Simmons, Ingram ed il peso della discordia

di Andrea Badiali
Brandon Ingram
Brandon Ingram

Brandon Ingram

Il Draft è una scienza altamente inesatta, quasi quanto associare il proprio futuro a dubbie previsioni di ordine astrale. A volte le scelte sono facili, quasi ovvie (LeBron James alla 1). Altre totalmente fallimentari (Darko Miličić alla 2). Con Simmons ed Ingram, la questione è piuttosto complicata.

Spesso i gicoatori che escono dal College sono praticamente già pronti per il grande salto, fisicamente e caratterialmente. Molto più spesso hanno bisogno di tempo e di lavoro per crescere, adattarsi ad un gioco più veloce, più duro ed a tratti caotico.

Quando il nome di Ben Simmons è circolato fin da inizio stagione, era opinione comune che rientrasse nella prima categoria. Discorso opposto per la seconda pick, Brandon Ingram, giudicato da analisti e non, fisicamente non adeguato al ruolo che, in teoria, dovrebbe ricoprire.

Ben ha lavorato duramente per tutta l’estate, aggiungendo alcuni kili di massa al suo già esplosivo fisico. Brandon ha invece orientato i suoi allenamenti sull’aumento della forza, prendendo solo un paio di chili dalle misurazioni pre-Draft.

A pochi giorni dall’inizio della pre-season, Simmons starà fuori per diverse settimane causa frattura al piede, mentre Ingram si sta già allenando in vista delle amichevoli con Kings e Nuggets.

Peso o non peso?

In una Lega dove giocano playmaker di 2.11cm, è innegabile il ruolo che la forza e di conseguenza il peso di un atleta svolgano un ruolo fondamentale. LeBron James ha spostato i riferimenti fin dal suo esordio in NBA, con un fisico potente ed estremamente veloce abbinato ad una mano morbida ed un intelletto al di sopra della media.

Un po’ come fece Magic Johnson negli anni ’80: prima di lui i playmaker erano piccoli e veloci, dopo di lui i ruoli sono diventati nettamente meno specifici.

L’ennesimo colpo alla suddivisione in peso ed altezza l’ha fornita l’esplosione dello small-ball: piccoli che difendono sui lunghi e lunghi che passano e tirano da tre. Ciò che l’NBA richiede, oggigiorno, è versatilità: capacità di difendere su gente alta e forte ed al contempo su giocatori agili e veloci, potendo indifferentemente attaccare il ferro o tirare dal perimetro.

Naturalmente queste caratteristiche appaiono in contrasto fra loro, poiché difendere su una colonna di cemento di oltre 2 metri e 110Kg comporta avere mezzi fisici non dissimili, pena il venire spazzati via come un fuscello al primo tornado stagionale. Ma dall’essere troppo grandi e pesanti deriva scarsa mobilità sui piccoli, che possono facilmente sgusciare via da un blocco senza concedere opportunità di recupero.

La dura vita della Durantola

Kevin Durant è un’anomalia in un gioco sempre più fisico. Agli occhi appare molto meno potente di James, eppure riesce a difendere a par suo suo almeno tre ruoli, pur essendo più alto e più leggero. Dal peso al Draft ad oggi (9 anni), Durant ha preso 11Kg (più o meno con una crescita costante), ovvero meno di quanto Simmons abbia guadagnato in pochi mesi. A molti l’infortunio di Ben non sembra un caso, quanto piuttosto un eccessivo aumento di peso in un tempo troppo ridotto, unito ad una preparazione evidentemente non adatta a supportarlo.

ingramsimmons

Certo, Durant ha avuto i suoi problemi fisici, soprattutto nel 2014/15. Ma ha anche giocato 9 stagioni ad una media di quasi 38 minuti a partita. Simmons si è fratturato il piede prima ancora di metterlo su di un campo NBA.

Pur meno duramente, anche Anthony Davis ha pagato lo scotto di un aumento di peso esponenziale: 14Kg presi dal Draft, 4 stagioni nelle quali ha sempre saltato almeno 15-20 partite, giocando meno di 34 minuti a sera.

