Home NBA, National Basketball AssociationNBA in EvidenzaThree Points – L’evoluzione di Jayson Tatum

Three Points – L’evoluzione di Jayson Tatum

di Stefano Belli
L’emergenza Coronavirus, che sta paralizzando l’Italia da settimane, sta influendo (in modo ovviamente marginale) anche sugli appassionati di basket, almeno di quello giocato, costretti da cause di forza maggiore a restare fuori dalle palestre. Volendo ostinatamente trovare un aspetto positivo in tutto ciò, aumenta il tempo a nostra disposizione per seguire la stagione NBA, che continua la sua marcia di avvicinamento ai playoff. Con la deadline per il mercato dei buyout fissata per domenica 8 marzo, le trenta franchigie stanno assumendo le sembianze definitive, quelle con cui chiuderanno la stagione. In questa fase finale della regular season stiamo assistendo all’esplosione di tre giocatori, su tutti: Jayson Tatum, Russell Westbrook e Shake Milton. Il primo si è ‘evoluto’ in una superstar fatta e finita, il secondo sta tornando a giocare da MVP, il terzo è ancora in bilico tra “fuoco di paglia” e “grande rivelazione”. Sono loro i protagonisti della nuova edizione di Three Points. Disinfettiamo le mani, mettiamoci in auto-isolamento e allacciamo le mascherine: si parte!
1 – L’evoluzione di Jayson Tatum
Per Jayson Tatum un febbraio da superstar

Per Jayson Tatum un febbraio da superstar

Nell’edizione di Three Points dedicata ai nuovi All-Star, datata 6 febbraio, sottolineavamo come il 2019/20 di Jayson Tatum, debuttante alla partita delle stelle, non fosse poi così superiore a quello del compagno Jaylen Brown, escluso invece dalle selezioni. 21.9 punti, 6.8 rimbalzi e 2.9 assist di media per Tatum fino a quel momento, 20.3 punti, 6.5 rimbalzi e 2.2 assist per Brown. Ebbene, a un mese di distanza, possiamo affermare che tra i due si è creato un bel solco. Il numero 7 ha mantenuto grossomodo le sue cifre, confermandosi un elemento chiave su entrambi i lati del campo, ma Tatum è letteralmente esploso, assumendo le sinistre sembianze di una superstar fatta e finita.
Partiamo dai numeri: a febbraio, il neo-ventiduenne (ha spento le candeline il 3 marzo) ha viaggiato a 30.5 punti di media, con il 50% dall’arco. Sette volte oltre quota 30 in dodici partite, Tatum ne ha messi 39 nella gara casalinga contro i Los Angeles Clippers, poi ha applicato la sua personale ‘par condicio’ sui Lakers, pareggiando il suo career high da 41 punti, il 23 febbraio. Una serata speciale, quella dello Staples Center: il giorno prima, si era infatti celebrata la cerimonia di commemorazione per Kobe Bryant, grande idolo e mentore del giovane Tatum. Il numero 0 ha poi continuato a omaggiare il ‘Black Mamba’, non solo con il caratteristico polsino viola che, da allora, porta al braccio; 36 punti contro Portland, 33 e 11 rimbalzi contro Utah, 32+13 contro Houston.
Per constatare l’evoluzione di Jayson Tatum, però, le statistiche non bastano. Al terzo anno NBA, Tatum ha reso il suo gioco il perfetto mix delle qualità messe in mostra nelle due stagioni precedenti. La selezione di tiro e l’applicazione difensiva sono quelle intraviste nell’ottima campagna da rookie, l’efficacia in isolamento e nella creazione del tiro dal palleggio sono quelle perfezionate sotto la guida di Bryant nell’estate 2018. In più, Jayson è visibilmente migliorato nel gioco in area, attaccando il ferro con maggiore frequenza, sicurezza e aggressività. Basta vedere una partita qualsiasi per accorgersi che i Celtics sono diventati la sua squadra, in tutto e per tutto. Boston ha vinto nove gare su dodici a febbraio, sei delle quali giocate senza Kemba Walker, fermato da un problema al ginocchio sinistro. Il solido contributo di Jaylen Brown, Marcus Smart, Daniel Theis e Gordon Hayward è stato certamente provvidenziale, in una corsa che ha portato i Celtics a contendersi il secondo piazzamento a Est con i Toronto Raptors. L’esplosione di Tatum, però, potrebbe aver regalato a coach Brad Stevens un go-to-guy, un leader tecnico, la stella che mancava a questa squadra. Una stella nata e cresciuta in casa, a differenza di Kyrie Irving. Il reinserimento forzato di un fuoriclasse con un background diverso da quello dei giovani e rampanti Celtics, lo scorso anno, aveva causato una perdita d’alchimia e d’identità, facendo deragliare il progetto. Se Tatum dovesse continuare di questo passo, dimostrando che la chiamata all’All-Star Game è stata solo un punto di partenza, quel progetto potrebbe essere rilanciato con forza. Le pretendenti al titolo sono avvisate…
2 – Westbrook unchained
Il nuovo assetto dei Rockets ha scatenato la furia distruttiva di Russell Westbrook

