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Three Points – Speciale trade deadline

di Stefano Belli

In fin dei conti, è stata una trade deadline più movimentata del previsto. Il mercato NBA, fino agli ultimi due giorni disponibili, è stato piuttosto stagnante, e il fatto che parecchie franchigie siano state completamente rivoluzionate l’estate scorsa spingeva a pensare che non ci sarebbero stati ulteriori, drastici cambiamenti.

Tra il 4 e il 6 febbraio, invece, ecco una serie di fuochi d’artificio che ha portato ben 45 giocatori a cambiare maglia. In questa edizione di Three Points analizzeremo le trade più interessanti, quelle le cui conseguenze potrebbero farsi sentire non solo in questo finale di stagione, ma anche nei prossimi anni. Saranno dunque escluse le trade che hanno portato Marcus Morris dai New York Knicks ai Los Angeles Clippers e Andre Drummond dai Detroit Pistons ai Cleveland Cavaliers.

Morris ha un contratto da 15 milioni di dollari annui in scadenza a giugno, e per restare alla corte di Doc Rivers anche nel 2020/21 dovrebbe accettare un importante ridimensionamento salariale. L’operazione-Drummond si può spiegare solo così: i Pistons si sono accorti che il loro centro non aveva mercato, ed erano spaventati dalla player option da quasi 29 milioni a cui sarà soggetto in estate. Rifiutandola, Drummond sarebbe andato via senza contropartite, esercitandola avrebbe intasato per un altro anno il monte salari di una squadra senza margini di crescita, lasciandola comunque senza niente in cambio nel 2021. Cleveland, che l’ha avuto praticamente ‘in regalo’ (per Brandon Knight, John Henson e una seconda scelta 2020), non ha problemi di salary cap; male che vada, si troverà con tanto spazio in più quest’estate, altrimenti proverà a ottenere qualche asset con un’ulteriore trade l’anno prossimo.

 

1 – La trade Russell-Wiggins

Andrew Wiggins e D'Angelo Russell, scambiati all'ultima trade deadline

Andrew Wiggins e D’Angelo Russell, scambiati all’ultima trade deadline

Da quando D’Angelo Russell è arrivato ai Golden State Warriors, si sono rincorse le voci su una possibile trade che lo riguardasse. La franchigia californiana, però, ha più volte fatto sapere di essere intenzionata a testarne la compatibilità tattica con Stephen Curry e Klay Thompson. Con gli ‘Splash Brothers’ fermi a lungo per infortunio e la squadra che sprofondava negli abissi della Western Conference, sembrava che ogni esperimento fosse rimandato alla prossima stagione. Invece, a poche ore dalla trade deadline, D-Lo se n’è andato davvero. Ha raggiunto il suo grande amico Karl-Anthony Towns ai Minnesota Timberwolves, accompagnato dai giovanissimi Omari Spellman e Jacob Evans. Dal freddo nord sono invece scese nella Bay Area una prima (protetta 1-3 nel 2021, altrimenti non protetta nel 2022) e una seconda scelta, e, soprattutto, Andrew Wiggins.

Per Minnesota, questa trade rappresenta uno scossone indispensabile. Nonostante un buon inizio, anche questo 2019/20 si stava trasformando nell’ennesima stagione fallimentare. Ormai era lampante come Wiggins e Towns non fossero più la coppia su cui puntare per uscire dal limbo eterno. Oltretutto, KAT aveva emesso i primi mugugni, lamentandosi di una mediocrità di squadra per la quale nessuno, lui compreso, è esente da colpe. Con una sola mossa, la dirigenza si è liberata del pesante contratto di Wiggins (a libro paga per oltre 121 milioni di dollari fino al 2023) e ha accontentato la sua giovane star, mettendogli accanto il partner ideale. Oltre ad essere molto uniti fuori dal campo (si conoscono fin dai tornei liceali della AAU), Towns e Russell formano una coppia potenzialmente esplosiva, i cui pick’n’roll e pick’n’pop minacciano di mettere a ferro e fuoco le difese avversarie.

