Certe storie non si raccontano. Si respirano.
Hanno il sapore del parquet consumato, l’odore del sudore e della gomma bruciata, il rumore sordo dei palloni che rimbalzano prima dell’alba. Sono fatte di gesti ripetuti all’infinito, di occhi che si incrociano negli spogliatoi prima della battaglia, di silenzi carichi di tutto ciò che le parole non sanno dire.
È da quel silenzio che arriva Dan Peterson.
Con la sua voce ruvida come carta vetrata, calda come un vecchio vinile e americana fino al midollo, The Coach ha attraversato epoche, generazioni, stili di gioco e rivoluzioni. È stato molto più di un allenatore. È stato un costruttore di mentalità, un artigiano dell’anima sportiva, un uomo capace di trasformare un gruppo di atleti in un branco unito da qualcosa che somiglia terribilmente all’amore.
Nel suo ultimo libro, La mia Olimpia in 100 storie + 1, non c’è solo la cronaca di una delle squadre più iconiche della pallacanestro europea. C’è la pelle e il cuore di una Milano che vinceva, perdeva, sudava, sognava. C’è il ricordo vivo di uomini che hanno lasciato un segno dentro e fuori dal campo. Non leggende irraggiungibili, ma persone vere. Imperfette, umanissime.
Ogni storia è un flash, un’istantanea scattata tra le pieghe del tempo. Un discorso improvvisato in spogliatoio che cambia la partita, uno sguardo tra compagni che dice più di mille parole, una risata in viaggio, una lacrima nascosta sotto la doccia.
E poi c’è il “+1”. Quella storia in più. Che non serve spiegare, ma solo sentire. È la storia dietro tutte le storie. Quella che lega Dan all’Olimpia come un filo invisibile. Indistruttibile, eterno.
Nel tempo del mordi e fuggi, questo libro è un atto di resistenza emotiva. Una memoria che si fa carne, una voce che non ha mai smesso di raccontare. E nell’intervista che segue, ogni risposta è un frammento di quell’universo. Parole che battono come tiri liberi a tempo scaduto, come ricordi che non vogliono più andarsene.

L’intervista
Coach, lei è diventato un’icona dello sport italiano. Se potesse tornare indietro, c’è un momento specifico in cui ha capito che l’Italia sarebbe diventata casa sua?
“Quasi subito. Il mio primo colloquio con la Virtus Bologna è avvenuto tra la fine di maggio e l’inizio di giugno del 1973. All’epoca allenavo la Nazionale in Cile e non ero mai stato in Europa o in Italia. Conoscevo bene il Sud e il Centro America, il Canada, il Messico, gli Stati Uniti ovviamente. Ma quando sono venuto in Italia, mi sono innamorato di Bologna, della squadra, del palazzetto, della gente, del cibo. Un po’ di tutto. Devo dire che stare in Cile mi ha avvantaggiato. Gli americani, quando escono fuori dagli Stati Uniti, sembra si trovino su Giove o su Marte. All’epoca, molti miei connazionali consideravano il Cile o l’Italia al pari di un pezzo di torta, per quanto concerne le dimensioni: il nulla. Io, invece, dopo aver passato due anni in Cile, ero abituato al contatto con il mondo esterno. Parlavo lo spagnolo fluentemente, più o meno come parlo l’italiano adesso. Lo avevo già studiato al liceo e all’università, poi ho trascorso due mesi di full immersion in Puerto Rico prima di andare in Cile. Parlavo lo spagnolo ogni giorno. Dunque, non solo non ero più spaesato nell’andare in un pese straniero, ma ho anche vissuto con facilità il salto linguistico dallo spagnolo all’italiano. Dopo appena tre giorni, lo stavo già parlando più o meno come lo parlo adesso. Poi ho imparato come funzionava la FIBA, il regolamento del basket europeo, il campo, il canestro, l’importanza dei tiri da due punti, lo stress di una Nazionale. Infine, non avevo mai allenato ragazzi dai 22 anni in su. Già quando ero in Cile c’era stato un cambio di rotta in questo senso. Io avevo 35 anni e il mio miglior giocatore, Juan Guillermo Thompson, aveva la mia stessa età: appena qualche mese in meno. Così, quando sono arrivato alla Virtus, ero già preparato all’idea di dover lavorare con giocatori di questa fascia d’età. Insomma, quando sono arrivato a Bologna il 3 settembre del 1973, mi sono sentito subito a casa. Mi sono innamorato della città e di conseguenza dell’Italia. Poi, quando sono arrivato a Milano, ho vissuto la stessa sensazione: mi sono innamorato della città, del quartiere Brera, del centro, di Piazza Duomo. È una mia qualità, mi affeziono subito. Ma ciò non significa che io non ami il mio Paese. Io sono di Chicago e la difendo”.
