A ormai 72 ore dall’apertura della crisi diplomatica tra NBA e Cina, scatenata da un tweet imprudente di Daryl Morey, general manager degli Houston Rockets, in supporto alle proteste di Hong Kong, arriva la presa di posizione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
E Trump sceglie di attaccare due tra i suoi oppositori più vocali all’interno della NBA, ovvero Steve Kerr, allenatore dei Golden State Warriors, ed il leggendario Gregg Popovich. Donald Trump ha rinfacciato a Kerr – di solito così attento all’attualità – di non aver saputo, o voluto prendere una posizione netta sul caso Morey-Cina, svicolando a dire del presidente dalle domande durante un’intervista radiofonica: “Kerr sembrava un ragazzino che non conosce la risposta” Così Trump “Mentre non perde mai occasione per parlare male del suo Paese“. Sulla NBA: “Devono trovare da loro una soluzione” con la Cina.

Gregg Popovich agli ultimi Mondiali FIBA in Cina
Troppo “compiacente” per Trump l’atteggiamento di Kerr nei confronti della Cina, mentre il presidente ha dichiarato di aver apprezzato la difesa della libertà di espressione e la fermezza del Commissioner NBA Adam Silver, “Ma Popovich, stessa cosa: solo meno pavido. Parlano sempre male degli USA ma quando si parla della Cina sono molto meno coraggiosi. Una cosa abbastanza triste“.
Nei giorni scorsi Gregg Popovich aveva apprezzato la condotta di Silver, definendolo “un vero leader progressista”. Steve Kerr non ha ancora invece commentato le parole di Donald Trump, cosa che ha fatto la star degli Warriors Stephen Curry, altro “peso massimo” dell’opposizione NBA all’amministrazione Trump: “Benvenuto nel club, coach… sulla Cina, non so davvero molto, so che la situazione è però interessante, la NBA, il mercato… c’è tanto in gioco. Seguo con interesse, quello è sicuro“.
La prima delle due partite tra Lakers e Nets è in programma giovedì 10 ottobre alla Mercedes-Benz Arena di Shanghai, mentre la seconda si terrà – salvo sviluppi – due giorni dopo alla Dayun Arena di Shenzhen. Nella partita di giovedì ci dovrebbe essere inoltre il debutto in maglia Brooklyn Nets di Kyrie Irving, in forse per una frattura al volto rimediata tre settimane fa in allenamento.
Nella giornata di mercoledì, la NBA aveva cancellato gli eventi di “NBA Cares” in programma a Shanghai, e rimandato gli incontro con la stampa parlando di “situazione fluida” ed in sviluppo.
Crisi NBA-Cina, c’è chi teme effetti sul salary cap
Come riportato da Keith Smith di Yahoo Sports, almeno cinque tra le trenta squadre NBA hanno già calcolato e preparato uno scenario in cui la crisi NBA-Cina potrebbe provocare un calo “fino al 15%” delle proiezioni sul tetto salariale per la stagione 2020\21.
“Un processo contrario a quello di un balzo in alto del cap” Spiegano gli esperti “Ed una prospettiva pericolosa vista la quantità di denaro spesa” durante l’ultima free agency. Un calo del tetto salariale significherebbe un calo degli stipendi per i giocatori, ed un danno economico significativo soprattutto per i giocatori sotto contratto con accordi al massimo o super-massimo salariale (un contratto che occupa da solo dal 25 al 35% del cap massimo di una squadra).

Giannis Antetokounmpo sarà eleggibile per un supermax contract record nel 2020
“Non siamo mai stati in questo tipo di territorio” Spiega un executive NBA “Negli ultimi anni il salary cap non ha fatto altro che salire. Chissà se la NBA prenderà qualche tipo di provvedimento per evitare un crollo, almeno non sotto la soglia attuale di 109 milioni di dollari. Altrimenti, quasi tutte le squadre si ritroverebbero in luxury tax“.
L’ultimo calo del salary cap NBA risale al 2009, quando dai 58 milioni dell’anno precedente scese a 57, per rimanere stabile nei due anni successivi in conseguenza della crisi finanziaria che investì gli USA e le economie occidentali tra 2008 e 2009.