Entrambi hanno vissuto una prima parte di stagione amara, in cui il pessimo andamento delle rispettive squadre è costato loro la conferma tra gli All-Star. Ora, però, saranno i leader incontrastati di un gruppo che ha l’ambizione e i mezzi necessari per ripartire una volta per tutte. Dopo la trade deadline, coach Ryan Saunders si trova a disposizione un nucleo giovane, versatile e davvero interessante: oltre a Russell, sono arrivati Malik Beasley e Juancho Hernangomez da Denver. La dirigenza è riuscita a trattenere il rookie Jarrett Culver e il sophomore Josh Okogie e ha liberato spazio salariale per qualche innesto di rilievo in estate. Sulla carta, ci sono tutti gli ingredienti per tentare di ripercorrere proprio le orme dei Nuggets, cresciuti di anno in anno fino a diventare una solida realtà a Ovest. Poi c’è sempre la prova del campo, quella in cui i Timberwolves sono sempre stati respinti miseramente. Stavolta, però, non ci sarebbero più scuse per un nuovo fallimento.

La prospettiva più interessante da cui guardare questa trade, però, si ha affacciandosi dal Bay Bridge. Dopo un 2019/20 da incubo, in cui la corazzata che ha dominato l’ultimo lustro si è trasformata in una bagnarola in balia della tempesta, in casa Warriors c’è un tremendo desiderio di riscatto. Con Stephen Curry fuori almeno fino a marzo e Klay Thompson che dovrebbe saltare l’intera stagione, per la rinascita si dovrà giocoforza aspettare il prossimo ottobre. Golden State non avrebbe potuto permettersi di perdere altro tempo in cerca della giusta alchimia tattica, così ha optato per Wiggins. E’ vero, finora il canadese non ha mai saputo tener fede alle enormi aspettative riposte in lui nel 2014, quando Cleveland lo scelse prima di tutti e lo girò ai Timberwolves nella trade per Kevin Love.

Però nella Baia, come dichiarato da coach Steve Kerr, non gli verrà chiesto di essere una superstar. Wiggins dovrà fare il ‘terzo violino’ in attacco, sfruttando gli enormi spazi aperti dai due fenomenali tiratori, e fare un passo avanti in fase difensiva. Più facile a dirsi che a farsi, ma il recente passato dimostra come l’organizzazione Warriors (a cui quella dei T’Wolves non è certo paragonabile) sia perfettamente in grado di far assorbire la giusta mentalità ai suoi nuovi innesti. Per Wiggins, la trade è l’occasione migliore per dare una svolta alla sua carriera, per Golden State un modo per riprendere il percorso ad alti livelli bruscamente interrotto quest’anno.

Gli Warriors possono guardare al 2020/21 con discreto ottimismo. Rischiavano di rimanere a mani vuote dopo l’addio di Kevin Durant, invece ora si ritrovano con uno starting five di tutto rispetto (Curry, Thompson, Wiggins, Draymond Green e Kevon Looney, sperando che quest’ultimo si sia lasciato alle spalle i problemi fisici) e con gli asset giusti per rinfoltire adeguatamente il roster. Difficile pensare che Bob Myers e soci attendano lo sviluppo dei giovani; più facile che utilizzino giocatori come Eric Paschall e una delle scelte alte a disposizione nei prossimi draft (la propria nel 2020, quella di Minnesota nel 2021 o 2022) per portare a casa qualcuno in grado di dare un contributo immediato per tornare a dettare legge nella Western Conference. Un anno di purgatorio è più che sufficiente…

 

2 – La trade Miami-Memphis

Jimmy Butler istruisce i nuovi arrivati Solomon Hill, Andre Iguodala e Jae Crowder

Jimmy Butler istruisce i nuovi arrivati Solomon Hill, Andre Iguodala e Jae Crowder

La trade che ha visto Andre Iguodala, Jae Crowder e Solomon Hill passare dai Memphis Grizzlies ai Miami Heat, in cambio di Justise Winslow, James Johnson (poi scambiato con Minnesota per Gorgui Dieng) e Dion Waiters (poi tagliato) potrebbe sembrare una mossa con prospettive a breve termine, soprattutto per Miami.

