La seconda metà di marzo, oltre alle giornate più lunghe e al conseguente ritorno di molti di noi sugli amati campetti, porterà le prime sentenze, i primi verdetti di una regular season giunta ormai nella sua ultima fase. Particolarmente interessante sarà la corsa per gli ultimi piazzamenti ai playoff, mai così agguerrita in tempi recenti. In attesa di vedere come andrà a finire, siamo pronti per il classico appuntamento del venerdì con ‘Three Points’!
1 – Warriors vs. Spurs: No Star Game

Le riserve di Warriors e Spurs si danno battaglia nella sfida dell’AT&T Center
Per quanto possa essere entusiasmante guardare la NBA in TV, nulla potrà mai essere paragonabile ad un’esperienza dal vivo, sul posto, a pochi passi dai più grandi atleti del mondo. Se si ha l’occasione di un viaggio negli Stati Uniti, sarà inevitabile recarsi al Madison Square Garden, all’American Airlines Arena o allo Staples Center di turno per vivere una serata difficilmente dimenticabile; d’altronde sarebbe un peccato non farlo, visitando città splendide come New York, Miami o Los Angeles.
Ad ogni vero appassionato, però, sarà anche venuta in mente una ‘follia’ del genere: andare negli USA esclusivamente per vedere il grandissimo basket, quello che ormai non si gioca più nelle grandi mete turistiche statunitensi. Quale occasione migliore, dunque, della sfida tra Golden State Warriors e San Antonio Spurs, le due migliori squadre della Western Conference?
Il ‘piano perfetto’ dell’irriducibile fan è organizzato nei minimi dettagli: volo per San Antonio (con relativi 567 scali e perdita totale della cognizione del tempo e del luogo), albergo nell’infuocata Downtown e biglietto al ‘primo anello’ dell’AT&T Center prenotati a settembre, in corrispondenza con la pubblicazione dei calendari NBA. Con i soldi spesi per il pacchetto completo ci si potrebbe permettere un attico con vista sul Colosseo (a meno che non siate alti rappresentanti del clero: in quel caso ve la potreste cavare con meno…) ma, in fin dei conti, chissenefrega: si va a vedere Warriors vs. Spurs, mica il CSI! Durant, Curry e Thompson da una parte, Leonard e Aldridge dall’altra; quando mai ricapiterà??
Facile intuire le emozioni (e le varie invocazioni ai già citati rappresentanti ecclesiastici) del nostro ipotetico appassionato quando, la sera dell’11 marzo, ha realizzato che una sostanziosa parte dei suoi ‘sogni di rock n’ roll’ era andata in frantumi.
L’episodio più discusso della settimana appena trascorsa è la volontaria esclusione da parte di Steve Kerr delle sue stelle in quella che, di fatto, era una delle partite più attese della stagione. Stephen Curry, Klay Thompson, Draymond Green e Andre Iguodala sono infatti rimasti seduti in panchina per tutto l’incontro, aggiungendosi agli infortunati Kevin Durant (ginocchio, dovrebbe rientrare per i playoff), Kawhi Leonard (messo K.O. da un brutto colpo al volto e, fortunatamente, rientrato in campo qualche giorno dopo) e LaMarcus Aldridge (fermato per un’aritmia cardiaca, apparentemente superata) alla prestigiosa lista degli assenti. Quel che è derivato da questa serie di sfortunati eventi è stato un vero e proprio ‘No Star Game’, con buona pace degli spettatori (molto) paganti e delle TV di tutto il mondo (Sky Sport ha addirittura deciso di cancellare la trasmissione della gara) che si sono dovuti ‘accontentare’ di ammirare (o raccontare) le gesta di Zaza Pachulia e Dewayne Dedmon (per la cronaca, c’erano comunque Pau Gasol e Manu Ginobili, non proprio i peggiori di sempre…).
