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Three Points – LeBron James: manifesto alla carriera

di Stefano Belli

L’ultima edizione di Three Points risale al 6 marzo, quando la NBA, e il mondo in generale, avevano ancora il solito volto. Un volto ormai irriconoscibile, dopo mesi che non avremmo mai immaginato di vivere, all’interno di un tunnel di cui non si vede ancora l’uscita. Nei giorni in cui si è fermato tutto, si è fermata anche la stagione NBA, e più di un motivo ci ha portato a pensare che i giochi non sarebbero più ripresi. Invece, la lega di Adam Silver ha assemblato una macchina perfetta, un’organizzazione destinata a diventare un modello per il futuro dello sport. Nella bolla di Disney World, la stagione 2019/20 si è chiusa con dei playoff elettrizzanti, in cui il livello agonistico ha avuto ben poco da invidiare alle edizioni precedenti. A metà ottobre, quando di solito ci staremmo preparando a una nuova regular season, siamo qui a celebrare i nuovi campioni NBA: i Los Angeles Lakers di LeBron James. Ai gialloviola, al loro leader, ai loro avversari e a queste irripetibili NBA Finals è dedicata la nuova edizione di Three Points. Come direbbe LeBron: “Let’s gooo!!”.

1 – Los Angeles Lakers: la stagione (quasi) perfetta

E’ difficile definire ‘perfetta’ una stagione interrotta per quattro mesi e mezzo da una pandemia e segnata dalla tragica scomparsa di Kobe Bryant, per oltre vent’anni il simbolo della franchigia. In tutto ciò che è dipeso esclusivamente da loro stessi, però, il 2019/20 dei Lakers è stato impeccabile. Il tragicomico spettacolo andato in scena l’anno scorso, culminato con l’ennesima esclusione dai playoff, con le dimissioni di Magic Johnson e con il licenziamento di Luke Walton, ha segnato un punto di non ritorno, per il club e per LeBron James, che non guardava in TV la post-season dal 2005. Con lo scambio che ha portato in California Anthony Davis e a New Orleans Brandon Ingram, Lonzo Ball e Josh Hart, è finalmente terminato quel ‘progetto giovane’ a cui nessuno credeva più, da quando LeBron è sbarcato a Hollywood. Rimpiazzando gli acerbi prospetti con veterani di mille battaglie e con uno dei migliori lunghi NBA, chiudendo con le cattive la ‘guerra di potere’ in seno alla dirigenza e affidando la panchina a Frank Vogel, per sua fortuna estraneo al vecchio circo, ogni pedina ha trovato il suo posto.

Lakers campioni NBA

Diventati a tutti gli effetti una squadra di LeBron e forti di una delle migliori difese NBA, i Lakers hanno dominato la Western Conference senza strafare. Ai playoff sono arrivati forse troppo rilassati, tanto da concedere una vittoria agli agguerriti e stremati Portland Trail Blazers. Le condizioni degli avversari, così come l’assenza ingiustificata di Clippers e Bucks, date per favorite ‘sulla fiducia’, non possono togliere nulla al titolo numero 17 della storia gialloviola. Un titolo vinto dominando dall’inizio alla fine, giocando da grande squadra contro chiunque si sia parato davanti. Qualche piccolo passaggio a vuoto era inevitabile, soprattutto in un contesto particolare come quello di Orlando, viaggiando a quei ritmi. Dopo lo scivolone in gara-1 contro Portland c’è stato quello contro Houston, poi spazzata via senza pietà da LeBron e compagni. La rivelazione Denver Nuggets ha dato qualche grattacapo, ma quando c’è stato da chiudere la pratica, contrariamente ai ‘cugini’, i Lakers non hanno mai rallentato. Idem dicasi alle Finals, dove però hanno affrontato la squadra più tosta e determinata della lega. Jimmy Butler e compagni ci hanno regalato una serie combattuta, ma al rettilineo finale è arrivato un solo corridore, con le braccia alzate ormai da qualche chilometro.

