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Three Points – Zion is back!

di Stefano Belli

Terminata la lunga fase di rodaggio iniziale, la regular season 2019/20 sta per entrare in un periodo piuttosto intenso. In attesa della trade deadline, che potrebbe ravvivare un mercato fin qui stagnante, nelle ultime ore sono stati annunciati i titolari del prossimo All-Star Game. Avremo modo di parlarne nelle prossime edizioni, quando sapremo anche i nomi delle riserve. Questa, però, è stata soprattutto la settimana del ritorno di Zion Williamson, che si guadagna la nostra copertina.

 

1 – Zion is back!

Zion Williamson ha debuttato mercoledì contro gli Spurs

Zion Williamson ha debuttato mercoledì contro gli Spurs

L’abbiamo aspettato a lungo, ma finalmente Zion Williamson è tornato. Ancor prima del suo debutto in un incontro ufficiale NBA, su di lui era già stato detto e scritto di tutto, e non sempre in termini positivi. Da una parte il clamore generato dai video delle sue poderose schiacciate al liceo, lo stupore per il suo dominio all’università e gli elogi per le sue prestazioni in pre-season, dall’altra i continui dubbi sul suo conto. Andando sempre in ordine cronologico: lo scetticismo sulle sue reali possibilità ai piani superiori, le voci sulla sua intenzione di fermarsi dopo la famigerata rottura della scarpa (durante Duke vs. North Carolina), le ‘condanne a priori’ sulla sua tenuta fisica e le speculazioni sull’eventualità di rimandare il rientro alla prossima stagione, per puntare al premio di Rookie Of The Year (quello del 2020 appare saldamente nelle mani di Ja Morant). Zion ha sempre risposto in modo umile e genuino fuori dal campo e con una ferocia da cannibale sul parquet. Non ha avuto problemi a manifestare commozione, entusiasmo e nervosismo in occasione del draft, del media day e della conferenza stampa pre-debutto; ne ha avuti ancora meno a sovrastare gli avversari e infiammare il pubblico con il suo mostruoso atletismo, quello che lo ha reso una celebrità già da ragazzino.

All’esordio stagionale, una sconfitta casalinga contro i San Antonio Spurs, la ‘ruggine’ da inattività (non giocava una vera partita da più di tre mesi) si è fatta sentire: nei primi tre quarti, Zion ha segnato appena cinque punti e ha perso qualche pallone banale. Nell’ultima frazione, però, ha mostrato una piccola anteprima dello spettacolo a cui potremmo assistere da qui in avanti: 17 punti consecutivi in poco più di tre minuti (su 18 totali di gioco), con un impressionante 4/4 da tre punti, e lo Smoothie King Center trasformato di colpo in una polveriera. Alla fine hanno vinto gli avversari ma, per New Orleans e per la NBA, l’era di Zion Williamson è finalmente cominciata.

I Pelicans avevano un disperato bisogno di riaccogliere Zion in squadra. Partiti con aspettative rosee, si sono scontrati presto con la dura realtà: per rendere competitivo un gruppo giovane e appena assemblato, serve tempo. Il talento a disposizione di coach Alvin Gentry non è poco, ma l’assenza di Zion, attorno al quale si vuole costruire la franchigia, ha tolto qualsiasi certezza dal punto di vista tattico e delle rotazioni. Da ottobre a oggi sono scesi in campo 16 giocatori diversi, tutti con almeno 10 minuti di media. Tra questi, solo il rookie Nickeil Alexander-Walker e i due two-way-contract players Josh Gray e Zylan Cheatham non sono mai partiti in quintetto. Aspettando Zion, i Pelicans sono diventati la squadra di Brandon Ingram, che viaggia a quasi 26 punti di media e si candida sia al primo All-Star Game in carriera, sia al premio di Most Improved Player Of The Year.

