amato le luci della ribalta, ma i riflettori della Naismith Hall of Fame ora gli chiedono di rendere onore al suo percorso. Nella sua carriera, con massima grazia, eleganza e silenziosa umiltà ha dato voce al suo gioco. Il mezzo che da quest’oggi lo ha ufficialmente inserito tra i più grandi. Ma ora deve usare il dono della parola per celebrare ed autocelebrarsi. E debutta con una sincera ammissione di sana tensione. “Non sono mai stato così nervoso come lo sono ora. Ho disputato tante finali, delle gare sette decisive. Ma senza dubbio questo momento mi rende nervoso come mai prima. Prima di essere qui ho passeggiato nella mia stanza tutto il giorno. Perciò vediamo cosa ne esce.”
Così Tim Duncan ha aperto il suo discorso di ingresso nella Hall of Fame. I diciannove anni con la maglia dei San Antonio Spurs sono uno dei più longevi e competitivi regni che la lega abbia mai testimoniato. Perché Tim Duncan è il secondo giocatore a vincere un titolo in tre differenti decadi. E nella storia della NBA, è l’unico assieme a Kareem Abdul-Jabbar con almeno 25.000 punti, 15.000 rimbalzi ed oltre 3.000 stoppate in carriera. Sul palco si destreggia con classe in un discorso attento a menzionare ogni momento e figura decisiva.
Partendo proprio da David Robinson, suo primo punto di riferimento sul campo e accompagnatore sul palco. Lo definisce un “perfetto professionista, che mi ha insegnato come essere un buon compagno di squadra ed una grande persona per la comunità. E lo ha sempre fatto guidandomi con l’esempio.” La storia ha poi dimostrato che ogni insegnamento è stato magistralmente incanalato nell’indole di Tim Duncan. Il quale ha disegnato la transizione successiva a quella generazione. Di cui ne è diventato leader, guidandola a significativi successi.
Il viaggio di Tim Duncan verso la Hall of Fame parte dalla famiglia
Nel suo eloquio per l’entrata nella Hall of Fame, Tim Duncan sottolinea come sia giunto su quel palco per merito della sua famiglia. Nonostante una “combinazione pari a zero di conoscenza della pallacanestro. I miei genitori mi hanno insegnato più su questo sport di chiunque altro. A trovare orgoglio in ogni cosa facessi. A sorridere ed essere felice per dove mi trovassi e quale fosse il mio ruolo. E provare sempre ad essere il migliore.” La sua adolescenza venne segnata dalla scomparsa della madre all’età di quattordici anni. Da quel momento furono le sue sorelle a crescerlo, diventando le sue “migliori amiche”. Fino ad allora, Tim Duncan era un nuotatore. Mai aveva preso tra le mani un pallone da pallacanestro, finché non arrivò il primo matrimonio della sua vita.
Si autodefinisce “il bambino dalle isole”, quando ringrazia Dave Odom. Il suo primo allenatore che gli offrì una borsa di studio a Wake Forest dopo averlo visionato ad una partita. “Grazie per aver visto in me ciò che io non ero in grado di vedere”, ha proseguito Tim Duncan. Da lì in avanti, i San Antonio Spurs divennero la sua nuova famiglia. Descritti come una “magnifica e generosa organizzazione. Dal primo anno in cui arrivai (stagione 1997/98, ndr), eravamo competitivi ogni stagione. E fu grazie alla professionalità della dirigenza.” La concezione di affetto è universalmente trasmessa a chiunque abbia affiancato la sua carriera da giocatore.
Dai membri dei San Antonio Spurs, che Tim Duncan ha probabilmente contato. “In 19 anni ho avuto 140 compagni di squadra. Potrei provare a nominarli tutti ma non credo di farcela. Ma avere la possibilità di guardare alla propria destra, poi alla propria sinistra, e vedere gli stessi ragazzi per così tanti anni è incredibile. Talmente tanto che non riesco a descriverlo.” Poi i suoi più celebri avversari, in particolare coloro nominati con Tim Duncan ad inserire il proprio nome nella Hall of Fame. “Sei in grado di performare al massimo livello quando affronti i migliori. Quindi ringrazio la leggenda dei Lakers Kobe Bryant, e KG (Kevin Garnett, ndr). Voi avete sempre tirato fuori il meglio di me.”
Il romantico finale: Tony Parker, Manu Ginobili, Gregg Popovich
La caratura istituzionale e leggendaria dei San Antonio Spurs guidati da Gregg Popovich, Tony Parker, Manu Ginobili e Tim Duncan è un fenomeno difficilmente replicabile. Il primo è ancora alla guida della squadra, ed ha ineccepibilmente saltato la penultima gara di stagione regolare contro i Phoenix Suns per presenziare alla celebrazione di uno dei suoi più grandi monumenti. Ma prima di lui, Tim Duncan con senso di fratellanza dipinge già il futuro momento nel quale i suoi due compagni di squadra saranno su quello stesso palco per entrare nella Hall of Fame. “Manu Ginobili e Tony Parker, non vedo l’ora di vedere voi qui sopra. E di non vedere più me qui sopra. È stato un onore condividere ogni esperienza con voi. Vi sono grato per l’amicizia e tutto ciò che ha caratterizzato la nostra avventura insieme.”
I silenzi tra le parole si fanno più lunghi, come la visibile emozione domina il tono di voce di Tim Duncan quando arriva il momento di ringraziare Gregg Popovich. L’intero pubblico attendeva questo momento, tanto da incitarlo quando Tim Duncan è consapevole che soltanto il nome del suo allenatore è rimasto nella lista di persone da lodare. “Infine, infine… coach Pop. Ti sei presentato dopo che venni scelto al Draft. Sei venuto nella mia isola. Ti sei seduto con la mia famiglia ed i miei amici. Hai parlato con mio padre. Io credevo fosse normale. Non lo era. Sei una persona eccezionale. Grazie per avermi insegnato così tanto sulla pallacanestro. Ma oltre questo, ad avermi insegnato che non c’è solamente questo sport. Le cose importanti sono ciò che accade nel mondo, la famiglia. Ti ringrazio per ogni cosa e per essere quello stupendo essere umano che sei.”
Prima che una carriera, quella di Tim Duncan è stata una vita trionfale. Con una veste da supereroe che è soltanto sua. E con le tante famiglie da lui menzionate con precisione che lo hanno aiutato ad elevarsi. Probabilmente avrà percepito un certo sollievo quando ha terminato il suo discorso. Ma il nervosismo iniziale si è trasformato in gratitudine ancora più nitida per aver rappresentato una figura leggendaria nella storia di questo gioco.

