Karl Anthony Malone nasce a Bernice, una frazione di Summerfield in Louisiana, il 24 luglio del 1963 in una famiglia di contadini. Fin da bambino vive, molto da vicino, i problemi della segregazione razziale, che affliggevano il sud degli Stati Uniti d’America: a suo nonno fu fatto capire, più di una volta ed in maniera poco amichevole, che probabilmente non era il caso di ampliare l’azienda di famiglia.
Ultimo di nove figli, Karl passa la sua infanzia in una fattoria a Bernice, dove vive con i fratelli e la madre. Suo padre, sposatosi per la seconda volta quando Malone era ancora un bambino, si suicida quando Karl ha 14 anni, ma la madre lo racconta al figlio soltanto nel ’94. Nella fattoria, Karl ha modo di sviluppare il suo fisico pazzesco, tagliando alberi a colpi di accetta e andando a caccia. Frequenta la Summerfield High School, il liceo della sua contea, e gioca nella squadra di basket, portando il suo liceo alla vittoria di tre titoli consecutivi. A questo punto, Malone è uno dei prospetti più interessanti della sua generazione e Eddie Sutton, allenatore della squadra dell’Univesity of Arkansas, fa di tutto per averlo con sé, ma lui, dopo una lunga riflessione, decide, in accordo con la famiglia, di iscriversi alla Louisiana Tech
University per restare vicino ai suoi cari. Il primo anno, però, Malone non si allena neanche: i suoi voti, infatti, sono troppo bassi per gli standard dell’università e non gli viene permesso di unirsi alla squadra di basket. Ammissione che arriva l’anno successivo, con l’allenatore italo-americano Andy Russo, che è decisivo nella sua carriera, dal momento che da lui provengono i preziosi consigli su come muoversi da ala forte in fase difensiva. Karl Malone e i Bulldogs centrano, per la prima volta nella storia del college, la qualificazione al torneo NCAA. Per tutti gli anni del college, Malone viene selezionato nell’All-Southland, selezione che raccoglie tutti i migliori giocatori collegiali del sud degli Stati Uniti.
Nel 1985 si rende eleggibile per il Draft NBA, insieme a campioni come Patrick Ewing, Chris Mullin, Arvydas Sabonis e Manute Bol. Malone viene scelto, con la tredicesima chiamata assoluta, dagli Utah Jazz, squadra che stava cercando il compagno ideale per John Stockton, promettente playmaker pescato al Draft dell’anno precedente. Mai scelta fu più azzeccata. I due si erano conosciuti nel 1984, quando furono chiamati per uno stage pre-olimpico indetto da Bobby Knight, e avevano sviluppato, già in quelle poche settimane, una grande amicizia ed intesa sul campo. A dir la verità Malone sarebbe dovuto finire ai Dallas Mavericks, ma la squadra di Dallas decise all’ultimo di selezionare, con la scelta numero 8, Detlef Schrempf, ala tedesca, rendendo così vano l’acquisto fatto da Malone: un appartamento alla periferia di Dallas. Alla sua prima intervista, subito dopo il draft, fece vedere subito le sue origini ‘provinciali’, dicendo: “Sono molto contento di andare a giocare nella città di Utah“, pensando che il nome ‘Utah’ fosse riferito al nome della città e non allo stato in cui si trova Salt Lake City.
Con la maglia dei Jazz fa vedere grandi cose e si guadagna il soprannome di ‘Postino’ (Mailman), grazie anche a John Stockton, capace di
liberarlo sotto canestro, facendo in modo che lui debba soltanto saltare ed appoggiare la palla, consegnandola proprio come una cartolina postale. Alla prima stagione in NBA, Malone, si classifica al terzo posto nella classifica Rookie of the Year, dietro a Xavier McDaniel (Seattle SuperSonics) e Patrick Ewing (New York Knicks), viene inserito nel primo quintetto Rookie e trascina i suoi Jazz ai play-off, durante i quali, per uno strano incrocio del destino, furono eliminati al primo turno dai Dallas Mavericks.
