In ogni trama sui super-eroi che si rispetti ci sono degli espedienti che si ripetono di continuo. Ad esempio il cattivo perde sempre, il supereroe ha acquisito i suoi poteri in modo involontario o attraverso un incidente, ed esiste una spalla che, per quanto brava e pronto ad essere d’aiuto, resta pur sempre una spalla. Effettivamente è difficile immaginare che Robin da solo riesca a sconfiggere il Joker, o che Prof conquisti il mondo senza Mignolo, tanto per fare degli esempi.
Nella storia del basket così ogni superstar ha avuto la sua spalla su cui costruire il proprio successo: Kobe con Shaq, LeBron con Wade e Bosh, o Jordan con Pippen e Rodman tanto per citarne alcuni. Addirittura negli ultimi anni si è arrivati all’idea -applicata dai San Antonio Spurs– di estremizzare questo concetto, arrivando a sostenere un idea di gioco in cui mancano protagonisti e dove la palla viene toccata almeno una volta da tutti e cinque i giocatori in campo prima che l’azione si concluda.
Ad Oklahoma, in una terra abitata nel passato dagli indiani Choctaw e raccontata dai classici della letteratura americana come “Furore” di Steinbeck, questa idea di pallacanestro era molto lontana nonostante le possibilità e il talento messo a disposizione. Gli Oklahoma City Thunder infatti nella loro breve storia hanno potuto vantare tra le loro fila due dei migliori giocatori dell’intero pianeta, Kevin Durant e Russell Westbrook. Il primo è stato addirittura premiato MVP della stagione 2014, mentre l’altro invece, per quanto spettacolare, è stato sempre considerato un giocatore troppo egoista e “illogico”, quasi come se fosse la cornice di quel quadro che invece era KD: lo guardi sempre con piacere, ma sei lì per quell’altro.
In più, con gli anni, l’inseguimento al titolo è sempre sfumato per un motivo o per l’altro, così da non riuscire mai a completare quella missione che il proprietario Clayton Bennett si è posto sin dal primo giorno dopo il trasferimento da Seattle. Tutto questo ha così portato una serie di feroci critiche al giocatore che gli hanno causato spesso e volentieri scontri con la stampa (l’intervista-scontro “Execution”, con protagonista il giornalista locale Berry Tramel, trasformato subito dopo in una specie di appestato, è già diventata una pagina leggendaria del giornalismo sportivo americano).
Quest’anno tuttavia qualcosa sembra essere cambiato. La squadra l’anno scorso è uscita ancora da una volta dai playoff mancando l’obiettivo delle Finals e mancandolo male. Coach Brooks è spesso finito sulla graticola per la sua gestione delle partite e dei possessi, in cui Westbrook e Durant si trovavano troppo spesso in isolamenti che in una serie al meglio delle 7 gare finivano con l’essere inefficaci. Tuttavia all’inizio di quest’estate Westbrook ha annunciato che avrebbe cambiato il suo modo di giocare. Inizialmente sembrava essere una semplice boutade, ma a un mese dai playoff bisogna ammetterlo: aveva ragione. Infatti il Westbrook visto quest’anno è qualcosa di mai visto prima, e i numeri sono tutti dalla sua. A 13 gare dal termine viaggia con una media di 27,8 punti, 7,3 rimbalzi e 8,5 assist a partita, il tutto condito con un PIE del 19%. A febbraio all’All Star Game di Nnew York ha deciso poteva essere il palcoscenico giusto per rompere gli indugi sul ruolo di protagonista della stagione: 41 punti in 26 minuti che ne hanno legittimato il titolo MVP dell’evento.
Nella corsa al titolo di MVP della stagione invece, che lo vede battagliare, ma con poche possibilità di vincere il riconoscimento per via del record di squadra, con giocatori del calibro di Curry, Harden e LeBron, i suoi numeri parlano di nove triple doppie nelle ultime 30 partite, di cui quattro consecutive.
Pausa scenica, per dirla “all’avvocato”. Riprendete fiato, rileggetelo e fate lo spelling: nove triple doppie nelle ultime 30 partite, di cui quattro consecutive. Una cosa impressionante, che non si vedeva dai tempi di Jordan 1988-1989 (MJ arrivò a 12). In quell’anno a guidare l’URSS c’era ancora Gorbachov, il muro di Berlino stava per essere abbattuto e il piccolo Russ aveva solo 6 mesi. Oggi invece quel neonato sta trascinando letteralmente da solo una squadra martoriata dagli infortuni a una postseason letteralmente insperabile per qualunque altra squadra così piena di convalescenti come OKC quest’anno.
A livello di gioco Thunder mostrano ancora qualche vecchia lacuna, forse qualche isolamento di troppo e alcune “bad calls” in fase d’attacco, ma la palla sta girando molto di più. In tutto questo parte del merito va anche sicuramente a Sam Presti, che attraverso ottime trade questa volta è riuscito a non ripetere errori del passato creando un roster profondo e una panchina che poche altre squadre hanno nella lega. La palla infatti adesso continua a passare certamente per le mani di Westbrook, il quale tuttavia ogni 100 possessi ha il secondo minor scarto tra punti fatti per possesso in cui ha toccato la palla (touch PPP) e quelli in cui non l’ha toccata (no touch PPP): 111 contro 105, dietro solo a Lebron James (114 a 113). Ampliando il ragionamento, si può notare come invece i punti fatti dai Thunder con Westbrook fuori dal campo scenda vertiginosamente a 98 punti.
Il risultato quindi è che Westbrook è fondamentale per la manovra offensiva dei Thunder, ma a differenza del passato il prodotto di UCLA ha imparato a giocare senza palla. Sempre considerando i palloni toccati dai giocatori in lizza per il titolo di MVP infatti Westbrook ha toccato il pallone 3086 volte, molto meno di tutte le altre PG (Curry 3454 e Harden 3490) e più solamente di Lebron o Davis, i quali però giocano come ali.
Ecco che così la promessa di inizio stagione fatta da Russell Westbrook non resta più una semplice frase tra le tante: il ragazzo ha davvero cambiato il suo gioco, ed il risultato è uno spettacolo. L’unico rimpianto è quello di non aver ancora visto questa nuova versione di Westbrook affianco a Kevin Durant per questa stagione a causa dell’infortunio di quest’ultimo.
Difficile vedere i Thunder riuscire a trionfare quest’anno, poiché l’assenza di Durant è troppo fondamentale in una eventuale serie al meglio delle 7 gare, ma i tifosi degli Oklahoma City si possono però consolare vedendo come Robin abbia finalmente imparato ad affrontare da solo il Joker.
Per NBA Passion,
Matteo Meschi

