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Zach Randolph che viene abbracciato dai compagni nella notte del suo rientro dopo la pausa dovuta alla scomparsa della madre, può essere l’istantanea giusta che proverebbe l’atmosfera che si respira a Memphis. Un’atmosfera di coesione, di serenità, di affiatamento. Un’atmosfera che permette ai Grizzlies in toto di lavorare con calma, in modo che tutti possano dare il proprio contributo in scioltezza.

L'abbraccio dei compagni riservato a Zach Randolph nella notte del suo rientro.

Bigger than basketball.

Gli anni passano ma da quelle parti si continua a far del bene, nonostante delle avversità che puntualmente si presentano e la sorte che spesso non gira (leggere la voce infortuni). Proprio perchè c’è quell’unità d’intenti che coinvolge chiunque, dai magazzinieri fino all’ultima ruota del carro del roster. L’armonia instaurata durante il periodo di permanenza di Dave Joerger non è stato intaccato da David Fizdale, che si è preso in estate le redini della squadra senza stravolgere nulla. Mettendoci del suo, dove occorreva.

Il basket che i Grizzlies predicano è un po’ come la varietà di whisky che producono nel Tennessee: ruvido, corposo, d’annata. Può piacere, come non piacere. A molti delizia il palato, ad altri va di traverso. Ma è tremendamente efficace e pur sempre utile se si vuole passare una serata di svago condita da quella sensazione di appagamento. La fase offensiva degli orsi prevede un pieno sfruttamento dei 24 secondi, con una manovra lenta e finalizzata alla ricerca del compagno messo nelle condizioni migliori di poter andare a concludere insaccando. La palla finisce spesso in post basso da dove l’azione viene canalizzata: e nel mentre c’è chi taglia per farsi pescare smarcato, all’evenienza.

Gioco partito in post perfettamente finalizzato dai Grizzlies: Marc Gasol riesce a servire Jamychal Green che si era addentrato in area usufruendo di un blocco portatogli da Andrew Harrison. Esecuzione pulita.

Gioco partito in post perfettamente finalizzato dai Grizzlies: Marc Gasol riesce a servire Jamychal Green che si era addentrato in area usufruendo di un blocco portatogli da Andrew Harrison. Esecuzione pulita.

 

Ovviamente buona parte dell’economia dell’attacco è sostenuta dalle spalle del roccioso Marc Gasol. Come un direttore d’orchestra arguto e brillante riesce a comandare le operazioni con autorità, smistando assist per i compagni di squadra con la semplicità degna di un navigato playmaker. Oppure si mette in proprio sfruttando movimenti spalle a canestro enciclopedici o con un tiro di pregevolissima fattura per un centro. Mani educate, mente sopraffina, fondamentali da manuale.

Assist poetico di Gasol per la tripla di Jamychal Green.

Assist poetico di Gasol per la tripla di Jamychal Green.

Lo spagnolo è probabilmente agevolato dal fatto che accanto a lui, nel frontcourt, c’è Jamychal Green, un quattro atipico che corre, difende ed apre il campo. La mossa di inserirlo in quintetto al posto di Randolph ha dato più equilibrio all’attacco, permettendo al fratello di Pau di presidiare l’area senza intralci. Inoltre la second unit può usufruire della leadership di un elemento d’esperienza e qualità come Z-Bo, capace di fornire una verve e potenza a gara in corso.

Ma è quando gli avversari hanno il possesso del pallone che i Grizzlies sfoderano i loro affilatissimi artigli. Lo sanno anche le pietre che la difesa è sempre stata il vero punto di forza della franchigia. Aggressività, cambi repentini e spiccata intelligenza tattica: quest’attitudine di gioco è più che studiato a tavolino, è praticamente un mantra impartito da tempo ed assimilato con cura dagli adepti. I giocatori si buttano su ogni pallone senza frenesia ma con irruenza, cercando di spazzare via ogni velleità possibile e immaginabile. Il playbook deve essere bello pieno di schemi, giudicando la preparazione della squadra nei diversi scenari che si presentano. Nella difesa sul pick and roll ad esempio, è lodevole il senso della posizione degli interpreti, che non si lasciano sorprendere affatto.

Rubata sul pick and roll e transizione avviata.

Rubata sul pick and roll e transizione avviata.

Di fronte al pitturato si innalza un vero proprio muro, abbastanza tosto da superare. I lunghi guardano a vista il ferro imponendosi fisicamente e, in caso di necessità, ci scappa sempre quell’aiuto che manda in tilt gli attaccanti. Marcature asfissianti e rotazioni precise rendono l’intero sistema una roccaforte quasi inespugnabile. Come se l’ingresso di un party all’ultimo grido fossero presenti dei buttafuori grossi e spocchiosi pronti a cacciare chi non è stato invitato.

"First team all defense!" (Cit.)

“First team all defense!” (Cit.)

Poteva mancare la classica menzione d’onore a Tony Allen? Una cosa del genere non può non passare per l’anticamera del cervello manco per scherzo. Il tempo passa ma lui è sempre lì a sbattersi su ogni possesso, a mordere le caviglie. A prendere in consegna l’uomo più pericoloso per cercare di limitarlo. Un custode aggressivo, un cane sciolto pieno di voglia e abnegazione.

Costanza ed impegno, sacrificio e preparazione. I Grizzlies hanno sempre il solito benedetto obiettivo: disputare una discreta regular season e rompere le scatole ai playoff, senza recitare il ruolo di vittime sacrificali, non mollando di un singolo centimetro. In barba a chi li definisce brutti, sporchi e cattivi. Non saranno magari gradevoli alla vista dei più esigenti, ma certamente sono pratici: e sarà meglio non fingersi morti davanti a loro, perchè sono orsi che non lasciano avanzi. Sono orsi che hanno una fame assurda ed uno spirito forte, pungente. Orsi che non si fanno beffare, anzi, che vogliono beffare chi, anche minimamente, osa prenderli sottogamba. 

 

 

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