Il nuovo assetto dei Rockets ha scatenato la furia distruttiva di Russell Westbrook

Come Jayson Tatum, anche Russell Westbrook è stato protagonista di un febbraio da MVP. In questo caso, la miccia non è stata la convocazione all’All-Star Game (a cui è piuttosto abituato, essendo quella del 2020 la sua nona partecipazione), bensì la trade deadline. Inizialmente, la maxi-operazione che aveva portato Robert Covington agli Houston Rockets e spedito Clint Capela agli Atlanta Hawks aveva suscitato una perplessità, su tutte: perché Houston si è privata del suo centro titolare, nonché dell’unico lungo di peso presente a roster? Dopo un mese, la prima risposta appare chiara: per scatenare la furia distruttiva di Westbrook.
Il nuovo ‘extreme small ball‘ ideato da coach Mike D’Antoni ha permesso di aprire voragini per le penetrazioni di Russ. Unico giocatore dei Rockets a segnare con costanza all’interno dell’area e in post basso, l’ex-Thunder ha ritrovato lo spirito che, nell’Oklahoma, lo aveva reso un MVP. Il suo bruciante primo passo e i suoi feroci attacchi al ferro stanno facendo letteralmente saltare le difese, già disorientate dalla mancanza di punti di riferimento a centro area, e stanno facendo ‘banchettare’ i tiratori. Al momento, Houston ha il secondo miglior attacco NBA per media punti, e ha vinto sette dei dieci incontri disputati dopo la trade deadline. In questo lasso di tempo, Westbrook è stato pressoché incontenibile: 33.6 punti di media, tirando con il 56% dal campo e con il 42% da tre punti. Il tiro dall’arco è una soluzione che adotta sempre con meno frequenza (solo 2.4 tentativi a partita), il che non è poi così male per Houston, visti i risultati storicamente ondivaghi. Sempre oltre quota 30 punti, tranne in due occasioni (21 a San Francisco e 24 nell’imprevedibile disfatta del Madison Square Garden), è stato decisivo nei successi contro Lakers e Celtics, griffati con due prove da 41 punti.
Parlando di Westbrook, bisogna guardare entrambi i lati della medaglia: il rischio di andare ‘fuori giri’ è sempre alto, e alcune sue scelte restano rivedibili, soprattutto nei finali di partita (quando D’Antoni non riesce a impedirgli di gestire i possessi chiave). Anche il rendimento individuale di James Harden, probabilmente, ha risentito del maggiore coinvolgimento del compagno di reparto nelle operazioni d’attacco. Dopo un avvio di stagione da fantascienza, le sue cifre (seppur ugualmente straordinarie) sono visibilmente calate: 36.8 punti, 7.3 assist e 6.5 rimbalzi in 37.2 minuti di media, con 10.5 tiri liberi tentati, fino alla trade deadline, 30.6 punti, 7.4 assist e 5.8 rimbalzi in 35.2 minuti, con 8.6 viaggi in lunetta, dal 6 febbraio in avanti. Anche in questo caso, per i Rockets non è affatto una cattiva notizia; la squadra gioca a ritmo più alto, è meno Harden-dipendente (la dimostrazione più evidente è stata la vittoria di Boston, ottenuta nonostante la serataccia da 7 su 24 al tiro del numero 13) e, di conseguenza, meno prevedibile. D’altronde, anche il Barba avrà capito che collezionare record personali non è sufficiente, per puntare al titolo.
Risultati alla mano, la versione ‘unchained’ di Westbrook sta finalmente dando un senso al progetto di coach D’Antoni (in scadenza di contratto, quindi con margini d’errore ridotti all’osso) e del general manager Daryl Morey. Ancora una volta, alla faccia degli scettici.
3 – Dream Shake
Malik 'Shake' Milton, protagonista di una partita da sogno allo Staples Center

