“Io ho un sogno!” “Quale sogno?” “Avere un sogno!”. Il lettore attento avrà sicuramente colto lo scambio di battute tratto da Scary Movie 3, vero capolavoro di cinema parodistico, al confine con il demenziale.
Eppure una frase tanto no sense è abbastanza coerente nella logica narrativa di Air, lungometraggio che si fonda proprio sul sogno di un sogno. Un sogno su più livelli, insomma: il primo è quello di Michael Jordan di diventare il più grande giocatore di pallacanestro del pianeta, il secondo è quello del manager Nike Sonny Vaccaro basato sullo stesso sogno di His Airness.
Malgrado la figura di MJ sia celata, e il suo personaggio all’interno della cornice diegetica non dica più di tre battute, Air si configura come un film perfettamente jordaniano. A renderlo tale è però l’ossessività, il rilancio continuo di Vaccaro (un Matt Damon in stato di grazia) nei confronti dell’oggetto del desiderio, dalla pervicace volontà di Sonny di puntare tutto su un talento in cui ha visto qualcosa.
Una scommessa, anzi, un vero e proprio all-in, e chissà cosa sarebbe successo al manager della sezione basket della Nike se Jordan avesse avuto la mentalità del compianto Len Bias, che fu scelto prima di lui e finì come tutti sappiamo. Un’ipotesi che ex-post noi sappiamo essere virtualmente irrealizzabile, visto il contesto strutturato da cui MJ proveniva, ma che per il Vaccaro dell’epoca, ignaro della solidità delle radici e della mentalità ambiziosa di MJ, era un vero e proprio salto nel buio.
Dunque lo spettatore che si avvicini ad Air va a vedere il sogno di un sogno, contestualizzato in un altro sogno (anche se sarebbe meglio chiamarlo “pia illusione”) degli anni Ottanta come epoca di sempiterno Bengodi, pace e prosperità forever and ever. In questo quadro, Anzi, guardandolo ora il film sembra dire che quell’utopia occidentale è sparita, mentre quella di Jordan e quella della Nike sono rimaste in piedi, marcando quindi una differenza tra ciò che veramente realizzabile e cosa, invece, è un puro miraggio.
Air è quindi, a conti fatti, un punto di partenza, che noi sappiamo passare per Space Jam e concludersi con la Hall of Fame, mentre per gli attori in gioco in quel momento era una vera e propria incognita. E Sonny Vaccaro in questo senso con il suo agire anticipa quella che diventerà una delle massime più conosciute di Michael Jordan: “Posso accettare il fallimento, tutti falliscono in qualcosa. Non posso accettare il non provarci”.