Per il resto, New Orleans non ha ancora deciso se lasciare spazio ai giovani (tra i quali si sta facendo largo il super-atleta Jaxson Hayes) in ottica futura o se continuare a puntare sui veterani (Jrue Holiday, J.J. Redick, E’Twaun Moore, Derrick Favors e Nicolò Melli – matricola ‘atipica’, visto che domenica compirà 29 anni) per tentare un arrembaggio agli ultimi piazzamenti playoff. Se le innumerevoli sconfitte iniziali (addirittura 13 consecutive tra novembre e dicembre) facevano propendere per la prima soluzione, la recente crescita (11 vittorie nelle ultime 17 partite) e il ritorno di Zion lasciano spazio a qualche tentazione. L’importante, da qui ad aprile sarà trovare un’identità di squadra, impossibile da definire senza il fenomeno da Salisbury. D’altronde, la missione di Zion non è mettere in bacheca il trofeo per il miglior rookie, ma fare la storia di una franchigia, di una città, di una lega.

 

2 – Al ritmo dei Jazz

Gli Utah Jazz stanno facendo la voce grossa a Ovest

Gli Utah Jazz stanno facendo la voce grossa a Ovest

Da quando Donovan Mitchell è sbarcato a Salt Lake City, la regular season degli Utah Jazz sembra seguire sempre lo stesso spartito: una partenza a ritmo lento, poi si vira sull’andante moderato, quindi, di solito con l’arrivo dell’anno nuovo, si passa a una sinfonia sempre più veloce. Il 9 dicembre, il record dei Jazz era piuttosto mediocre: 13 vittorie e 11 sconfitte. Da quel momento in avanti, è arrivato un netto cambio di passo; Utah ha perso solo 2 delle 20 partite successive, entrambe le volte in trasferta. Il primo k.o. è arrivato il 23 dicembre nella pressoché inespugnabile American Airlines Arena di Miami, il secondo allo Smoothie King Center di New Orleans, dove l’infuocato duello tra Mitchell (46 punti, pareggiato il massimo in carriera) e Brandon Ingram (49, nuovo career high) ha rimandato il verdetto all’overtime.

Anche in questo 2019/20, l’andamento della squadra di Quin Snyder ha a che fare con questioni di calendario; tra le prime 11 sconfitte ci sono state quelle contro Lakers (due volte), Clippers, Bucks, Raptors e Sixers, mentre gli unici top team battuti nell’ultimo mese e mezzo sono stati gli stessi Clippers (+13 allo Staples Center), i Nets (+11, sempre in trasferta) e i Pacers, sconfitti con un roboante +30 alla Vivint Smart Home Arena.

A prescindere dal calendario favorevole, i Jazz hanno compiuto una vertiginosa scalata della Western Conference, fino a raggiungere il secondo posto dietro agli inarrivabili Lakers. Una corsa propiziata dall’ennesima stagione da All-Star di Mitchell (che stavolta potrebbe guadagnarsi davvero la convocazione, visti anche i forfait annunciati dei concorrenti Stephen Curry e Klay Thompson), dalla dominante presenza sotto i tabelloni di Rudy Gobert (credibile candidato al terzo Defensive Player Of The Year Award consecutivo) e dal sempre affidabile Joe Ingles, a cui quest’anno Snyder ha chiesto spesso di partire dalla panchina. Sono stai però i nuovi innesti a dare la spinta in più ai Jazz. Bojan Bogdanovic sta giocando la miglior stagione in carriera. I suoi 21.1 punti di media lo rendono l’ideale ‘secondo violino’ per Mitchell, ma spesso è stato il croato a caricarsi sulle spalle il peso dell’attacco, risultando decisivo nelle partite più combattute. Chiedere per conferma ai Milwaukee Bucks, battuti da una sua clamorosa tripla a fil di sirena l’8 novembre. Notevole anche l’impatto di Jordan Clarkson, arrivato la vigilia di Natale dopo uno scambio che ha spedito a Cleveland l’eterna promessa Dante Exum.