Effettivamente, Iguodala e Crowder sono degli ottimi rinforzi in vista dei prossimi playoff, in cui gli Heat vogliono passare da squadra rivelazione a legittima candidata alle Conference Finals. La loro mentalità difensiva e il loro ‘spirito guerriero’ sembrano cuciti su misura per il nuovo progetto della coppia Pat RileyErik Spoelstra, incentrato su Jimmy Butler e sulla sua proverbiale furia agonistica. Ma è guardando al futuro che si comprende meglio la reale portata di questa operazione. Con una sola trade, Miami si è liberata dei ‘contrattoni’ di Winslow, Johnson e Waiters, per un totale di quasi 42 milioni di dollari garantiti nel 2020/21. Se consideriamo che a giugno andranno in scadenza Goran Dragic e Meyers Leonard (altri 30 milioni combinati) e che nel 2021 toccherà a Kelly Olynyk e allo stesso Iguodala (oltre 27 milioni in due), capiamo facilmente dove vuole andare a parare Riley.

Nell’estate del 2021, gli Heat saranno probabilmente reduci da due partecipazioni consecutive ai playoff, e il loro monte salari sarà pressoché vuoto (63 milioni complessivi, da cui si potrebbero togliere i 15 di Iggy, soggetto a team option). Le premesse ideali per dare la caccia ad almeno uno dei grandi free-agent di quella classe. E i nomi sul piatto potrebbero essere piuttosto altisonanti: se un ritorno di LeBron James appare improbabile, chissà che, da qui al prossimo anno, ai vari Kawhi Leonard, Paul George e, soprattutto, Giannis Antetokounmpo non venga voglia di portare i propri talenti a South Beach. Fino ad allora, da Biscayne Boulevard potrebbe passare una serie di veterani alla ricerca di ricchi contratti annuali, in cambio di un solido contributo in chiave playoffs. Tra questi non c’è, almeno per ora, Danilo Gallinari; a poche ore dalla trade deadline, il Gallo sembrava a un passo dalla Florida, ma la sua richiesta di estensione pluriennale ha fatto saltare le trattative. A Miami sembrano avere progetti più ambiziosi.

Anche in prospettiva Grizzlies, questa trade può essere considerata un successo. Era davvero difficile ottenere qualcosa di buono dalla cessione di Iguodala, tenuto a ‘riposo forzato’ da ottobre a oggi. Invece sono arrivati un buonissimo two-way player come Winslow e un lungo d’esperienza come Dieng, utili fin da subito nella sorprendente rincorsa ai playoff e ‘scaricabili’ (magari con ulteriori trade) nel 2021. Il taglio di Waiters ha permesso di liberare spazio per l’estensione contrattuale di Dillon Brooks (35 milioni di dollari in 3 anni), e l’imminente scadenza degli accordi con Josh Jackson e Jordan Bell garantirà ulteriore flessibilità per aggiungere talento ed esperienza a un gruppo molto promettente. Grazie ai visibili progressi dei giovanissimi Ja Morant, Jaren Jackson Jr. e Brandon Clarke e all’impeccabile lavoro della dirigenza, a Memphis il futuro è ancora più roseo di quanto non sia questo fantastico presente.