Malone, come tutti i più grandi sportivi, ha una maniera di allenarsi maniacale, a tratti compulsiva, ed ogni giorno dell’anno, feste comprese, si esercita col sollevamento pesi, arrivando anche a sollevare più di 200 kg alla volta. In estate scende dalle ripide praterie dello Utah simulando lo scivolamento difensivo o corre con una specie di paracadute legato in vita. Il suo unico scopo è quello di migliorare la sua resistenza fisica, che, pur essendo straordinaria, a lui non sembra così buona. Il suo fisico è così imponente e ben definito che sua moglie, alle partite, riceve offerte da centinaia di dollari da parte di facoltose signore che vorrebbero toccare i bicipiti di Karl.
Il tempo passa e migliora le qualità di Malone, così come la sua intesa con Stockton, e, nonostante la squadra non riesca ad arrivare alle finali NBA, Karl inizia ad incantare il pubblico e gli addetti ai lavori, conquistando l’All-NBA Second Team e All-Defensive Second Team nel 1988, tutte le convocazioni all’All-Star Game dal 1988 al 2002, vincendo due volte l’MVP dell’All-Star game nel 1989 e nel 1993 (a pari merito con l’amico Stockton), l’All-NBA First Team dal 1989 al 1999, l’All-NBA Second Team nel 2000 e l’MVP della regular season nel 1997 e nel 1998. In mezzo colleziona due Ori Olimpici con il Dream Team, sia quello originale del 1992, che vince anche i Campionati Americani, che quello del 1996.
Il punto più alto della sua carriera, oltre agli ori ottenuti con la Nazionale, lo tocca nelle stagioni 1996-1997 e 1997-1998, quando
gli Utah Jazz, trascinati dai suoi punti, raggiungono le finali NBA. Nella prima, quella del ’97, Malone è forte del suo primo titolo MVP, ma la storia è già chiusa in partenza: i Bulls sfruttano al meglio il fattore campo e la presenza di Michael Jordan, Rodman e Pippen fa la differenza. La serie termina sul 4-2 per Chicago.
Nella seconda la storia, ha dell’incredibile. I Jazz hanno il vantaggio del fattore campo e, nonostante siano in svantaggio per 3-2 nella serie, la vittoria non sembra essere impossibile, visto che i Bulls sono reduci da una stagione altalenante e la partita del Delta Center sta vedendo i Bulls perdere pezzi, su tutti Scottie Pippen, che sembrava infortunato. A 6,6 secondi dalla fine, sul risultato di 86-
85 per i Jazz, maturato nonostante l’arbitraggio discutibilmente a favore dei Bulls, succede l’incredibile: Malone riceve in post, ma commette l’ingenuità di scoprire il pallone, Jordan ringrazia, lo scippa, va in contropiede e segna il canestro dell’87-86. Coach Sloan chiama il time out, ma lo schema non riesce e Stockton è costretto a cercare la tripla. Il suo tiro finisce sul ferro e il titolo va ai Bulls . Con uno strano scherzo del destino, i due uomini che avevano portato i Jazz così in alto sono anche una delle cause della sconfitta in finale. Nonostante tutto, i tifosi dei Jazz non sono mai riusciti a criticare Malone per aver perso quel pallone: lui aveva fatto in modo che, per due stagioni consecutive, loro potessero sognare ad occhi aperti. Già, perché quel ragazzone di 206 centimetri per 116 kili, che pensava che Utah fosse il nome della città, era entrato nei cuori tutti i tifosi di Salt Lake City, grazie alla sua voglia di migliorarsi e di far migliorare tutta la franchigia.
Negli anni successivi ‘l’ufficio postale’ (Stockton metteva i timbri e Malone partiva a consegnare) continuò a far bene centrando i play-off, senza però riuscire a tornare in finale.
