Adesso si fa dura. Dal 7imo al 10imo posto, il passo per i Miami Heat è stato breve. Mancano solo 5 partite e il distacco dalla zona che consente l’accesso alla Post-Season è di 2 vittorie; difficile a questo punto immaginare un clamoroso ribaltone. Nonostante la comprovata esperienza di alcuni membri e la freschezza di alcuni nuovi arrivati, gli Heat stanno per patire una cocente delusione. Nell’ultimo appuntamento con la rubrica #123Ragioni scopriremo quindi 3 motivi per cui i Miami Heat stanno vivendo una stagione fallimentare:
1 – Terzi-quarti da dimenticare
Il maggiore tallone d’achille dei Miami Heat quest’anno è stato uno soltanto: i terzi-quarti. Difficile capire effettivamente il perché di alcuni cali paurosi che hanno concesso agli avversari di Miami ribaltoni clamorosi, anche con 10-20 punti di vantaggio in alcune situazioni, ma il problema c’è: gli Heat non sanno imporsi nel terzo periodo di gioco.

“La maledizione del terzo-quarto” e i Miami Heat: un binomio che ha accompagnato i vice-campioni in carica lungo tutta la stagione
Un problema ripropostosi diverse volte lungo tutto l’arco della stagione e che, anche nell’ultima cocente sconfitta patita ai danni dei Chicago Bulls, è stato nuovamente protagonista della disfatta di Miami: dopo un ottimo primo tempo che ha consentito agli uomini di coach Spoelstra di rientrare negli spogliatoi con un rassicurante parziale di 32-51, il crollo degli Heat è stato verticale, con un terzo-quarto inimmaginabile da 33-8 in favore dei Chicago Bulls. Un terzo periodo di gioco che non ha lasciato scampo a Wade e compagni, risultati impotenti, ancora una volta, difronte alla “malezione del terzo-quarto” che li affligge da troppo tempo. Un calo fisico e soprattutto psicologico a cui gli uomini di Spoelstra non hanno saputo far fronte con decisione. Dei cali inspiegabili che hanno portato a diverse sconfitte che, qualora non si fossero verificati, avrebbero permesso a Miami di avere un record nettamente migliore probabilmente, mantenendo ancora viva la speranza dei Playoffs.
2 – Attacco inguardabile
Una delle pecche maggiori di coach Spoelstra: la mancanza di schemi offensivi che possano portare ad aprire le difese e quindi comportino una quantità maggiore di punti per gli Heat. Già, la quantità di punti prodotti, è stato sicuramente un fattore determinante in diverse sconfitte patite da Miami, con la franchigia della Florida incapace di realizzare con costanza canestri vincenti. 28esimi nella lega per punti realizzati con una media di 94.4 per partita; un risultato imbarazzante confrontato con quello delle passate stagioni, dove gli Heat dei Big Three che hanno vinto l’ultimo titolo avevano mantenuto il quinto miglior attacco per punti grazie ai 102.9 realizzati in media.

Miami, l’attacco non gira: 28esimi nella lega con 94.4 punti di media. Troppo pochi per sperare nei PO
L’attacco dei Miami Heat post-Lebron James è stato qualcosa di brutto da vedere, con qualche buona transizione veloce (marchio di fabbrica di Spoelstra) ma senza riuscire a creare veri e propri spazi con efficacia e continuità lungo tutto il corso delle partite, a causa di possessi palla spesso sterili e privi di inventiva, problema evidenziato già nella scorsa stagione. Il risultato prodotto dagli Heat è impietoso: 29esimi nella lega con soli 19.9 assist prodotti per partita; una dato negativo già nella prima parte di stagione, che non è per niente migliorato con l’apporto del talento di Goran Dragic che, invece, avrebbe dovuto dare quella marcia in più di cui l’attacco degli Heat necessitava.
3 – Tanti, troppi infortuni
È innegabile, allo stesso modo, che la stagione dei Miami Heat sia stata ricca di tanta sfortuna, tramutatasi in problemi fisici: sono 33 gli infortuni registrati nel corso dell’attuale stagione; una cifra spropositata seconda a nessuno, nemmeno ai Chicago Bulls (29) che di infortuni ne sanno qualcosa sicuramente. Un susseguirsi di infortuni che difficilmente hanno permesso a coach Erik Spoelstra di poter schierare il quintetto ideale durante le 77 partite giocate finora. L’emblema massimo degli infortuni dei Miami Heat è sicuramente l’assenza di Chris Bosh, fuori per tutta la seconda parte di stagione a causa di un’embolia polmonare che non gli ha permesso di scendere sul parquet per un solo minuto nel periodo post-All Star Game. E Wade? Il #3 degli Heat ha vissuto un’altra stagione falcidiata dai soliti problemi alle ginocchia che oramai lo attanagliano da troppo tempo. Assenze importanti nella maggior parte dei casi, che non hanno permesso ai Miami Heat di schierare i propri uomini migliori, con una condizione fisica ottimale, senza quindi potersela giocare fino in fondo alla pari con le concorrenti per gli ultimi 2 posti che consentono l’accesso ai Playoffs.
Ovviamente la matematica non condanna ancora i Miami Heat, ma poco ci manca. Le 4 sconfitte nelle ultime 5 sfide affrontate hanno trascinato gli Heat a 2 lunghezze di distanza dall’accesso ai Playoffs, traguardo minimo degli Heat che avrebbe consentito quantomeno di salvare una stagione vissuta sotto tante difficoltà: Miami non manca all’appuntamento da ben 7 anni, l’ultima volta nella stagione 2007-08: il probabile mancato accesso alla Post-Season renderebbe automaticamente fallimentare una stagione nata male e finita anche peggio.
Per Nba Passion,
Mario Tomaino













































