Una rebuilding funzionale: Orlando Magic
Tempi duri, negli uffici dei piani alti dell’Amway Center di Orlando. La dirigenza degli Orlando Magic è stata molto impegnata, ultimamente, a fare aggrottare le ciglia a tutti i tifosi della compagine bianco-blu. Infatti, dagli ultimi movimenti di mercati effettuati, pare che si sia entrati in una modalità di re-rebuilding, che tradotto potrebbe significare: rinneghiamo (quasi) tutti i movimenti fatti in passato; ovviamente la perplessità dei fan è cresciuta proporzionalmente alle mosse di mercato effettuate.
Ma andiamo con ordine: le prime avvisaglie si ebbero già l’anno scorso, con la non riconferma in fase di free-agency di Kyle O’Quinn e la cessione di Harkless a Portland per, in sintesi, nulla. Movimenti che, all’epoca, passarono anche abbastanza sottotraccia, ma che, alla luce dei recenti fatti, possono essere considerati precursori di quello che è poi successo durante la scorsa regular season e di ciò che sta succedendo in questa offseason.
Seconda fase di questo processo è la cessione di Tobias Harris a Detroit per un giocatore in scadenza, Jennings, e per Ilyasova e il suo contratto parzialmente garantito per la stagione 2016-2017. Dopo una stagione che se si potesse riassumere con un verso, la riassumeremmo bene con “meh” (niente playoff, record di 35-47), Scott Skiles, coach voluto fortemente un anno prima dal front-office, si dimette dicendo: “Non sono il coach adatto per questo gruppo”; una settimana dopo arriva Frank Vogel, che si gode appena una settimana di disoccupazione dal precedente lavoro in quel di Indianapolis.
L’orgasmo è stato raggiunto la notte del draft, con il GM Rob Hennigan che ha impacchettato il suo pupillo Oladipo, il sopracitato Ilyasova e la neo-scelta alla 11 del draft Sabonis, ha scritto su un bigliettino “Per Sam, con tanto amore. Rob” e li ha spediti tutti insieme ad Oklahoma City in cambio di Serge Ibaka. La ciliegina sulla torta è arrivata pochi giorni dopo, per la precisione una ciliegina alta 2.10 m che risponde al nome di Bismack Biyombo, che firmando per 4 anni a 72 milioni di dollari sembra abbastanza chiaro sia venuto per fare il titolare, con buona pace di Nik Vucevic (in partenza o panchinaro di lusso?).
Quindi, cosa sta succedendo? Come detto prima, sembra che Orlando sia entrata in una fase di re-rebuilding, e ciò porta a chiederci: possiamo quindi definire la rebuilding degli Orlando Magic come un conclusa e fallita, alla luce degli ultimi eventi? Bisogna partire un po’ più dall’alto per cercare una risposta a questa domanda; partiamo da una parola: identità. Sì, perché l’identità è sempre mancata a Orlando, ovviamente dal 2012 in poi, e non si è mai capito veramente dove volesse andare a parare l’operazione rebuilding; vuoi per sfortuna, con la seconda scelta in un draft che oggettivamente non verrà ricordato a lungo (2013, Oladipo) e una scelta fuori dalla top 3 nel 2014, quindi senza la possibilità di andare a pescare un vero giocatore-franchigia; vuoi per uno scriteriato accumulamento di talenti che poco c’entravano l’uno con l’altro, con tanti buoni prospetti potenziali all-star, ma che in fin dei conti si sono rivelati solamente degli onestissimi role-players.
