La Big Ten Conference, uno dei colossi dello sport universitario americano, è a un passo da un accordo che potrebbe riscrivere le regole economiche dello sport collegiale. Una votazione imminente, secondo fonti vicine alla NCAA, potrebbe sancire la nascita della Big Ten Enterprises. Una nuova entità, destinata a gestire i diritti mediatici e le attività commerciali della conferenza, con un investimento stimato in oltre 2 miliardi di dollari provenienti da un fondo legato al sistema pensionistico dell’Università della California (UC).
Un’operazione senza precedenti nel panorama collegiale, capace di cambiare in modo strutturale il rapporto tra sport, accademia e business. Ma anche un accordo che ha sollevato dubbi politici e accademici, portando persino a un monito ufficiale da parte del Congresso americano.
Come si è arrivati a questo punto
Negli ultimi anni la Big Ten, insieme alla rivale Southeastern Conference (SEC), ha assunto una posizione dominante nello sport universitario. Le due conferenze controllano i diritti televisivi più redditizi del Paese e rappresentano il fulcro del football e del basket NCAA, arrivando a siglare contratti miliardari con colossi come FOX, CBS e NBC.
Nel 2022, la Big Ten aveva già firmato un accordo record da 7 miliardi di dollari in 7 anni sui diritti mediatici. Tuttavia, dietro l’apparente solidità, molte università membri hanno iniziato a soffrire: debiti crescenti per infrastrutture sportive sempre più costose, aumenti dei costi operativi e la recente apertura alla remunerazione diretta degli atleti (Name, Image and Likeness: NIL), che ha imposto nuove spese e un cambiamento profondo nella gestione dei programmi sportivi.
In questo contesto, la dirigenza della Big Ten, guidata dal commissario Tony Petitti, ha iniziato a valutare forme di “investimento strategico”. L’obiettivo: immettere liquidità nel sistema senza compromettere la governance della conferenza. Da qui la proposta di costituire la Big Ten Enterprises, un veicolo societario capace di attirare investitori esterni ma sotto controllo interno alla lega.
L’accordo da 2 miliardi di dollari
Secondo quanto riportato da ESPN e Yahoo Sports, la nuova entità deterrebbe tutti i diritti mediatici e di sponsorizzazione della Big Ten, con quote di proprietà ripartite tra le 18 università membri, l’ufficio della conferenza e il fondo d’investimento dell’Università della California.
Quest’ultimo, pur essendo formalmente un fondo pensione e non un private equity tradizionale, agirebbe come investitore istituzionale esterno, con una partecipazione di minoranza del 10% e nessun potere di controllo. Tuttavia, la valutazione proposta dal fondo UC è risultata più alta rispetto a quelle di altri candidati del settore privato, convincendo molti leader universitari che si trattasse di un compromesso accettabile.
Ogni università riceverebbe una somma a nove cifre, seppur con una leggera differenza tra i programmi sportivi più prestigiosi (come Michigan, Ohio State o Penn State) e le scuole di dimensioni minori. L’accordo estenderebbe inoltre la concessione dei diritti della lega fino al 2046, garantendo stabilità e scoraggiando la formazione di una Super League indipendente, ipotesi che da anni aleggia nell’ambiente del football collegiale.
Le perplessità e la resistenza interna
Nonostante l’entusiasmo di molti amministratori, l’iniziativa non ha convinto tutti. Michigan e Ohio State, le due potenze storiche della conferenza, hanno inizialmente espresso scetticismo. Il timore è che la cessione, anche parziale, di asset mediatici potesse aprire una breccia nel modello universitario tradizionale.
“Pensateci in questo modo: la conferenza non sta vendendo una parte di essa” ha dichiarato una fonte della Big Ten ai microfoni di ESPN. “Le funzioni tradizionali come la programmazione, l’arbitraggio e i campionati resterebbero interamente sotto la conferenza. La nuova entità si concentrerà sullo sviluppo commerciale e includerà un investitore esterno con una piccola partecipazione finanziaria”.
Ma le rassicurazioni non sono bastate a placare le polemiche. In alcuni consigli di amministrazione universitari, diversi reggenti hanno espresso preoccupazione per la natura pubblica dei beni in gioco.
Il reggente del Michigan, Jordan Acker ha scritto sui social che “vendere i preziosi beni dell’università pubblica tradirebbe la nostra responsabilità nei confronti degli studenti e dei contribuenti”.
L’intervento politico: la lettera di Maria Cantwell
La controversia ha varcato presto i confini accademici.
La senatrice Maria Cantwell (D-Washington), presidente della Commissione Commercio del Senato e rappresentante di uno Stato che ospita una scuola Big Ten (Washington), ha inviato una lettera formale ai presidenti delle università. In essa, ha avvertito delle possibili conseguenze fiscali e legali dell’accordo.
“L’obiettivo principale di queste società è quello di guadagnare denaro per l’azienda, il che difficilmente è in linea con gli obiettivi accademici della vostra università o con i suoi obblighi come organizzazione senza scopo di lucro” ha scritto.
Il suo timore principale riguarda il rischio che i ricavi mediatici, oggi esenti da tassazione in quanto “sostanzialmente correlati” alla missione educativa, perdano tale status qualora un soggetto privato ne detenga una quota. In altre parole, l’accordo potrebbe mettere in discussione la stessa natura non profit delle università coinvolte.
Cantwell, intervenuta anche a un seminario della Knight Commission on Intercollegiate Athletics, ha collegato la questione alla necessità di una riforma più ampia dello sport universitario, sostenendo il suo SAFE Act, una proposta di legge che regolerebbe i diritti mediatici e finanziari delle conferenze.
Il nodo etico e culturale: il rischio di “privatizzare” lo sport universitario
Al centro del dibattito c’è, in sostanza, un interrogativo più profondo: fino a che punto lo sport universitario americano può trasformarsi in un prodotto commerciale, senza snaturare la sua identità?
La Big Ten, nata oltre un secolo fa come alleanza accademica tra istituti pubblici del Midwest, è oggi un conglomerato economico da miliardi di dollari. L’ingresso del capitale istituzionale segna una svolta simbolica: la logica del profitto entra ufficialmente nei campus, anche se solo con una quota minoritaria.
Critici come Cody Campbell, presidente del consiglio di amministrazione di Texas Tech, hanno definito “assurdo” permettere a investitori esterni di monetizzare “una risorsa che appartiene al pubblico americano”.
D’altro canto, i sostenitori dell’accordo sostengono che l’iniezione di capitale sia l’unico modo per mantenere la competitività, con la SEC e con i futuri sviluppi del mercato collegiale, in cui la frontiera tra dilettantismo e professionismo è ormai labile.
Cosa succede ora
La votazione delle 18 università membri della Big Ten è attesa nelle prossime settimane. Se l’accordo verrà approvato, la Big Ten Enterprises potrebbe diventare operativa già nel 2026, in coincidenza con la nuova stagione dei diritti mediatici.
Nel frattempo, i legali e i consulenti fiscali delle università stanno esaminando i possibili effetti collaterali sullo status di esenzione e sulla governance. Il commissario Petitti ha promesso che “qualsiasi mossa sarà pienamente conforme agli accordi esistenti e agli obblighi istituzionali”.
Ma la sensazione, dentro e fuori dai campus, è che la Big Ten abbia già imboccato una strada da cui sarà difficile tornare indietro. Se l’accordo andrà in porto, potrebbe diventare un modello per tutte le grandi conferenze americane, aprendo la porta a una nuova era di partnership pubblico-private nello sport universitario.
Un’era in cui il confine tra aula e business, tra educazione e profitto, diventa sempre più sottile.



