L’aumento di peso improvviso (causato da reazioni fisiologiche innate o da allenamento intensivo) comportano problemi alla parte inferiore del corpo, in particolari a piedi, caviglie e ginocchia, con potenziali lesioni ad articolazioni e legamenti.

E’ pacifico che un ottimo giocatore, fisico e potente, sia poco utile se trascorre più tempo in infermeria che sul parquet.

La lunga marcia di Ingram

I Lakers hanno preso la strada opposta per Ingram. Dopo il Draft in molti erano preoccupati dal suo fisico esile, quasi gracile se messo a confronto con, ad esempio, Julius Randle, il tipo di giocatore sul quale Brandon si troverà a difendere.

L’estate dei giovani rookie (o quasi) gialloviola è trascorsa in quello che è stato definito “Breakfast Club“, allenamenti quotidiani condotti da Tim DiFrancesco volti al metterli nelle migliori condizioni fisiche prima dell’inizio della nuova stagione. Il lavoro è stato ovviamente differenziato in base alle esigenze del singolo: potenziamento muscolare per i lunghi (Randle, Nance, Zubac, Black), reattività e velocità per gli esterni (Ingram, Russel, Clarkson, Brown).

Breakfast Club

Il Breakfast Club. Da sinistra: Russel, Clarkson, Randle, DiFrancesco, Ingram, Brown, Zubac, Black.

Ingram, in particolare, è stato indotto a desistere dal continuare la dieta da 5000 calorie annunciata a inizio estate. DiFrancesco e tutto lo staff medico hanno pensato a preservarne l’integrità con allenamenti volti all’aumento della forza senza un grande aumento della massa muscolare, lasciando al tempo il compito di evolvere naturalmente il suo fisico.

“Se il problema più grande di Brandon Ingram nei prossimi cinque anni sarà che non riesce a tenere la sua posizione in post, penso che i Lakers saranno piuttosto contenti.”

David Thorpe

Ovviamente Brandon, nei primi allenamenti proprio contro Randle, ha capito che dovrà soffrire: i quasi 30 Kg di differenza tra i due, oltre alla maggiore esperienza del primo, sono solo un assaggio di ciò che troverà durante la regular season.

Ingram è stato accostato a Durant fin da quanto i proiettori del Draft si sono accesi su di lui: hanno un fisico simile, attitudini al tiro simili, lo stesso ruolo. La scelta intrapresa dai Lakers è stata quella di non snaturare il suo gioco, evitando di snaturarne il corpo. E’ vero, probabilmente Ingram soffrirà giocatori molto fisici, ma le sue braccia infinite e la sua elevata mobilità daranno grattacapi a più di un allenatore.

La strada intrapresa è quella meno rischiosa, meno remunerativa, forse, sul breve termine, ma anche quella più lungimirante per la salute di colui che è designato come potenziale uomo franchigia per la rinascita dei Lakers.

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2 commenti

Andrea Badiali 6 Ottobre 2016 - 14:30

Forse hai ragione, avrei dovuto scrivere “A volte” invece di “Spesso”.
Ma se esci dalla Lottery, non è raro trovare giocatori usciti dal secondo o terzo anno e già con una formazione mentale e fisica adatta all’NBA. Forse non pronti al 100%, ma comunque capacissimi di rivestire il compito di role-player.

By(t)e

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Wood 5 Ottobre 2016 - 8:26

“Spesso i gicoatori che escono dal College sono praticamente già pronti per il grande salto, fisicamente e caratterialmente”
Mi spiace ma non sono d’accordo. Quasi nessun giocatore oggi che esce dal college è pronto per la Nba, soprattutto non lo è caratterialmente. Questo perchè ormai tutti i giocatori escono dalla NCAA dopo un solo anno, e questo li danneggia enormemente, soprattutto dal punto di vista tecnico, ma anche caratteriale. Questo è il vero motivo del tracollo tecnico della Nba. Anche The Greatest Ever, M.J., è rimasto tre anni a North Carolina, figurarsi dunque se non serviva anche a Simmons e Ingram.

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