Malik ‘Shake’ Milton, protagonista di una partita da sogno allo Staples Center

Come recitava uno dei più celebri slogan utilizzati dalla lega, la NBA è “Where amazing happens”. Una delle cose più affascinanti a cui si può assistere è l’improvvisa esplosione di un giocatore arrivato ‘dal nulla’, o comunque rimasto a lungo fuori dai radar. La scorsa domenica, allo Staples Center, amazing happened. Il protagonista dell’ennesima favola sportiva americana è stato Malik Benjamin ‘Shake’ Milton, che contro i Clippers ha vissuto una serata da sogno: 39 punti (massimo in carriera, ovviamente), con un incredibile 7 su 9 da oltre l’arco. Considerando anche le due ottime performance precedenti (20 punti a Cleveland e 19 contro i New York Knicks), Milton ha messo a segno 13 triple consecutive, pareggiando il record NBA. Di fronte a un exploit del genere, alcune domande sorgono spontanee: i Philadelphia 76ers hanno trovato una nuova stella? Siamo al cospetto di una nuova ‘Linsanity’? E soprattutto, chi è Shake Milton?
L’ultima è la risposta più semplice: bastano un paio di ricerche. Malik nasce a Okmulgee, cittadina dell’Oklahoma che ha dato i natali anche a Bill Self, leggendario coach di Kansas University. Suo padre Myron, giocatore a livello collegiale con Texas A & M, è soprannominato dagli amici ‘Milk Man’, abbreviato in ‘Milk’. Un po’ per l’assonanza con il nome vero, un po ‘ perché, a detta della moglie Lisa, è cresciuto molto velocemente, come se avesse bevuto latte di continuo. Quando Lisa rimane incinta, i creativi amici si riferiscono al nascituro definendolo ‘Little Milk Shake’. Quel soprannome non lo abbandonerà mai, tanto da far credere ai compagni dei Sixers che si tratti del suo nome reale.
Dopo aver mostrato grandi doti realizzative (quasi 30 punti di media nell’ultimo anno) a Owasso High School, sempre nei territori indiani dell’Oklahoma, la strada di Shake si incrocia con quella di un altra leggenda di Kansas, Larry Brown. Licenziato da Michael Jordan al termine di una pessima esperienza con i Charlotte Bobcats, Brown decide di tornare su una panchina collegiale, quella di Southern Methodist University, in Texas, accogliendo Milton nel 2015. Tre anni prima, papà Milk se n’è andato, stroncato da complicazioni cardiache a soli 43 anni. Nel triennio con i Mustangs, Shake mette insieme cifre discrete, toccando i 18 punti di media e facendosi notare dagli scout NBA, prima di chiudere anzitempo l’ultima stagione per la rottura della mano destra.
Al draft 2018, i Dallas Mavericks lo chiamano con la scelta numero 54, salvo poi girarlo a Philadelphia in cambio delle scelte numero 56 (Ray Spalding) e 60 (Kostas Antetokounmpo, fratellino dell’MVP in carica). Avendo firmato un two-way contract, passa il 2018/19 a fare la spola tra la G-League e la prima squadra. Con i Delaware Blue Coats è una macchina da canestri (24.9 punti di media, quarto miglior realizzatore stagionale della lega di sviluppo), con i Sixers un elemento ai margini delle rotazioni di coach Brett Brown: 20 apparizioni, con 4.4 punti in 13.4 minuti a partita. In estate firma un regolare contratto di quattro anni al minimo salariale, ma la sua carriera NBA decolla definitivamente il 25 gennaio 2020, quando l’infortunio di Josh Richardson gli apre le porte del quintetto. Cinque giorni dopo, ad Atlanta, si regala una prima gemma da 27 punti, in una partita stra-persa contro gli Hawks (-10). Quindi una serie di alti (17 punti in un’altra pesante sconfitta, contro Milwaukee) e bassi (in campo per soli 47 secondi nella ‘gara d’andata’ contro i Clippers), fino ai fasti recenti.
Come per Jeremy Lin nel 2012, l’esplosione di Milton è stata favorita dagli infortuni eccellenti; allora Carmelo Anthony e Amar’e Stoudemire, oggi Ben Simmons e Joel Embiid, oltre a Richardson. Per ripetere la magia della Linsanity, però, Shake dovrebbe mantenersi sui livelli dello Staples Center da qui al termine della regular season, il che appare piuttosto improbabile; a breve, le stelle dei Sixers rientreranno. Anche se dalla panchina potrebbe comunque dare un buon contributo, per il numero 18 e per le sue triple ‘ignoranti’ ci sarà molto meno spazio. Coach Brown dovrà tornare a preoccuparsi di trovare il giusto equilibrio tra i suoi giovani fenomeni e di dare un’identità alla sua squadra, onde evitare che, ai playoff, vengano al pettine più nodi del previsto.

You may also like

Lascia un commento