A metà aprile, in NBA si inizia a fare sul serio; ai playoff tutti i nodi verranno al pettine, il reale valore delle squadre emergerà. E’ durante la regular season, però, che si trovano le alchimie e i ritmi necessari per arrivare pronti alle partite che contano. Come ogni anno, approfittiamo della chiusura della stagione regolare per dare i voti alle trenta franchigie. Con un occhio alle aspettative della vigilia, cercheremo di capire come le sedici qualificate si presentano alla post-season, e proveremo a fare un bilancio finale sulle quattordici che pensano già alle vacanze. E’ il momento del ‘pagellone’ 2018/19!
(La prima parte è visibile a questo link)
Miami Heat: voto 5

Coach Erik Spoelstra e Dwyane Wade. Per il numero 3, il 2018/19 è stata la stagione d’addio
Se il tuo miglior giocatore è un trentasettenne che ha annunciato da tempo il pensionamento, vuol dire che la tua franchigia ha qualche problema. Miami si è presentata alla festa d’addio di Dwyane Wade a mani vuote, senza il biglietto valido per l’ultima corsa del leggendario numero 3 ai playoff. Il 2018/19 degli Heat è stato la mediocrità fatta stagione, tanto che gli unici momenti da ricordare sono stati il commiato a Wade e il ritiro della maglia di Chris Bosh; gli ultimi simboli di un’epoca gloriosa, ma ormai lontana. Indubbiamente, gli infortuni che hanno tenuto a lungo fermi Goran Dragic, Dion Waiters e James Johnson hanno influito, ma coach Erik Spoelstra non è riuscito a spremere nulla di eclatante dagli altri uomini di punta. Josh Richardson e Justise Winslow hanno chiuso con le migliori cifre in carriera, ma il vero salto di qualità non è arrivato. Hassan Whiteside ha continuato la sua parabola discendente, pur confermandosi una macchina da doppie-doppie; è facile pensare che l’anno prossimo, con il contratto in scadenza, lascerà sempre più spazio al più giovane e ‘affamato’ Bam Adebayo. A proposito di giovani, il ventunenne Derrick Jones Jr. ha ridato un po’ di entusiasmo ai tifosi con le sue devastanti schiacciate; se riuscisse ad ampliare il suo bagaglio offensivo, magari seguendo le orme di Zach LaVine, per una franchigia ‘immobilizzata’ dal monte salari ingolfato ci sarebbe un minimo di speranza.
Milwaukee Bucks: voto 9

Coach Mike Budenholzer e Giannis Antetokounmpo, protagonisti del grande 2018/19 dei Bucks
Il 10 non arriva solo perchè l’avevamo dato agli Warriors versione 2015/16 (quelli del 73-9), ma la regular season dei Bucks è stata pressoché perfetta. Solidamente al comando della Eastern Conference dall’inizio alla fine, hanno chiuso col miglior record della lega, col probabile MVP (Giannis Antetokounmpo) e col quasi certo Coach Of The Year (Mike Budenholzer). Ma a far sorridere Milwaukee non sono solo bilanci e riconoscimenti, bensì la consapevolezza di aver compiuto un passo che, l’anno scorso, sembrava più lungo della gamba: diventare una contender.
Coach Bud ha cucito il suo gioco su misura per le caratteristiche fuori dal comune del fenomeno greco-nigeriano, circondandolo di tiratori (ma al contempo abili penetratori) per lasciargli l’area sgombra. Un po’ come ha fatto Mike D’Antoni con James Harden. Con tutti gli effettivi pienamente coscienti del loro ruolo e delle loro responsabilità, il gruppo si è presto uniformato in una vera e propria corazzata. Ecco dunque Malcolm Brogdon ed Eric Bledsoe non solo coesistere, ma addirittura rivelarsi determinanti in più di un’occasione. Tanto che Bledsoe, finora un’eterna incompiuta, si è guadagnato un rinnovo contrattuale nella miglior squadra della stagione (numeri alla mano). Brook Lopez, grazie alle voragini create dalle penetrazioni del numero 34, ha avuto ‘licenza di uccidere’ dall’arco dei tre punti, dando vita a una sorta di Stephen Curry versione ‘deluxe’. Anche Khris Middleton è stato valorizzato al massimo, tanto da meritare il primo All-Star Game in carriera, mentre via trade è arrivato un fit perfetto come Nikola Mirotic. L’ottimo lavoro dell’allenatore si è visto anche nell’affidabilità della panchina, da cui si sono alzati veterani come Ersan Ilyasova e George Hill, ma anche i giovani D.J. Wilson, Pat Connaughton, Sterling Brown e Donte DiVincenzo, che pur hanno dovuto fare più volte la ‘spola’ tra NBA e G-League. Anche qualora le Finals non venissero raggiunte quest’anno, con l’inarrestabile ascesa di ‘The Greek Freak’, le decisioni giuste in chiave-rinnovi (Middleton, Brogdon, Lopez e Mirotic andranno in scadenza a fine stagione) e qualche piccolo ritocco potremmo trovarci di fronte alla prossima dinastia.
Minnesota Timberwolves: voto 5