Se da un lato è estremamente comprensibile la rabbia del pubblico (io stesso ho ‘debuttato’ nel 2015 con un modestissimo Nets vs. Knicks senza Carmelo Anthony, da poco operato), dall’altro non si può biasimare più di tanto Kerr, finito nell’occhio del ciclone in questi giorni. Anzi, la sua è stata una decisione da grandissimo allenatore. Tralasciando la facile giustificazione della stanchezza e del logorio per le troppe partite, la gara di San Antonio arrivava nel peggior momento della stagione di Golden State. Senza l’infortunato Durant erano arrivate quattro sconfitte in sei partite, che avevano permesso la rimonta in classifica degli stessi Spurs. Non solo: anche le star della squadra stavano attraversando un periodo particolarmente negativo (su tutti Steph Curry, ‘consolato’ da Kerr durante un timeout, in un ormai celebre siparietto). Più che condivisibile, quindi, l’idea di far ‘staccare la spina’ a dei giocatori che, da qui a giugno, dovranno guidare la truppa nella caccia a quel titolo NBA sfuggito per così poco alle scorse Finals. Il ‘riposo forzato’ ha oltretutto evitato di esporre gli uomini di punta ad ulteriori critiche dovute ad una probabilissima sconfitta (non erano ancora certe le assenze di Leonard e Aldridge) contro la squadra più in forma della lega. Una sorta di ‘preservazione psicologica’ che non può che essere un toccasana in un momento del genere. Del resto, quando le partite conteranno davvero, Curry e soci dovranno sudare fino all’ultima goccia. Per la gioia di tutti gli appassionati, vicini e lontani.
2 – Vinsanity is still runnin’ wild!

Vince Carter
Leggendo una notizia che recita “Vince Carter trascina alla vittoria i suoi grazie ad una prestazione perfetta: 24 punti con il 100% dal campo” non si può che pensare che “i suoi” siano i Toronto Raptors e che la vittoria in questione risalga ai primi anni Duemila. La sontuosa performance del grande Vince, però, è datata 13 marzo 2017 e il suo mitico numero 15 è impresso sulla maglia bianca e azzurra dei Memphis Grizzlies. A 40 anni suonati (è nato il 26 gennaio 1977), Carter è diventato ancora una volta ‘Vincredible’, contribuendo al successo sui Milwaukee Bucks senza sbagliare nemmeno un tiro.
Non era certo necessaria questa partita per poter affermare come Carter sia uno dei giocatori ‘invecchiati meglio’ tra i grandi del parquet. Arrivato in NBA con aspettative esponenzialmente ‘gonfiate’ dal semplice fatto di provenire da University of North Carolina (la stessa di Sua Maestà Michael Jordan), a cavallo dei due millenni divenne la cosa più esaltante mai vista su un parquet. Prima di lui ci sono stati schiacciatori e grandi schiacciatori, ma il suo avvento alzò l’asticella della specialità a vette irraggiungibili. D’altronde lo disse lui stesso, dopo una delle indimenticabili inchiodate con cui vinse lo Slam Dunk Contest di Oakland nel 2000: “It’s over! It’s over!”. Il giovane Carter non saltava, volava. Prima divenne il leader indiscusso dei Raptors, giovane franchigia nata nel 1995, solamente tre anni prima del suo debutto, poi andò a devastare i canestri ai New Jersey Nets, con il provvidenziale contributo delle alzate di Jason Kidd, uno dei migliori playmaker di sempre. I suoi anni a East Rutherford, per quanto costellati da giocate incredibili, furono avari di soddisfazioni. Esattamente come a Toronto, Vince non andò mai oltre al secondo turno di playoff, attirando su di sé la spiacevole etichetta di ‘grande incompiuto’.
Nel 2009, a 32 anni, iniziò la ‘seconda vita’ cestistica di Carter. Con l’avanzare dell’età, il portentoso schiacciatore lasciò sempre più spazio ad un realizzatore via via più completo. Questa capacità di adattamento gli allungò notevolmente la carriera. Una stagione nella natia Florida (è originario di Daytona Beach) con la maglia degli Orlando Magic, con cui raggiunse per la prima volta le finali di Conference (perse contro i Boston Celtics), poi una poco felice apparizione negli ultimi Phoenix Suns del ‘7 seconds or less’. Fu però l’esperienza ai Dallas Mavericks a riportare in prima pagina il nome di Vince Carter. Al primo turno dei playoff 2014, ‘Vincredible’ causò un monumentale spavento ai San Antonio Spurs, futuri campioni NBA. Con la serie sull’ 1-1, l’allora numero 25 decise gara-3 con un’incredibile tripla sulla sirena. Ricezione sulla rimessa, avvitamento, finta su Manu Ginobili e canestro dall’angolo: 2-1 Mavs. La serie fu poi persa in gara-7, ma il primo turno del 2014 verrà ricordato, anche grazie a quella prodezza, come il più avvincente di sempre. Prima di quell’episodio, l’avventura di Carter nella ‘Big D’ era stata una continua scalata alla classifica dei migliori marcatori di sempre. Attualmente si trova a 50 punti di distanza dal ventiduesimo posto, occupato da Ray Allen.