Tra i protagonisti principali di questo grande momento di forma dei Jazz, però, non troviamo Mike Conley, la maggiore novità della scorsa off-season. Curiosamente, la striscia positiva è coincisa con l’assenza dell’ex point guard dei Memphis Grizzlies, costretta a saltare 19 partite per un problema al bicipite femorale. Anche prima dell’infortunio, il contributo di Conley è stato ben al di sotto delle aspettative. Attualmente viaggia a 13 punti di media (peggior dato dal 2009/10) con il 37.7% dal campo (peggior dato in carriera). Più in generale, non sì è ancora dimostrato quel leader tecnico e carismatico che la dirigenza cercava per elevare Utah al livello delle altre contender. I tre mesi che ci separano dall’inizio dei playoff saranno fondamentali per lui e per la squadra. Per poter ambire legittimamente al titolo NBA manca l’ultimo passo, ma spesso è quello più difficile da compiere.

 

3 – La rivincita di Markelle

La carriera di Markelle Fultz è ripartita da Orlando

La carriera di Markelle Fultz è ripartita da Orlando

Mettiamo subito le mani avanti: mezza stagione a 11.9 punti, 3.5 rimbalzi e 4.6 assist di media non sono certamente sufficienti a giustificare la prima scelta assoluta del 2017. D’altro canto, neanche su DeAndre Ayton e Zion Williamson, scelti prima di tutti nei draft successivi, si possono già tracciare valutazioni definitive. Non c’è dubbio, però, sul fatto che Markelle Fultz si stia prendendo una bella rivincita, in questo 2019/20.

La carriera NBA dell’ex giocatore dei Washington Huskies si è presto tramutata da sogno a incubo. Arrivato con enormi aspettative in una squadra, i Philadelhpia 76ers, che non poteva permettersi di aspettare la sua crescita, Fultz ha dovuto fare i conti con troppe avversità. Prima le difficoltà di inserimento in un gruppo già competitivo, poi le critiche della stampa e i mugugni dei tifosi, quindi il misterioso problema alla spalla che ha compromesso due intere stagioni, infine la trade deadline 2019.

Spedendolo agli Orlando Magic in cambio di ‘briciole’ (Jonathon Simmons, attualmente senza squadra, e due scelte future protette), Phila lo ha di fatto scaricato, archiviando la sua scelta come un esperimento fallito. La sensazione di una carriera finita ancora prima di cominciare è cresciuta nell’ultima parte della scorsa stagione, con Markelle costantemente lontano dai campi per recuperare dall’infortunio. Quasi a sorpresa, Orlando ha deciso di esercitare l’opzione sull’ultimo anno del contratto di Fultz, garantendo al giocatore gli oltre 12 milioni di dollari previsti per il 2020/21. La fiducia concessa al ragazzo dalla sua nuova franchigia non si è manifestata solo in termini economici; coach Steve Clifford lo ha infatti promosso in quintetto dopo cinque partite. Fultz ha risposto alla grande, dimostrandosi all’altezza della situazione e regalando qualche performance notevole. Su tutte, la tripla-doppia da 21 punti, 11 rimbalzi e 10 assist decisiva per battere a domicilio i Los Angeles Lakers. Più che le sue cifre, che non sono ancora (e che forse non saranno mai) quelle di un All-Star, l’aspetto più incoraggiante del suo 2019/20 è la tenuta fisica. Al momento sono già 43 le partite disputate con la maglia dei Magic; considerando che, con i Sixers, è sceso in campo appena 33 volte in due stagioni, possiamo benissimo affermare che per Fultz si tratti di un nuovo inizio.

La rivincita di Markelle è una delle poche note liete dell’annata dei Magic. E’ vero, Orlando è in piena zona playoff, ma il settimo posto attuale è più frutto dei demeriti altrui (Brooklyn è in difficoltà, Chicago cresce a rilento e Detroit è sull’orlo del collasso), che delle proprie virtù. Una serie di infortuni alle ginocchia ha terminato anzitempo la stagione del giovane Jonathan Isaac, che stava mostrando enormi progressi, e del veterano Al-Farouq Aminu, e terrà ai box per qualche settimana D.J. Augustin, uno dei protagonisti della sorprendente qualificazione alla post-season centrata nel 2018/19. Gli altri attori principali ci sono ancora, ma sono sempre gli stessi: Nikola Vucevic, Evan Fournier e Terrence Ross; non esattamente le star del futuro. Quelle, da Aaron Gordon a Mohamed Bamba, rischiano di spegnersi prima ancora di aver cominciato a brillare.

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