Le uniche pecche della trionfale annata gialloviola, se proprio vogliamo trovarle, riguardano il futuro a medio / lungo termine. Oltre a quelle di James e Davis, le principali firme sul titolo 2020 sono quelle di giocatori senza reali margini di crescita: Rajon Rondo, Kentavious Caldwell-Pope, Danny Green, Dwight Howard, JaVale McGee, Markieff Morris, lo stesso Alex Caruso. Alcuni di loro potremmo addirittura non rivederli più, su un parquet NBA. L’unico giovane di prospettiva, Kyle Kuzma, ha contribuito al successo con qualche canestro pesante, ma si è dimostrato ancora inadatto per stare in campo ai massimi livelli. A giudicare dall’espressione raggiante di Jeanie Buss e Rob Pelinka e dallo stendardo che, speriamo fra non molto, verrà issato al soffitto dello Staples Center, è difficile credere che la dirigenza possa perdere troppo sonno. In casa Lakers si pensa raramente alla gallina domani; a maggior ragione mentre si alza al cielo un uovo grosso e dorato come il Larry O’Brien Trophy.

2 – Miami Heat: questo è competere

Si potrebbe scrivere (e si è scritto, e si scriverà) che i Miami Heat escono a testa alta dal campus di Disney World, che Pat Riley ed Erik Spoelstra hanno dimostrato che le grandi organizzazioni valgono quasi come le grandi stelle, che Jimmy Butler e compagni sono la Cenerentola dell’anno, e così via. Ma la retorica sarebbe solo offensiva, nei confronti di una squadra che ha fatto capire, a suon di schiaffi, il significato della parola “competizione”.

Un anno fa, Miami sembrava una franchigia in fase di transizione, che quasi certamente avrebbe utilizzato i veterani in scadenza di contratto e i tanti giovani del roser come pedine di scambio per arrivare a una seconda stella, da affiancare al nuovo arrivato Butler. Invece, le star se le sono trovate in casa. Dall’esperto Goran Dragic al sensazionale Bam Adebayo, dalla rivelazione Duncan Robinson alla coppia Tyler HerroKendrick Nunn, matricole solo sulla carta, passando per i guerrieri Andre Iguodala e Jae Crowder, arrivati a stagione in corso. Nessun fenomeno da copertina, ma tutti ingranaggi perfetti di un motore oliato alla perfezione da Riley, Spoelstra e Butler, capaci fin dal primo giorno insieme di trasmettere al gruppo un carattere indomito.

finali nba gara 5

Gli Heat versione 2019/20 sono stati una delle squadre più combattive mai viste su un parquet, ma anche quelli ad aver giocato il miglior basket, nel corso della stagione. Se ne sono fregati dei pronostici, del nome degli avversari, dell’inedito contesto, persino delle ‘Black Mamba Uniforms’ e della narrativa ad esse correlata. Con un attacco armonico e ‘democratico’ e una difesa asfissiante, hanno approfittato delle debolezze di chiunque si siano trovati contro. Arrivati sottotraccia ai playoff, hanno sbattuto la porta sul muso degli stoici Indiana Pacers, hanno buttato fuori a calci i Milwaukee Bucks dell’MVP Giannis Antetokounmpo, hanno dato una notevole ripassata ai rampanti Boston Celtics e hanno fatto sudare ogni goccia possibile a LeBron e ai Lakers. Si sono rifiutati di gettare la spugna malgrado le nette sconfitte iniziali, nonostante gli infortuni di Dragic e Adebayo e sebbene i palloncini gialloviola fossero pronti già da qualche settimana. Hanno fatto capire, una volta per tutte, che le partite vanno vinte sul campo, non sulla carta.

A proposito: secondo i rumors, Miami sarebbe tra le destinazioni più appetibili nel caso in cui Giannis Antetokounmpo decidesse di lasciare Milwaukee. Con l’eventuale approdo del greco, o di qualche altra superstar (nel senso letterale del termine), gli Heat salirebbero di qualche posizione nei futuri ranking. Sul fatto che possano diventare più competitivi di così, permettiamoci il beneficio del dubbio.

3 – LeBron James: il manifesto di una carriera

Il quarto titolo NBA di LeBron James, vinto da MVP delle Finals con la terza maglia diversa, non sarà forse il più faticoso (la tripla di Ray Allen agita le notti texane dal lontano 2013), non è sicuramente il più epico (“Cleveland! This is for you!”) e, si spera, non è quello che definisce la grandezza del giocatore, ma di certo è un efficace manifesto di ciò che è stata fin qui la sua carriera. Il trionfo di Orlando chiude alla perfezione un biennio che racconta in maniera perfetta, completa e dettagliata il numero 23.