Nel libro racconta 101 storie. Se avesse dovuto sceglierne solo 3 per spiegare cos’è l’Olimpia Milano, quali avrebbe scelto?
“Quando sono arrivato all’Olimpia, venivo da cinque anni con la Virtus. All’epoca, Milano era rappresentata da tre figure. Innanzitutto il presidente Adolfo Bogoncelli, uno dei padri del basket italiano. Nel 1946 fu il primo proprietario di una squadra di pallacanestro ad ottenere uno sponsor, con 4 milioni delle vecchie lire. La sua importanza è tale che non si può misurare, va fuori ogni tipo di dimensione. Poi c’era Cesare Rubini, il mitico principe. Una medaglia d’oro di pallanuoto nel ’48, capitano della squadra italiana a soli 23 anni, Hall of Famer del basket e della pallanuoto, 15 scudetti con l’Olimpia, due Coppe dei Campioni: il suo palmarès è infinito e i suoi record intoccabili. Infine c’era Bill Bradley, l’americano che aveva studiato a Oxford. Lui rappresenta il primo incontro che noi americani abbiamo avuto con il basket italiano. Io ai tempi non sapevo neanche dell’esistenza della parola <<Olimpia>>. Queste tre figure, che conoscevo da prima di arrivare Italia, rappresentano l’Olimpia in toto. Poi sono arrivati Mike D’Antoni, Dino Meneghin, Bob McAdoo, Roberto Premier, Vittorio Gallinari. Mi hanno fatto vincere, con loro sono in debito per questo. Con Bogoncelli, Rubini e Bradley sono invece in debito per le tradizioni che mi hanno lasciato: un debito insanabile”.
Scrivere è diverso dall’allenare. Com’è stato “allenare la memoria”? Quale storia le è venuta più facile?
”Scrivere il libro è stato molto facile. Posso dire di essere uno storico nato. Nel 2013 sono stato inserito nella Hall of Fame del mio liceo a Evanston, nel nord di Chicago. Sono l’unico ad essere stato messo lì dentro per ciò che ho fatto fuori dal liceo, quindi si tratta di un’onorificenza vera e propria. Però ho notato che gli altri eletti sono poco conosciuti, perché nessuno ha voluto faticare nel fare un po’ di ricerca sulla storia della scuola. Io invece ho l’animo da storico, e ho deciso di occuparmene. Ad esempio, il campo da basket della scuola nel 2026, cioè fra un anno, compie cento anni. E io cosa sto facendo al riguardo? Sto facendo ricerca. Nello specifico, scrivo tutti i nomi di chi ci ha giocato o ci ha allenato. Una di queste, l’unica donna, è Ann Margaret. Poi è diventata un’attrice famosa, ma anni e anni fa era un cheerleader del liceo rivale. Dunque, ha spesso calcato quel campo. Anche il mitico John Wooden è passato di lì. Ci ha allenato, perché la Northwestern University ha giocato le partite casalinghe sul nostro campo dal 1940 al 1952. Poi hanno aperto un nuovo impianto. In cento anni, tanti atleti e personalità famose sono state lì. Tra questi ci sono ben tredici giocatori di MLB e quaranta di NFL. Io sono nato per questo, per fare ricerca. Ho una buona memoria. Faccio anche le parole crociate. Non faccio più quelle del New York Times, le più belle del mondo, ma faccio la Settimana Enigmistica in italiano. Mi aiuta con la memoria. Mi piacerebbe costruire un puzzle per la Settimana, basato sul basket. Dovrò trovare il tempo di farlo, perché è difficile. Ma ho la mente allenata e la natura da storico. Dunque, anche aprire il cassetto dei ricordi e scrivere questo libro è stata una cosa facile”.
C’è una storia che pensava fosse troppo piccola per essere raccontata e invece ha sorpreso tutti (compreso lei) per il valore emotivo?
“Nel libro ho inserito il custode della palestra, lo speaker, il massaggiatore, tutti i vice allenatori. Nessuno era troppo piccolo per me. Tutti facevano parte della mia Olimpia, d’altronde il libro si chiama così. All’inizio della mia carriera, stavo per prendere la mia seconda laurea all’Università di Michigan ed ero in procinto di diventare allenatore. Scrissi una lettera all’allenatore di baseball del mio liceo, che era vice anche per il basket e il football. Un grande coach di mentalità, dava ottimi consigli e in lui vedevo una speranza per la carriera futura. In quel periodo mi chiedevo cosa avrei dovuto fare se mi avessero fatto pressing o la zona, ero pieno di dubbi di questo tipo. Poi dissi che avevo sbagliato a disturbarlo per delle cose così futili. Provavo a prevedere le sue risposte. Pensavo che mi avesse detto di lavorare per 15 minuti ogni giorno contro la zona, per 15 minuti ogni giorno sul pressing e via dicendo. Invece, sorprendentemente, nella lettera mi scrisse queste parole: <<Caro Dan, il mio primo consiglio è di fare amicizia con il custode della palestra>>. Voleva dirmi, implicitamente, di non preoccuparmi della parte tecnica. Infatti mi ha tolto ogni paura. Ho iniziato a pensare alla squadra, non solo ai giocatori. D’altronde, tutti fanno la squadra. Non ho mai dimenticato quella lezione. Non c’era mai qualcuno di troppo piccolo. Anzi, se scoprirò di aver dimenticato qualcuno nel libro, ci rimarrò male. Ma non succederà, mi sono spremuto le meningi pur di non dimenticare nessuno”.