E torniamo all’identità, dunque: nel management degli Orlando Magic c’è sempre stata la tendenza a costruire un roster con la difesa come “focus” principale, andando, in sede di draft, a prendere giocatori con caratteristiche prettamente difensive (Oladipo, Gordon, Payton) ma deficitari in attacco, ed aggiungere altri buoni prospetti tramite trade (Vucevic dal 2012, Harris dal 2013 e Fournier dal 2014), ma se singolarmente essi sembravano buoni giocatori, tra di loro, proprio come chimica di squadra, poco ci azzeccavano l’uno con l’altro; come se non bastasse, erano anche attese delle esplosioni che però non sono mai arrivate, vedi Tobias Harris ad esempio, magari a causa proprio della pessima chimica di squadra, o più probabilmente sono i giocatori stessi a non essere degli all-star. E sembra proprio che questa stagione sia stata quella che ha fatto capire alla dirigenza che no, così proprio non andava.
Essere o non essere: questo il problema degli Orlando Magic
Diversi esperimenti con i quintetti, il backcourt Payton-Oladipo che non funziona, Harris che messo da 3 è lento a difendere, ma che messo da 4 non regge il confronto fisico, quindi dove si mette Tobias?, Vucevic che come difensore interno è imbarazzante, Fournier l’unico vero tiratore ma che messo da ala piccola non regge il confronto difensivo, Hezonja che è troppo giovane, Gordon deve giocare, ma da 3 o da 4?; ecco spiegato perché coach Skiles è uscito da quell’inferno il prima possibile, avendo anche fallito nel suo intento principale: dare un’identità difensiva alla squadra, considerando che a fine anno si è trovato con un rudimentale run-and-gun, con risultati abbastanza pessimi, e che una squadra che vuole essere conosciuta come “buona in difesa” non subisce 103 punti a sera. Missione fallita anche perché gli uomini a disposizione mal si adattavano al tipo di gioco voluto dal coach.
E quindi? Teniamo il buono che abbiamo e il resto via. Harris ha lasciato già a febbraio, Oladipo a giugno, Vucevic potrebbe lasciare a breve, se non accetta di partire dalla panca. Dentro Biyombo e Ibaka, due specialisti difensivi, e Vogel che grazie al cielo è stato silurato al momento giusto. È chiaro che il front-office abbia voluto mandare un segnale ben preciso: vogliamo avere un’identità difensiva, vogliamo averla da adesso, e questa volta abbiamo preso gli uomini giusti.
Win-Now?
Sono arrivati al momento di fare delle mosse di mercato in ottica win-now. D’altronde, in tre stagioni si è capito che con quei giocatori lì non si sarebbe mai arrivati più di tanto lontano, con una squadra che ha sempre dato la sensazione di essere, per citare Joshua Robbins dell’Orlando Sentinel “one year away for being one year away”, ovvero essere a un anno di distanza (dai playoff) dall’essere a un anno di distanza. Alla fine quel gruppo la possibilità ce l’ha avuta, è inutile continuare ad aspettare una crescita per anni. Se quindi una combinazione non funziona, logicamente se ne prova un’altra: è stato giusto, quindi, aver voluto cambiare abbastanza radicalmente le cose. Alla luce di queste considerazioni, la rebuilding dei Magic può considerarsi fallita? Ci sono due modi di vederla: se si guarda solamente alle scommesse fatte tra draft (Oladipo), trade e rinnovi contrattuali (Vucevic 53 milioni in 4 anni nel 2014, Harris 64 milioni in 4 anni nel 2015), può considerarsi fallita, in quanto vero e proprio rinnegamento delle scommesse fatte in passato. Se però si guarda alla rebuilding come ad un mezzo per arrivare al punto in cui si è arrivati ora, quindi in un’ottica “funzionale” del termine, l’operazione può considerarsi perfettamente riuscita, in quanto i talenti accumulati sono serviti a prendere altri giocatori ritenuti più utili alla causa, dando finalmente un’identità chiara alla franchigia. In sintesi, la rebuilding a Orlando si è composta di due fasi: una più lunga e che definiamo “funzionale”, e la fase che è stata attuata in questa offseason, ovvero di “monetizzazione” dei talenti accumulati, per finalmente costruire un roster che possa raggiungere i playoff e dire la sua nella Eastern Conference. Dopo 4 anni, è ora di vincere in casa Orlando Magic.

