Mitch Kupchak

Nel 2004 una squadra di scappati di casa completa uno dei più clamorosi upset della storia della NBA. I Detroit Pistons di Rasheed Wallace e soci, ispirati ai Bad Boys che solo 15 anni prima terrorizzavano la Lega, battono gli stra-favoriti Los Angeles Lakers di Kobe, Shaq, Payton e Malone. Un sconfitta che brucia sulla pelle dei tifosi, quasi quanto le famose Finals del ’69.

Per indispettire un fan dei Lakers, basta ricordare dove finirono tutti quei palloncini.

Per i Lakers non fu solo la sconfitta di una grande (sulla carta) squadra, quanto la sconfitta di un progetto tecnico molto poco lungimirante. La convivenza di due star come Bryant e O’Neal era come i poli di una batteria che si scontrano: il potenziale era enorme, ma le scintille che ne sarebbero scaturite erano altrettanto intense. Nemmeno l’enorme esperienza e classe di un certo Coach Zen poterono mantenere il delicato equilibrio in quella coppia che, altrimenti, sarebbe potuta diventare la più dominante di sempre, quanto e più di quel Stockton-to-Malone che rappresenta l’apice indiscusso del pick&roll.

Già, Malone, The Mailman. Il suo arrivo ai Lakers, frutto di un abile contrattazione, assieme ad un’altro dei più conosciuti nickname, Gary “The Glove” Payton, formavano una squadra da FantasyBasket e, sempre sulla carta, uno dei quintetti teorici più forti di sempre. Al roster si aggiunse Horace Grant, magari non un HoF come i signori appena citati, ma sempre uno che ha vinto 4 anelli (di cui tre consecutivi).

Quella che sembrava un’enorme vittoria per la dirigenza, si trasformò in tragedia. Un quintetto formato da 4 All-of-Fame perse contro degli scappati di casa.

Passato e Futuro

Mitch Kupchak è stato un buon giocatore in NBA, non un All-Star certo, ma pur sempre capace (o dotato di fortuna) di vincere tre titoli NBA ed un’Olimpiade (quando ancora gli USA mandavo gli universitari, vista la superiorità, vera o presunta, nel gioco). Quando ancora indossava la maglia dei Lakers, Kupchak già si interessava alle dinamiche gestionali che una squadra NBA (ed ancor più la squadra più glamour della Lega) necessitava per primeggiare e comportare guadagni per la dirigenza e la Lega stessa. Nel 2000 è diventato General Manager, vincendo da allora 5 titoli NBA e raggiungendo altre 8 volte i Playoff.

Kupchak è sempre stato legato alla proprietà, a partire da quel Jerry Buss che ha comprato una franchigia anonima e l’ha trasformata nell’anima dello showtime. Forse è solo grazie alla fiducia della famiglia Buss (dopo la morte di Jerry, sono i figli a tirare le fila della società) che Mitch è ancora il General Manger della squadra più famosa del globo. Perché proprio a partire da quella cocente sconfitta, il suo operato è sempre stato dominato da chiari e scuri, una gestione altalenante tra acquisti scellerati e incredibili affaroni.

Jerry Buss

Il compianto proprietario dei Lakers Jerry Buss durante una riunione di lavoro.

Questione di strategie

Puntare su vecchie glorie ai titoli di coda della carriera per completare un roster con tanto potenziale è una strada molto pericolosa. Non solo perché potrebbe non giungere ai risultati sperati, ma anche perché, nella logica del mercato NBA, questo comporta quasi sempre ipotecare il futuro immediato della squadra, con l’occupazione di spazio salariale e lo scambio di scelte future.

La sconfitta del 2004 comportò la frattura totale del rapporto con O’Neal, che confluì in uno dei peggiori scambi della storia: Shaq fu tradato verso Miami (dove vinse ancora) in cambio di  Lamar Odom, Caron Butler (poi diventato un all-star a Washington, dopo essere stato scambiato con Kwame Brown) e Brian Grant. I Lakers ne uscirono distrutti, senza un roster decente che potesse supportare l’immensa classe di Kobe e senza pick di valore da scambiare.

Kupchak non era molto incline ad apprendere dai propri errori, però: nel 2012 dalla free-agency arrivò Dwight Howard, Steve Nash tramite trade, che assieme a Kobe e Gasol completavano una squadra (teoricamente) da titolo. Stavolta non furono i bad boys ad intralciare i piani della dirigenza, quando la mannaia degli infortuni, peraltro preventivabili in una squadra di ultra-trentenni.

Roster Lakers 2012

Nella foto di fine anno erano tutti molto meno sorridenti.

Quel progetto sciagurato non solo ha deluso le aspettative dei tifosi, ma anche impedito che la squadra potesse ritrovare un equilibrio necessario a competere in un Ovest sempre più complicato. Negli anni successivi, Nash appese la canotta al chiodo mentre Howard scappò a gambe levate appena possibile, seguito a ruota da Gasol. I Lakers, da pretender, si trovarono a dover tankare per mantenere la scelta protetta venduta ai 76ers negli scambi che avevano portato Nash a L.A. Situazione che, ancora oggi, rappresenta un freno alla rinascita della franchigia.

Scelte

Uno degli ambiti più prettamente legati al gioco che una dirigenza, ovvero il GM, deve gestire è il Draft. Certo, la storia (non troppo) recente dei Lakers parla quasi sempre di Playoff che si traducono in scelte non altissime. Se queste poi, come visto sopra, vengono svendute per giocatori a fine carriera, rimane piuttosto difficile rinforzare la squadra con l’acquisto di giovani leve.