Nel libro emergono figure leggendarie. C’è qualcuno che, secondo lei, è rimasto un po’ troppo nell’ombra e meriterebbe più riconoscimento da parte del grande pubblico?
“È difficile rispondere a questa domanda. Quando arrivi all’Olimpia, sei nell’occhio del ciclone. Il mio general manager è stato Cappellari, per nove anni su nove. I giocatori lo vedevano spesso e il suo è un ruolo è molto pubblicizzato. Il vice allenatore, Casalini, poi è diventato head coach. Dunque è molto conosciuto. Forse, quello che è rimasto di più nell’ombra, è stato il nostro grande preparatore atletico Claudio Trachelio. Mi ha aiutato molto a costruire un allenamento adatto alla squadra, che io ho portato in campo perché i giocatori devono sentire la voce del capo allenatore, durante la stagione. Eppure, quando D’Antoni si fratturò il piede, l’ha guarito lui. Quando Meneghin si operò, l’ha guarito lui. Le cose che ha fatto Claudio, per me, sono immense. È un po’ pubblicizzato, ma non abbastanza. Meriterebbe un po’ più di riconoscimento”.
La storia “+1” incuriosisce fin dal titolo. Cosa rappresenta per lei quella storia in più? Un omaggio o un colpo di coda?
“Si tratta delle note di ringraziamento. L’anno scorso, nel 2024, mi hanno inserito all’interno della Hall of Fame della FIBA. Non perché sono un bravo ragazzo, ma perché sono stato stimolato molto. In quell’occasione ho capito una cosa importante: bisogna ringraziare chi ti ha dato una mano ed essere riconoscenti. Dunque, il libro contiene 100 lettere d’amore. Ritengo che questa sia una mia qualità. Amo tutti i miei giocatori, la mia squadra, la mia società. Anche quando ero in Cile ho provato la stessa cosa: quel paese fa parte di me, è un angolo del mio cuore. Sono tutt’ora in contatto con i giocatori. Quando qualcuno se ne va ci resto male. La scomparsa del mitico dottor Rodriguez, l’ho vissuta male. Era la persona migliore che io abbia mai conosciuto, un grande medico, forse tra i migliori in tutto il mondo. Non ne ho parlato tra queste pagine, ma lo farò. Sto scrivendo un libro simile riguardo la mia esperienza in Cile e non posso lasciarlo fuori. È stato profondamente amato da tutti. Io ero lì in quanto americano, giovane, pieno di energia. Però rompevo le scatole. Chiedevo un sacco di cose e auspicavo cambiamenti finché un giorno, con la sua solita classe, il dottor Rodriguez mi ha detto: <<Gringo, sai qual è il problema qua? Tu sei abituato a viaggiare a 100 km all’ora, noi a 10. In questo momento stiamo andando a 50 e non è contento nessuno>>. Con una classe cristallina mi ha messo al mio posto, da quel momento ho cercato di non rompere così tanto l’anima agli altri. Come si può non amare una persona così? Anche nel mio liceo sono stato circondato da persone di questo tipo, d’altronde è questo il motivo per cui faccio ricerca lì. Amo la mia città e combatto per far sì che le storie personali dei miei compagni di classe non siano dimenticate. Li amo ancora. Dovunque siano adesso, devono sapere che io sto lottando per loro e che li ringrazio. Tanto”.
“La mia Olimpia” è anche un viaggio nella memoria collettiva del basket italiano. Che tipo di lettore aveva in mente mentre scriveva?
