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Three Points – Tra playoff e allenatori

di Stefano Belli

La fase decisiva della stagione è ormai arrivata. I prossimi giorni saranno fondamentali per le ultime pretendenti al titolo NBA, con l’inizio delle Conference Finals, ma anche per chi i playoff li ha guardati interamente in televisione. Martedì 15 maggio, infatti, avrà luogo la draft lottery, da cui dipenderà gran parte del futuro di molte franchigie. In questa edizione di Three Points, però, resteremo concentrati sul presente, tra le agguerrite serie di questi playoff e il recente giro di esoneri che ha svuotato le panchine di mezza lega. Partiamo subito!

 

1 – Playoff 2018: le quattro finaliste

Chris Paul (Rockets) e Stephen Curry (Waririors) saranno avversari nel penultimo atto dei layoff 2018

Chris Paul (Rockets) e Stephen Curry (Waririors) saranno avversari nel penultimo atto dei layoff 2018

Partirono in trenta, ne restarono quattro. Non è una rivisitazione di Dieci Piccoli Indiani, la filastrocca resa immortale dalla penna di Agatha Christie, bensì quello che accade ogni anno a metà maggio. I playoff 2018 hanno decretato le quattro finaliste, che in fin dei conti erano quelle che ci aspettavamo dall’inizio. Da una parte Golden State Warriors e Houston Rockets, dall’altra Cleveland Cavaliers e Boston Celtics. Guai, però, a definire ‘scontato’ il percorso che ha portato queste squadre alle finali di Conference.

Gli Warriors erano (e rimangono) i favoriti d’obbligo per la vittoria finale, ma la loro regular season è stata tormentata dai continui (anche se non gravi) infortuni, da un insolito nervosismo e dal nemico più insidioso: la troppa sicurezza. Chiudendo al secondo posto ad Ovest, con 24 sconfitte subite (le stesse ottenute sommando le due precedenti stagioni regolari), gli uomini di Steve Kerr hanno dato per la prima volta l’impressione di essere battibili. Un’impressione che si è prontamente dissolta ai playoff, quando Golden State ha spazzato via, senza troppi patemi, San Antonio e New Orleans. Nel corso delle due serie abbiamo visto i campioni in carica ‘scherzare’ con gli avversari, come fa un gatto che gioca con un insetto: prima lo lascia camminare, volare, saltellare, limitandosi a stuzzicarlo. Poi, quando il malcapitato pensa di riuscire a farla franca, lo divora in un boccone. La manifesta superiorità dei californiani è stata sublimata al rientro di Stephen Curry, nella gara-2 del secondo turno. Atteso in campo dai sonnolenti compagni per qualche minuto, quando si è tolto la tuta ha riacceso il pubblico e i motori della potentissima macchina da pallacanestro di Steve Kerr. Non che senza di lui gli Warriors fossero persi, anzi. A rubare la scena è stato, ancora una volta, Kevin Durant. Per lui una buonissima regular season, ma nulla in confronto a quanto messo in mostra in questi playoff, quando contava davvero. Considerando che anche Draymond Green e Klay Thompson si stanno avvicinano alla forma ottimale, e che la panchina risponde sempre presente (nessuno escluso), detronizzare Golden State appare una missione disperata.
I primi che proveranno a portarla a termine saranno gli Houston Rockets. Reduci dalla miglior regular season della loro storia e da una ‘passeggiata di salute’ contro Minnesota, gli uomini di Mike D’Antoni sono riusciti a superare anche gli Utah Jazz, ovvero il più ostico degli avversari. Lo hanno fatto grazie a James Harden, a Clint Capela, alla difesa e al ‘supporting cast’, ma soprattutto grazie a un Chris Paul che si è preso di forza la postazione di comando. Decisivo non solo in quanto a leadership tecnica ed emotiva, ma anche dal punto di vista realizzativo. Vedere per credere i 41 punti (con 10 assist) con cui ha permesso ai suoi di chiudere la serie con Utah. Un uomo in missione, così come l’intera squadra. Se c’è qualcuno che può quantomeno impensierire l’armata-Warriors, quelli sono sicuramente i Rockets.