Nonostante ciò dobbiamo risalire al 2007 per trovare l’ultimo grande giocatore pescato dai Lakers: Gasol. Non Pau, però, un giocatore che ha spostato gli equilibri e portato i Lakers a 2 titoli, ma il fratello Marc. Che in ogni caso fu proprio la pedina di scambio per portare il fratello maggiore a Los Angeles. Una vittoria per Kupchak, quindi, anche se seguita da colossali fallimenti.

Chi si ricorda delle scelte del 2010, Devin Ebanks e Derrick Caracter?

Oppure della 29esima scelta assoluta del 2009 Toney Douglas?

Per non parlare di Chukwudiebere Maduabum (immagino Chuk, per gli amici).

All’epoca del Draft furono costretti a diffondere un video su come pronunciarne il nome.

C’è da dire che Gasol rappresenta in realtà una mosca bianca in un mare di mosche nere, al massimo grigio scuro. Prima di lui gli unici degni di nota sono Jordan Farmar e Andrew Bynum, quest’ultimo più per la psiche incerta che per le prestazioni in campo.

Vuoi per sorte o per scarsi attitudini di scouting, il Draft è stato quasi sempre avaro di risultati per i Lakers. Ma le cose sono cambiate.

Addii

Il 18 febbraio 2013 Jerry Buss muore di cancro all’età di 80 anni. Pochi mesi dopo, al Draft viene chiamato con la 48 scelta Ryan Kelly.

Ryan “Lelly” Kelly è un buon giocatore, un tweener non di grandi doti, un buon panchinaro che sa eseguire bene i giochi. Ma non è tanto il suo valore tecnico ad essere importante (anche se lui la penserebbe diversamente), quanto perché rappresenta il punto di svolta della strategia dei Lakers, ovvero di Kupchak.

Dall’anno successivo sono arrivati via trade solo giocatori funzionali al progetto, al posto della ricerca di superstar in saldo (c’è chi dice che lo scarso appeal della franchigia abbia influenzato la free- agency, ma sono solo malelingue), mentre dalle notti dei Draft (grazie al tanking selvaggio e scout finalmente all’altezza) sono arrivati giocatori in grado di risollevare la qualità del roster e, si spera, dei risultati.

L’addio di Bryant al parquet è stato l’ultimo tassello nel puzzle dei “vecchi” Lakers, quelli sempre alla ricerca della strada più breve per il successo, con tanti soldi da spendere e poca attitudine per un progetto a lungo termine.

La nuova strada è costruire un roster con veterani di esperienza a guidare rookie o quasi ancora da formare. L’armadietto del numero 24 è stato svuotato ed adesso i giovani (ben) scelti da Kupchak e soci devono dimostrare se il progetto è valido o meno.

Ciliege e torte

Mike Brown, Mike D’Antoni e Byron Scott si sono dimostrati incapaci di tirare fuori il meglio da una squadra disastrata. La loro scelta non è stata certamente tra le più oculate di Mitch.

Il primo veniva da un lustro di sconfitte in quel di Cleveland, nonostante avesse per le mani il giocatore migliore del nuovo millennio.

Il secondo era un grande innovatore, ormai superato dalla sua stessa invenzione. A sua discolpa, sono stati gli infortuni più che il suo operato ad essere deludenti.

Il terzo… beh, è Byron Scott: odiato dai tifosi, odiato dagli stessi giocatori e probabilmente odiato anche dalla moglie, è l’allenatore dei Lakers più perdenti di sempre.

E’ facile criticare a posteriori, ma almeno stavolta pare che Mitch abbia imparato da questi errori. Il nuovo corso, infatti, aveva bisogno di un nuovo condottiero e Kupchak ha capito che era il momento di rischiare: l’all-in è andato, come tutti sappiamo, sul jack di cuori Luke Walton, tra l’altro chiamato al Draft nel 2003 dallo stesso Kupchak. Un altro segno della rivoluzione in atto, dunque, il completamento di una strategia aggressiva e rischiosa, anche se in realtà con poche alternative.

Un rischio, è vero, ma molto ben calcolato.

Possibilità

Erano, e sono, in molti a sostenere che questa sia l’ultima chanche di Mitch  Kupchak alle redini della seconda franchigia più titolata della storia dell’NBA. A dir la verità, se fosse stato per chiunque non si chiamasse Buss e non fosse milionario, Mitch avrebbe già aggiornato il suo profilo su LinkedIn. Ma è innegabile che le mosse che ha compiuto negli ultimi tre anni sono frutto di una programmazione a lungo termine, operata (e indotta) sulle ceneri della disastrata gestione precedente. E fino ad adesso ogni mossa si è rivelata piuttosto fortunata.

Nance, Ingram, Clarkson, Russell, Randel

Nance, Ingram, Clarkson, Russell, Randle

Nonostante l’imminente stagione difficilmente porterà grosse soddisfazioni quanto a risultati, sarà la cartina tornasole di questo progetto: se i segnali saranno positivi e se i giocatori troveranno l’alchimia fornita da Walton, Kupchak potrà sedere ancora molti anni su quella scomoda poltrona di pelle del suo ufficio di L.A.

In caso contrario, quella pelle diventerà molto, forse troppo, rovente.

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