Nella prima stagione si è visto il ‘cattivo LeBron’, quello intenzionato a esternare, in ogni modo possibile, il suo malcontento verso ciò che lo circonda. Ecco dunque lo spietato ‘casting’ ai giovani, il teatrino attorno ad Anthony Davis e l’atteggiamento passivo con cui ha accompagnato i Lakers nel baratro. In questo 2019/20, con un roster finalmente costruito su misura per le esigenze di un LeBron ormai trentacinquenne, la musica è cambiata drasticamente. ‘King James’ è stato l’indiscutibile trascinatore della migliore squadra NBA, che ha travolto qualsiasi ostacolo fino a mettere le mani con forza sul trofeo. LeBron ha giocato una regular season da miglior assistman della lega e da candidato MVP, spesso decidendo le partite senza dover segnare per forza 40 punti. Si è presentato ai playoff con una motivazione molto più forte di quelle rappresentate dal possibile scontro coi Clippers, dall’inedito faccia-a-faccia con i suoi cari, vecchi Miami Heat e dalla scomparsa dell’amico-rivale Kobe Bryant. Una motivazione espressa al meglio dopo la nomina a Finals MVP; “I want my damn respect”.

LeBron MVP delle finali 2020

Il 2019/20 era la stagione del riscatto per i Lakers, ma soprattutto per LeBron, giustamente indicato fra i responsabili di quel brutto passo falso. Dopo l’amaro debutto nella franchigia delle franchigie, che da poche ore condivide con i Boston Celtics la nomea di “più vincente di tutte”, era quantomeno ardito pensare che qualcuno potesse mettersi facilmente tra il Re e il suo trono. Il fatto che le principali contendenti, Clippers e Bucks, si siano fatte da parte in modo indipendente, cambia poco l’assunto. James ha guidato i Lakers in un mare potenzialmente tempestoso, ma che invece si è aperto al suo passaggio. Ha conferito calma quando i compagni sono andati nel panico, ha dato la scossa quando la squadra ha rischiato di fermarsi. Ha alternato lampi del giovane LeBron, quello che portava a casa il ferro dopo aver lasciato sul posto gli avversari, a sprazzi del LeBron più maturo, quello dedito a mettere in ritmo prima i compagni, poi sé stesso. Ha spiegato a tutti come mai ha voluto Rondo e Howard al suo fianco, ha evidenziato il modo in cui Caruso e KCP possono essere più utili di Ball e Ingram, ha fatto capire perchè Davis abbia giocato sul dolore, come mai aveva fatto in carriera.

Nella stagione in cui più volte è stato chiamato a farsi portavoce dell’intera lega, LeBron James ha ricordato a tutti che esistono i contesti vincenti, poi esiste il suo contesto. Quello in cui non importa quante volte hai fallito, quanti All-Star Game hai giocato o cosa dicono le tue advanced stats; se sei realmente in grado di dare un piccolo contributo, anche in una sola serie o in una sola partita, per accompagnare il tuo leader, lui ti farà arrivare fino in fondo, costi quel che costi. Nell’insegnarci tutto questo, si è messo al dito un altro anello. E noi, ancora una volta, siamo tutti testimoni.

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2 Commenti

stefano marchi 13 Ottobre 2020 - 14:41

Ciao Ragazzi,una domanda tecnica. Secondo voi l’eliminazione dei “cugini” ha dato una carica in più ai Lakers e maggiore convinzione? L’impressione mia è che quella eliminazione abbia cambiato le sorti di questa stagione. Se Clippers avessero vinto contro i Nuggets probabilmente avrebbero dato vita a una final conference agguerrita, con molte probabilità di arrivare a gara 7. Arrivare alle finals stanchi fisicamente potrebbe aver regalato anche una chanche maggiore a Miami che ha dato veramente tutto. Ma I Lakers sono veramente stati i più forti? o I Clippers hanno fatto un vero e proprio harakiri, ?? Secondo me erano i veri antagonisti e gli unici in grado di batterli.

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Marco Tarantino 13 Ottobre 2020 - 16:06

Secondo me il tasso tecnico e di peso di Denver e LA Clippers è nettamente diverso, nonostante il ribaltone del 3-1. L’aver affrontato i Nuggets rispetto ai Clippers può aver dato anche una carica maggiore ai Lakers, che in stagione avevano faticato nelle sfide con i cugini. Da lì in poi è stata abbastanza scontata la vittoria, nonostante gli Heat fossero una squadra super, ma non potevano competere al completo con i Lakers, figuriamoci senza Dragic e con Adebayo a mezzo servizio

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