Nell’estate del 2003, dopo il ritiro di John Stockton, Malone si trasferisce ai Lakers, per quella che è la sua ultima stagione da giocatore. Nonostante l’età, il suo arrivo a Los Angeles viene accolto con grande entusiasmo, tanto che Magic Johnson, ultimo possessore della maglia numero 32, propone a Karl di indossarla, ma, in segno di rispetto, Malone declina l’offerta e mette sulle spalle il numero 11, numero che lo ha accompagnato in entrambe le Olimpiadi. La sfortuna, però sembra accanirsi su Karl, che è costretto a perdere parte della stagione a causa di un infortunio. Il postino soffre molto questa situazione, perché in tutta la sua carriera non aveva mai subito infortuni degni di nota, tanto da aver saltato soltanto 10 partite fino a quel momento. Nonostante l’età, fa vedere di che pasta è fatto, contribuendo alla conquista della finale NBA, facendo registrare una doppia doppia contro gli Spurs (secondo giocatore più anziano a farlo dopo Kareem Abdul-Jabbar) e segnando 30 punti contro i Rockets, diventando il giocatore più anziano a registrare tale record.
Arrivati alla finale, però, i Lakers di Bryant, O’Neal e Payton devono arrendersi ai sorprendenti Detroit Pistons. Anche questa volta Malone ci va molto vicino, ma non riesce a conquistare il titolo, e si ritira con l’amaro in bocca e la consapevolezza che, probabilmente, la sua carriera ed i suoi numeri avrebbero meritato molto di più che un semplice anello. Chiude, infatti, la sua carriera con la bellezza di 36928 punti, al momento del ritiro era il secondo miglior marcatore assoluto alle spalle di Kareem Abdul-Jabbar, che però ha una media punti per partita più bassa, ed il miglior marcatore di sempre per franchigia, 36374 punti con gli Utah Jazz. Di Malone oggi ci restano i suoi record, record che lo hanno portato ad essere inserito, nel 2010, nella Naismith Hall of Fame e che hanno fatto in modo che oggi, fuori dal Delta Center ci sia una statua che lo ritrae mentre schiaccia, con accanto la statua dell’amico di sempre Stockton, intento a servigli l’assist.
Attualmente detiene la bellezza di cinque record individuali:
record di tiri liberi tirati (13188), record di tiri liberi realizzati (9787), record di rimbalzi difensivi (11406), record di assist forniti da ala grande (5248), record di palle recuperate da ala grande (2085). Nel 1996, quando ancora era in attività, ed al top della sua straordinaria carriera, è stato inserito tra i 50 migliori giocatori NBA di tutti i tempi ed il 24 marzo del 2006 gli Utah Jazz hanno deciso di rendere omaggio al grande campione ritirando la maglia numero 32. L’ultima volta l’abbiamo visto all’All-Star Game del febbraio 2014, quando è stato componente del ‘Team Durant’, formato, ovviamente, da Kevin Durant e la stella WNBA Skylar Diggins, che ha partecipato, perdendo in finale, alla Shooting Star Competition.
Certe volte la sorte vuole che una decisione presa all’ultimo mento, in questo caso la scelta dei Dallas Mavericks di scegliere Detlef Schrempf, possa cambiare il corso degli eventi e regalarci delle pagine di storia sportiva. Chissà cosa sarebbe successo se Malone non avesse mai avuto la possibilità, se non con il Dream Team, di giocare con John Stockton. Chissà se sarebbe diventato comunque il postino. La cosa non ci interessa, noi ci prendiamo la storia, con molto piacere, così come è venuta, ed è bello pensare che quel ragazzino che tagliava gli alberi, in un paese dove il numero della popolazione del bestiame supera quella degli esseri umani, sia stato per anni il porta lettere dell’NBA. Il postino suona sempre due volte, ma se cercavi di fermare la ‘consegna’ di Malone, potevi star pur certo che avrebbe ‘suonato’ uno squillo aggiuntivo.
Per Dunk NBA
Shedly Chebbi
(@shedly7)