Le finaliste dell’Est non sembrano avere le carte in regola per tenere testa alle altre due. I Cavs hanno LeBron James, e di per sé potrebbe anche bastare. Oltretutto, nel pesante ‘cappotto’ rifilato ai Raptors si sono visti importanti cenni di vita da parte di Kevin Love e degli altri gregari (J.R. Smith, Jeff Green, George Hill, oltre a Kyle Korver, forse il più costante – James escluso – in questi playoff). Però la squadra di Tyronn Lue arriva al momento decisivo della stagione senza aver risolto i cronici difetti in quanto a difesa, intensità e tenuta mentale. Chiaro, se King James dovesse rivelarsi la soluzione a tutti i mali, liberate spazio sul Mount Rushmore…
I Boston Celtics sono stati splendidi, in questi playoff. La loro cavalcata alle finali di Conference non può che entusiasmare, aldilà di tifo, simpatie e altre stupidaggini. Lo straordinario Brad Stevens ha dovuto dirigere le operazioni perdendo uno dopo l’altro i pezzi più pregiati del roster. Senza Gordon Hayward e Kyrie Irving, senza Daniel Theis (che non sarà una stella, ma è comunque un ottimo elemento da rotazione) e – per alcune partite – senza Marcus Smart e Jaylen Brown, Boston ha messo in campo la disciplina delle grandi squadre e la ferocia agonistica degli underdog. Lo ha fatto grazie a dei protagonisti insospettabili, fino a qualche mese fa: un rookie (Jayson Tatum), un giocatore al secondo anno (Jaylen Brown), un vecchio All-Star (Al Horford) e due giovani le cui carriere erano partite senza troppe fanfare (Marcus Smart e Terry Rozier). Spesso brutti (in attacco), a volte sporchi e sempre cattivi (sul piano agonistico), i biancoverdi si sono sbarazzati della ‘meglio gioventù’ della Eastern Conference: prima i Bucks, eliminati faticosamente in gara-7, poi gli arrembanti Sixers, rispediti al cantiere del loro ‘Process’ in cinque partite. Il prossimo step non è il futuro, bensì il presente della lega. Che questi Celtics partano sfavoriti è fuori discussione, ma guai a pensare che basti un LeBron James qualunque a spaventare un gruppo che non muore mai…

 

2 – Playoff 2018: chi abbandona la lotta

Ben Simmons (Sixers) e DeMar DeRozan (Raptors), due eliminati eccellenti al secondo turno playoff

Ben Simmons (Sixers) e DeMar DeRozan (Raptors), due eliminati eccellenti al secondo turno playoff

Chi esce peggio dal secondo turno playoff è certamente Toronto. I Raptors sono stati eccezionali in regular season, buoni – ma meno convincenti – nella serie contro Washington, sconfitti in partenza contro Cleveland. La loro semifinale di Conference è finita in gara-1; in vantaggio di dieci punti a inizio ultimo quarto, si sono fatti raggiungere dai Cavs (sbagliando anche quattro tiri nell’ultima azione dei regolamentari) e si sono arresi all’overtime. E’ vero, quando di fronte hai un fenomeno come LeBron James il più delle volte perdi, ma visti i recenti percorsi delle due franchigie, era doveroso aspettarsi una serie più combattuta. I Raptors sono un po’ come il Principe Carlo; arrivati nel momento sbagliato, intrappolati tra due generazioni. Qualora lo ‘spauracchio’ in maglia numero 23 dovesse cambiare Conference, ad Est toccherebbe alle nuove corazzate Boston e Philadelphia dettare legge, con i canadesi a reggere mestamente il cerino. Che sia ora di voltare pagina?

A proposito di Phila, i Sixers hanno preso una brutta botta. Gli entusiasmi (più che leciti) per la loro grande stagione sono stati spenti dagli agguerriti Celtics, ma la sconfitta non può che essere salutare. Un gruppo così giovane, dalle grandi prospettive ma già in grado di farsi sentire ai playoff, ha bisogno di mazzate come questa per crescere. L’ultima serie ha finalmente (non che fosse un auspicio, ma era troppo strano il contrario) mostrato che anche Ben Simmons appartiene al genere umano. Dopo aver trascinato la squadra in una maniera inspiegabile per un rookie, ha commesso degli errori che hanno pesato molto sulla mancata qualificazione. Per lui, per Joel Embiid (non troppo continuo, ma anch’egli al debutto ai playoff) e per il resto del giovane gruppo è pronto un futuro carico di sfide e aspettative. Con i giusti ritocchi estivi (magari rinnovando J.J. Redick e Marco Belinelli, ottimi in questi playoff), la caccia al trono dell’Est riprenderà puntualmente il prossimo ottobre.

Le due sconfitte della Western Conference escono a testa alta; più di così non si poteva proprio fare. I New Orleans Pelicans hanno combattuto orgogliosamente, ma la marea gialloblu era impossibile da arginare. Anche gli Utah Jazz ci hanno provato, ma le energie spese al primo turno contro OKC e l’ulteriore crescita degli Houston Rockets si sono rivelati ostacoli insormontabili per gli uomini di Quin Snyder. Entrambe le franchigie possono considerare questo 2017/18 un enorme successo, ma tutte e due dovranno azzeccare la prossima off-season per cercare di confermarsi, se non di migliorare. In Louisiana il primo obiettivo, per evitare che ad Anthony Davis vengano strane tentazioni, sarà convincere DeMarcus Cousins a rimanere. Nello Utah, invece, si punterà tutto sull’appeal di Donovan Mitchell per attrarre qualche free-agent di spessore. Qui tocca persino citare Irene Grandi: “Non è facile, però è tutto qui”