 

3 – La maxi-trade Capela-Covington

Clint Capela (a sinistra) e Robert Covington, protagonisti di una trade a più squadre

Clint Capela (a sinistra) e Robert Covington, protagonisti di una trade a più squadre

Ad aprire col botto le danze in vista della trade deadline è stato un maxi-scambio che, a conti fatti, ha coinvolto ben nove squadre. Gli Houston Rockets hanno ottenuto Robert Covington e Jordan Bell (girato poi ai Memphis Grizzlies per Bruno Caboclo). Gli Atlanta Hawks hanno ricevuto Clint Capela e Nenè (subito tagliato). In una trade parallela, Atlanta ha ceduto Jabari Parker e Alex Len ai Sacramento Kings, in cambio del rientrante Dewayne Dedmon, poi ha acquisito Skal Labissiere dai Portland Trail Blazers e Derrick Walton Jr. (poi tagliato) dai Los Angeles Clippers, entrambi pagati con le famose cash considerations. I Minnesota Timberwolves si sono portati a casa Malik Beasley, Juancho Hernangomez, Jarred Vanderbilt, Evan Turner (che si accorderà a breve per un buyout) e la scelta al primo giro 2020 dei Brooklyn Nets. Infine, ai Denver Nuggets sono arrivati Noah Vonleh, Keita Bates-Diop, Gerald Green (tagliato) e Shabazz Napier (spedito subito ai Washington Wizards in cambio di Jordan McRae). Cosa resta, sotto questo fitto polverone?

Innanzitutto, emerge la scelta tattica ‘estrema’ di Houston, una franchigia che ha più volte ridefinito tale concetto. E’ vero, i Rockets hanno messo le mani su uno dei migliori ‘3&D’ della NBA e sono scesi sotto la soglia della luxury tax, però ora si ritrovano senza un vero centro in rotazione. Attualmente, gli unici a superare i 201 centimetri di Covington sono Tyson Chandler e Isaiah Hartenstein; il primo è un passo dal ritiro, il secondo è ancora troppo giovane. In ogni caso, nessuno dei due sembra in grado di stare in campo a lungo, soprattutto in una serie playoff. Giocare un finale di stagione senza un centro sembra insensato, eppure Houston ha vinto le ultime quattro partite prima della trade deadline tenendo Capela in panchina per 48 minuti, battendo poi a domicilio i Los Angeles Lakers il 6 febbraio. Lasciare in campo un quintetto ‘piccolo’ per tutta la gara è più destabilizzante per gli avversari, che per un gruppo in parte già abituato a fare a meno di un lungo lì nel mezzo. In ogni caso, pensiamo a quante varianti apparentemente illogiche ha proposto Mike D’Antoni nella sua carriera; da Amar’e Stoudemire spostato nel ruolo di pivot a Phoenix all’inserimento di altri playmaker (prima Chris Paul, poi Russell Westbrook) di fianco a James Harden a Houston. D’Antoni, come un novello Vasco Rossi, ha saputo trovare un senso ad ogni situazione. Solo che, stavolta, il margine d’errore è pressoché nullo: con il contratto in scadenza e con ogni suo desiderio esaudito dal general manager Daryl Morey, un nuovo fallimento corrisponderebbe quasi certamente al capolinea della sua avventura texana.

Le altre squadre coinvolte nella trade hanno prospettive più a lungo termine. Atlanta ha regalato a Trae Young un perfetto partner di pick’n’roll, e a coach Lloyd Pierce un elemento giovane, ma già piuttosto esperto, che potrà contribuire fin da subito alla crescita dei suoi Hawks. L’aggiunta di Dedmon (Labissiere è in scadenza di contratto) sembra quasi un monito per John Collins, che in estate potrà discutere un’estensione contrattuale; qualora le cifre richieste fossero eccessive, non è da escludere il suo inserimento in ulteriori trade. Minnesota ha ottenuto maggiore flessibilità salariale, in modo da poter ricostruire in estate attorno all’asse Russell-Towns. Denver si è liberata dell’incombenza di rinnovare Beasley ed Hernangomez, ha allungato le rotazioni in vista dei playoff e si ritrova con una prima scelta in più (quella di Houston) ad accrescere il suo potere di mercato.

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