Da sinistra, Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Derrick Rose
Sembra passato un secolo da “occhio a Minnesota”, invece è un mantra che risale ad appena un anno e mezzo fa. I Timberwolves sembravano destinati alla grandezza, ma il loro momento non è ancora arrivato. E forse non arriverà mai. Il 2018/19 è stata una stagione sprecata, principalmente per via delle tardive separazioni da Jimmy Butler e Tom Thibodeau. La richiesta di cessione e la permanenza ‘forzata’ del primo e il destino segnato dell’allenatore hanno lasciato la squadra in un limbo da cui non è mai uscita. Mentre Minnesota cercava (invano) un’identità, le altre candidate ai playoff avevano già trovato i giusti meccanismi, acquisendo un vantaggio ormai incolmabile. I nuovi Timberwolves, con Dario Saric e Robert Covington al posto di Butler, dovevano ricominciare da capo, come se il training camp fosse appena iniziato. L’aggancio all’ottavo posto non è mai stato un obiettivo credibile, ed ecco dunque il brusco passo indietro rispetto alla passata stagione.
In mezzo a tante incertezze, qualcosa di sicuro c’è: Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins non sono ancora (e forse non saranno mai) i leader di una squadra di prima fascia. Il primo ha raggranellato cifre altisonanti, fatte registrare soprattutto quando si giocava senza più obiettivi, il secondo è regredito in maniera preoccupante, rispetto a due stagioni fa. Le uniche note liete della stagione sono state il debutto di Josh Okogie, promosso in quintetto dal nuovo allenatore Ryan Saunders, e la rinascita di Derrick Rose, una delle storie più belle di questo 2018/19. Per il resto, Minneapolis non è mai stata così fredda…
New Orleans Pelicans: voto 5

Julius Randle e Anthony Davis, ovvero la notizia migliore e quella peggiore del 2018/19 dei Pelicans
Prima o poi doveva succedere. Il matrimonio fra un potenziale MVP e una franchigia perennemente mediocre era destinato a finire, e in questo 2018/19 la minaccia si è di fatto concretizzata. Anthony Davis ha scelto le modalità e le tempistiche peggiori per comunicare la sua intenzione di lasciare New Orleans. Con la decisiva complicità del suo agente, Rich Paul, ha contribuito a mandare a rotoli sia la stagione dei Lakers, sia quella dei Pelicans. Fino a quel momento, la squadra di Alvin Gentry aveva alternato prestazioni incoraggianti e serie negative, dando la sensazione di non poter ripetere i risultati dello scorso anno (sesto piazzamento a Ovest e secondo turno playoff). Nel frattempo, Davis dominava come non mai, ‘ingolosendo’ ulteriormente Magic Johnson, LeBron James e compagnia e spingendoli al fallimentare all-in.
E’ vero, la decisione dell’ormai ex-general manager Dell Demps (recentemente sostituito da David Griffin) di rifiutare l’offerta gialloviola è stato un forte atto di ribellione nei confronti di una tendenza ormai evidente, che rischia di minare gli equilibri tra franchigie e giocatori. Tenere Davis, però, ha costretto sia il giocatore che la squadra a passare il finale di stagione in un limbo oscuro, in attesa degli sviluppi estivi. Con la loro star a minutaggio ridotto, se non addirittura in borghese, i Pelicans hanno comunque onorato l’impegno, mettendo in campo tutto il loro orgoglio e regalando a Gentry qualche motivo di soddisfazione; su tutti l’ottima annata di Julius Randle (alla miglior stagione in carriera), ma una nota di merito va anche agli estemporanei exploit di Jahlil Okafor (oltre 20 punti e 10 rimbalzi di media a fine gennaio) ed Elfrid Payton (cinque triple-doppie consecutive a marzo). L’epilogo della vicenda-Davis, previsto tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, sarà il più importante crocevia nella storia della franchigia. Le contropartite che si riusciranno a ottenere (le pretendenti non mancano) potrebbero fare la differenza tra un futuro roseo e un futuro…altrove.
New York Knicks: voto 4,5

