Ron Matthias: Terminator & Son

di Luigi Ercolani

Terminator è una saga cinematografica per certi versi contraddittoria. Il personaggio che dà origine al titolo, nel primo capitolo, è un cyborg assassino, che viene fermato solo all’ultimo da una protagonista, Sarah Connor, ormai allo stremo delle forze.

Già dal secondo episodio, però, la musica cambia. Sarah Connor infatti viene nuovamente braccata da un killer androide, tecnologicamente più avanzato rispetto al modello che le aveva dato la caccia in precedenza.

Sulle tracce della donna, però, c’è anche quest’ultimo. La protagonista prova a sfuggire ad entrambi, salvo poi accorgersi che quello che l’aveva inseguita nel primo Terminator era stato riprogrammato, e aveva, ora, il compito di proteggerla.

L’incipit cinematografico può sembrare forse una stonatura. Eppure, a grattare la superficie, ci si accorge che è in realtà quello più coerente con il protagonista di questa storia.

Ronald Matthias, “Ron” per fare prima, in un qualche modo ha infatti vissuto la stessa trasformazione del cyborg interpretato da Arnold Schwarznegger. Anche se il motivo per cui lo chiamavano “Terminator” non aveva, fortunatamente, fini omicidi.

No, il protagonista aveva semplicemente un feeling particolare con il canestro. Se di “semplicemente” si può parlare, ovviamente, visto che ci sono giocatori che passano tutta la vita a rincorrere tale obiettivo senza arrivarci mai.

A Matthias invece è sempre riuscito tutto facile, dannatamente facile. E anzi, troppo dannatamente facile, verrebbe da soggiungere.

Uno scorer, ma non uno dei tanti. Forse il tiratore più mortifero che New York abbia mai prodotto dopo Joe “The Destroyer” Hammond.

Una particolarità li ha distinti: The Destroyer segnava da qualsiasi posizione, “Terminator” ti puntava, ti saltava e arrivava fino in fondo. Non senza prima averti descritto, però, il modo in cui lo avrebbe fatto.

E dire che il suo tiro, a memoria di chi lo ha visto, pare non fosse proprio l’apice del vertice in termini di correttezza della meccanica. Ma siccome l’obiettivo della pallacanestro è, ça va sans dire, fare canestro, e Ron di canestri ne ha sempre fatti molti, nessuno aveva da obiettare.

Una forza inarrestabile in campo, dunque, ma tutt’altro che inarrestabile fuori. Anche perché era lui stesso l’ostacolo più impervio per la propria affermazione.

Mai stato un frequentatore assiduo del proprio istituto scolastico, l’Evander Childs High School incastonato nel Bronx. O meglio, la sovra-presenza sul parquet, con titolo cittadino annesso cannoneggiando le retine avversarie, negli anni giovanili controbilancia la sua latitanza in classe.

Va da sé che il diploma rimanga pertanto un miraggio, ma siccome la land of opportunities è, appunto, ricca di opportunità, Ron rimedia un titolo equipollente e vira verso il Palm Beach Junior College. Spoiler: finirà malissimo.

Avrebbe potuto essere famoso, per la sua abilità realizzative. Le esplosioni di rabbia, l’atteggiamento pigro anche nel basket e soprattutto le accuse di avance esplicite ad un’insegnante lo renderanno invece famigerato.

E dire che in campo fa faville. Per dire: in una partita rifila una sonora lezione al concittadino Walter “The Truth” Berry, uno che come Ron segnava a getto continuo pur avendo un tiro non ortodosso, ma che era 2.02 metri rispetto al “normale” 1.90 di Matthias.

Una delle tante prestazioni che illuminano un talento unico nel suo genere. Una delle tante prestazioni che però non bastano a salvargli la carriera universitaria: espulso, arrivederci e grazie.

Cantava Fabrizio De André in Bocca di Rosa che una notizia notizia un po’ originale non ha bisogno giornali, vola veloce di bocca in bocca come una freccia che scocca dall’arco. Ed è allo stesso modo che la reputazione di Ron si diffonde, dissuadendo eventuali atenei interessati alle sue prestazioni.

Matthias a quel punto ci riprova al South Junior College di Savannah, Georgia. L’indisciplina lo affossa nuovamente: anche qui, tante care cose.

Gli ultimi scampoli li vive tra CBA e USBL, e sugli amati playground, cercando di trasmettere a diversi giovani l’importanza di non fare i suoi stessi errori. E tra questi giovani c’è anche suo figlio.

Ha il cognome della madre, Hazel “Smooth” Hosley: anche lei discreto talento ma dal tiro ondivago. Ma d’altronde, da qualcuno Quinton deve aver pur preso, no?

E a questo punto qualche lettore avrà fatto due più due. Ma Quinton Hosley non era quello che abbiamo visto giocare anche in Italia?

Bravi, per la precisione a Sassari e Roma. Ed è in particolare la prima tappa, quella più significativa.

Romeo Sacchetti, che in Sardegna lo ha allenato, lo ha descritto come un ragazzo umile e di poche parole, un duro dal carattere riservato. In campo (prima del ritiro) era uno tecnicamente dotato, e grande difensore, sul play avversario e, alla bisogna, anche su avversari più fisicati.

Il coach di Altamura ne ha poi sintetizzato l’apporto definendo Hosley “un giocatore da playground”. Il più naturale sequel di Terminator, in fondo.

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