“Personalmente non ci ho pensato, è una cosa interna che procede successivamente verso l’esterno. Bisogna tirare fuori ciò che si trova nella nostra mente, nel nostro cuore, ciò che ci porta la pace. Bisogna esprimere qualcosa, per far sapere qualcosa a qualcuno. Il libro può essere letto anche solo da tre persone, l’importante è esternare quello che abbiamo dentro. Volevo che il mondo sapesse, che qualcuno sapesse, che chi legge il libro sapesse. Inizialmente pensavo che sarebbe stato un libro di nicchia, letto da pochi. Eppure, sorprendentemente e felicemente, è stato un boom. Per le prime sei settimane dopo l’uscita, siamo stati al primo posto della classifica di vendita dei libri sportivi in Italia. Non me lo aspettavo, ma sono felice per Minerva Edizioni, per il mio coautore Umberto Zapelloni e anche per me. Non avevo pensato al pubblico, speravo solo che qualcuno lo leggesse. Per il resto, cercavo di minimizzare e non avere troppe aspettative. Eppure, alla fine, abbiamo ottenuto il massimo. Non credo che il libro si trovi ancora al primo posto, siccome sono passati due o tre mesi dal momento dell’uscita, però abbiamo senz’altro avuto un grande boom iniziale”.
Se un giovane oggi, leggendo il suo libro, si innamorasse del basket, che consiglio gli darebbe per iniziare questo viaggio?
“Innanzitutto, lo sport è una questione di passione. Per giocatori, allenatori e genitori, bisogna sapere che ci sono tre livelli. Il primo è il gioco. Con i bambini e con i giovani bisogna giocare, non sono professionisti e non sono legati a una società. Non hanno un contratto. Si tratta di mini basket, settore giovanile. Quello che dico sempre agli allenatori, è che il bambino deve uscire dalla palestra con un sorriso che va da un orecchio all’altro. Non deve essere sgridato. È gioco, quindi è gioia. Il secondo livello è l’agonismo. C’è stata la selezione, il ragazzo si trova in una squadra importante o meno, qualunque essa sia. Qui c’è bisogno di dimostrare tanta passione e dedizione. Bisogna anche essere disposti a fare sacrifici. Il terzo livello è la professione. Adesso è un’esperienza totalitaria, diventa quotidianità. Per quanto riguarda i tifosi, bisogna essere leali e fedeli al club in ogni momento, non esaltarsi troppo, ma neanche deprimersi nei momenti meno belli. L’importante è essere presente: se è la tua squadra, è la tua squadra, anche quando le cose non vanno bene. È giusto avere un’opinione e dire cosa è stato sbagliato. Per i giornalisti, invece, è più difficile. Anche loro hanno una squadra di cuore, ovviamente, ma devono lavorare con grande imparzialità. Io scrivo per la Gazzetta dello Sport e loro in questo sono bravissimi. Conosco i giornalisti che ci lavorano, so chi tifa e per che squadra. Ma quando scrivono, possono diventare ancora più severi nei confronti della loro squadra del cuore, perché entra in gioco il dispiacere per un’eventuale sconfitta. Dunque, per fare questo lavoro, è importante essere imparziale, obiettivo. Però lo sport è anche amore, passione, divertimento, passatempo. E da esso si possono trarre tutte le grandi lezioni della vita”.
Oggi si parla tanto di legacy. Lei come vorrebbe essere ricordato?
“Come uno che ci ha messo il cuore perché ha amato il basket, ha amato i giocatori, ha amato la società, la squadra, i dirigenti. Quando sono andato in Cile, l’esperienza mi ha cambiato. Rodriguez, i miei giocatori, il mitico Thompson. Lui mi disse che non poteva più giovare in Nazionale perché aveva 35 anni ed era prossimo al matrimonio. In più aveva cambiato lavoro e non aveva tempo. È stato un enorme dispiacere, ma gli dissi che se avesse cambiato idea mi avrebbe potuto far sapere. Alla fine non l’ha potuto fare, però è un’esperienza che mi ha cambiato e mi ha fatto imparare tanto. Alla Virtus Bologna, i tifosi mi hanno cambiato radicalmente. A Milano, prima con Adolfo Bogoncelli e poi con la famiglia Gabetti, con i miei giocatori, ho imparato ancora di più. E per questo ho questo cuore dentro di me. Voglio essere ricordato come un grande amante del basket, dei suoi giocatori e del suo club”.
Ultima domanda: se domani dovesse scrivere “La mia Olimpia in 100 storie + 2”, sa già quale sarebbe la storia numero 102?
“Ovviamente la dedicherei a mia moglie Laura, che mi supporta sempre, e anche ai suoi gatti. Ogni tanto anche loro mi prestano attenzione (ride, ndr.). Avere un appoggio di questo tipo è importante. Laura è una grande tifosa dell’Olimpia e del basket in generale. Segue molto anche la Virtus, d’altronde io ne sono stato general manager per la stagione ’88-89. Entrambi soffriamo molto quando la Virtus gioca contro l’Olimpia, come ad esempio nelle semifinali dei playoff. In ogni caso, la storia 102 sarebbe lei, ma non in questo ranking. Sarebbe più una dedica d’amore finale”.

