 

3 – L’ultimo giro di giostra

Stan Van Gundy (a sinistra) e Jeff Hornacek, ormai ex-allenatori di Pistons e Knicks

Stan Van Gundy (a sinistra) e Jeff Hornacek, ormai ex-allenatori di Pistons e Knicks

In questo caso non c’entra la sofferenza espressa da Marco Masini nell’omonima canzone, bensì il terremoto-allenatori che sta sconvolgendo quella parte di NBA che, da parecchio tempo, non pensa più ai playoff. Come direbbero i titolisti di professione, “il valzer delle panchine”. La regular season è terminata solo da qualche settimana, ma diverse franchigie hanno già deciso di cambiare guida tecnica.

Nemmeno il tempo di mettere da lavare le divise, che gli Orlando Magic avevano già cacciato Frank Vogel. Colui che aveva guidato gli Indiana Pacers alle loro migliori stagioni dai tempi di Reggie Miller ha pagato innanzitutto il drammatico (sportivamente parlando) periodo di mediocrità della franchigia, impantanata in un’infinita ricostruzione. Il suo successore dovrà innanzitutto sperare che dal prossimo draft esca quell’uomo-franchigia che, in Florida, manca dal 2012, anno dell’addio di Dwight Howard. A proposito di ‘Superman’, anche gli Charlotte Hornets, ultima squadra di DH12, hanno deciso di voltare pagina. Dopo l’ennesima stagione deludente sono stati allontanati sia coach Steve Clifford che il general manager Rich Cho. Per sostituirli, Michael Jordan ha scelto l’ex-Lakers Mitch Kupchak per il front-office e James Borrego in panchina. Quest’ultimo, reduce da una pluriennale esperienza come assistente di Gregg Popovich a San Antonio, ha superato la concorrenza dell’ex collega Ettore Messina. Qualora l’allenatore italiano, in corsa anche per la panchina dei Milwaukee Bucks, non dovesse trovare un posto da head coach, si farebbe sempre più concreta l’ipotesi che lo vorrebbe come erede di Pop, il cui futuro, dopo i tormenti degli ultimi mesi, è ancora avvolto dalla nebbia.

Come Orlando e Charlotte, altre due franchigie in lizza per il premio di “peggior gestione del decennio” hanno cambiato allenatore. I primi sono, ovviamente, i New York Knicks (a cui quel premio dovrebbe essere intitolato). Via Jeff Hornacek, ultimo residuo dell’era-Phil Jackson, dentro Dave Fizdale. L’ex assistant coach dei Miami Heat avrà un compito reso ancora più arduo dalla sempre più concreta possibilità che la star Kristaps Porzingis salti per intero la prossima stagione. D’altro canto, di situazioni difficili se ne intende, visto che la sua ultima avventura è stata al timone dei Memphis Grizzlies (che di recente hanno confermato il suo sostituto, J.B. Bickerstaff). Il licenziamento più rumoroso, però, è quello di Stan Van Gundy, sollevato dal doppio incarico di allenatore-presidente dei Detroit Pistons. E’ vero che, al suo arrivo (2014), SVG aveva trovato una franchigia allo sbando. I risultati dei suoi quattro anni di lavoro, però, sono sotto gli occhi di tutti: salary cap intasato da contratti folli (da quelli di Andre Drummond e Reggie Jackson, che mai potranno guidare una squadra da titolo, a quello ormai leggendario di Jon Leuer, che nel 2020 percepirà quasi 10 milioni di dollari) e playoff centrati solamente nel 2016, quando i Cavs eliminarono i suoi Pistons ‘passeggiando’ al primo turno. Mica male!

Restando in tema di allenatori-presidenti, alla luce dei mediocri risultati recenti sembrano piuttosto traballanti le posizioni di Doc Rivers (che aveva già perso il ruolo dirigenziale nel 2017) e Tom Thibodeau.
Rivoluzione in panchina anche per due squadre in piena ‘tanking mode’. Ad Atlanta è finita ufficialmente l’era di Mike Budenholzer, reduce dalla prima esclusione playoff dopo dieci partecipazioni filate. A Phoenix, invece, è iniziata l’avventura di Igor Kokoskov, già assistente degli Utah Jazz e, soprattutto, campione d’Europa con la nazionale slovena. Caso vuole che, tra i migliori prospetti dell’imminente draft, ci sia tale Luka Doncic, giovane star di quella nazionale. Salvo sorprese, i Suns dovrebbero avere una delle prime tre scelte. Facendo una semplice somma, non è impossibile che Phoenix punti tutto sul fenomeno attualmente in forza al Real Madrid…

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