Finita qui? Nemmeno per sogno, perché nell’estate del 2014 i Memphis Grizzlies gli offrirono un contratto triennale. Una scelta particolarmente ‘bizzarra’ vista l’età del giocatore in questione. In questi ultimi anni, però, Carter ha sempre ripagato la ‘generosa’ dirigenza con un contributo più che solido alla causa del ‘Grit And Grind’. I tempi di ‘Half-a-man-half-amazing’ sono ormai lontani (anche se, ogni tanto, ci regala ancora qualche lampo del Carter che fu) ma, se questa dovesse essere davvero la sua ultima stagione, ci sarebbero modi decisamente peggiori per congedarsi.
3 – Il curioso caso di Larry Sanders

Larry Sanders, ultimo arrivato in casa Cavs
Se la storia di Vince Carter è conosciuta dai più, forse non lo è altrettanto quella di un altro uomo-copertina di questa settimana, il neo acquisto dei Cleveland Cavaliers Larry Sanders. La vicenda umana che lo ha portato alla corte di King James ha pochissimi eguali (forse nessuno) nella storia dello sport professionistico.
Approcciatosi alla pallacanestro solamente in virtù dell’esponenziale aumento di statura, Sanders si rivelò ben presto un eccellente atleta, con spiccate doti da rimbalzista e stoppatore. La sue presenza sotto canestro fece le fortune prima di Port St. Lucie High School, poi di Virginia Commonwealth University. In pochi anni Larry divenne uno dei migliori prospetti d’America, tanto che i Milwaukee Bucks spesero per lui la quindicesima chiamata al draft 2010.
Nelle sue prime stagioni NBA Sanders trovò poco spazio, chiuso dalla presenza di Andrew Bogut ed Ersan Ilyasova, e finì spesso in D-League. L’anno successivo, però, divenne una pedina sempre più importante dello scacchiere del nuovo coach Jim Boylan. La sua evidente crescita lo fece finire al terzo posto nella corsa al Most Improved Player Of The Year Award, dietro a Greivis Vasquez e al vincitore Paul George.
Ormai Sanders era considerato un pilastro dei Bucks che, dopo aver aggiunto tramite draft altri giovani promesse come John Henson (2012) e Giannis Antetokounmpo (2013), erano pronti ad un futuro roseo. Nell’estate del 2013 firmò un contratto da 44 milioni di dollari in quattro anni; una vera e propria investitura per le cifre di allora.
Mentre sul parquet tutto filava a meraviglia, fuori dal campo cominciavano però ad apparire le prime ombre. All’inizio della nuova stagione il suo coinvolgimento in una rissa fuori da un locale gli costò una bella multa e, soprattutto, un infortunio al pollice che gli fece saltare 25 incontri. Poco dopo il suo rientro un nuovo guaio fisico (stavolta una frattura dell’osso orbitale, che lo porterà ad indossare degli occhiali protettivi) lo costrinse a chiudere con largo anticipo la stagione 2013/14.
I suoi problemi, purtroppo, non erano solo di natura fisica; Sanders fallì diverse volte i test antidroga imposti dalla NBA, il più delle volte per consumo di marijuana. Presto fu chiaro a molti come dietro ad episodi del genere si celasse una crescente instabilità psicologica. Nel dicembre del 2014, Larry fu messo fuori rosa “per ragioni personali”, poi, dopo una lunga serie di speculazioni, annunciò, d’accordo con la società, di volersi allontanare a tempo indeterminato dal mondo dello sport. Sanders interruppe all’apice una carriera di agi e di gloria e intraprese un programma per curarsi dall’ansia e dalla depressione. “Il basket ha portato via molte energie e molto tempo che avrei potuto dedicare alle cose davvero importanti”, disse in un video diffuso via web.
La parabola di una promessa infranta, dopo due anni lontano dai riflettori, ha ora intrapreso una direzione nuova e inaspettata. Ormai ventottenne, Larry ha l’occasione di riprendere da dove aveva lasciato. Non solo: inserito nel roster dei campioni in carica, ha una seria possibilità di raggiungere le finali e provare a portarsi a casa uno degli anelli più improbabili della storia della lega. All’inizio giocherà pochissimi minuti, poi chissà… Nel frattempo, let’s go Larry!