Mitchell Robinson (a sinistra) e Kevin Knox, i due rookie dei Knicks versione 2018/19
Il mezzo voto in più è dato dalla cessione di Kristaps Porzingis, che ha tolto alla dirigenza la spinosa questione del rinnovo e che ha portato a New York lo spazio salariale necessario per puntare ai grossi free-agent. Con la speranza che qualcuno ci voglia andare davvero, a New York. Ecco, ‘speranza’ è il termine più appropriato per definire le strategie dei Knicks. La speranza che Kevin Durant e Kyrie Irving preferiscano la grande piazza (d’altronde, ci sono grattacieli enormi! E la pizza è buo… no, non ce la faccio a scriverlo). Che poi è la stessa speranza che hanno Nets, Lakers e Clippers; qualcuno dovrà pur rimanere a bocca asciutta. Ma anche la speranza (più concreta) che la draft lottery porti in dote Zion Williamson, colui che, secondo i ‘piani’, dovrebbe magicamente spazzare via decenni di umiliazioni.
In questo 2018/19 i Knicks hanno toccato il fondo, eguagliando il peggior record della loro storia. La stagione appena terminata, la quattordicesima senza playoff negli ultimi diciotto anni, non ha lasciato alcun motivo di ottimismo. La cronica assenza di Porzingis è stata ovviamente un grosso handicap, ma il problema principale sta alla base: dopo anni nei bassifondi, non si è intravisto neanche lo straccio di un progetto tecnico. Il roster dei Knicks 2018/19 era un’accozzaglia di ‘oggetti misteriosi’ in cerca di riscatto, ma solo Emmanuel Mudiay (che ha chiuso con le migliori cifre in carriera) può dirsi riuscito nell’intento; gli altri, bocciati senza appello. Tra i giovanissimi, spesso Allonzo Trier e Damyean Dotson hanno oscurato i più attesi Kevin Knox e Mitchell Robinson. Chiariamo subito: gli ultimi due hanno mostrato grande potenziale, ma niente che non si possa sacrificare per arrivare a qualche pesce grosso. Il povero David Fizdale ha dovuto inventarsi ogni sera un quintetto e una rotazione, aspettando con ansia che il supplizio finisse. Come da tradizione della casa, non sono mancate le polemiche fuori dal parquet, con la contestazione al proprietario, James Dolan, che si è fatta sempre più feroce. Un bell’ambientino in cui andare a giocare, no? Venghino, siori!
Oklahoma City Thunder: voto 6,5

Russell Westbrook (#0) e Paul George (#13), stelle dei Thunder
Fino alla pausa per l’All-Star Game, il 2018/19 dei Thunder era da 8 in pagella. Guidati da un Paul George formato MVP (e miglior difensore dell’anno, premio per cui resta favorito), gli uomini di coach Billy Donovan terrorizzavano la Western Conference, gravitando stabilmente intorno al terzo posto. La partita contro gli Utah Jazz del 22 febbraio, vinta al doppio overtime con 45 punti di PG13, ha segnato un imprevedibile punto di svolta. Da quel momento, 11 vittorie e 13 sconfitte. Solo una netta ripresa nel finale, con cinque successi nelle ultime cinque gare, ha permesso a OKC di chiudere al sesto posto la Western Conference, evitando i Golden State Warriors al primo turno playoff. Il brusco calo di marzo è in parte dovuto all’infortunio alla spalla patito da George, che al rientro è sembrato meno dominante, ma il crollo è stato generale.
Dopo aver lasciato inaspettatamente il palcoscenico a PG13 per gran parte della stagione, Russell Westbrook ha provato a caricarsi la squadra sulle spalle. A volte ha preso le solite scelte affrettate ma, più di frequente, si è rivelato decisivo. Chiudere la terza stagione consecutiva in tripla-doppia di media non è una cosa normale, è qualcosa di cui si parlerà per decenni, una volta ritirato. Ma, lasciando da parte le statistiche, è la sua nuova leadership a suggerire che l’ex-MVP sia quasi pronto al grande salto, quello che porta al titolo. Per compierlo, dovrà aiutare la squadra a superare le recenti incertezze. Al suo fianco, oltre a George, ci saranno la garanzia Steven Adams, gli emergenti Jerami Grant e Terrance Ferguson e il ritrovato Dennis Schroder, tra i migliori della lega in uscita dalla panchina in questo 2018/19.
Orlando Magic: voto 7,5

Nikola Vucevic, Terrence Ross e Aaron Gordon, colonne portanti dei Magic 2018/19
Aiutati dalla mediocrità della concorrenza, i Magic hanno centrato la prima qualificazione ai playoff dal lontano 2012, quando sotto i tabelloni dominava Dwight Howard. Un traguardo ottenuto in modo abbastanza inaspettato, sopratutto per le dinamiche. A inizio stagione, le attenzioni erano rivolte sui giovani, nella speranza che qualcuno riuscisse finalmente a ‘sbocciare’ come possibile uomo-franchigia. Invece Mohamed Bamba è rimasto a lungo in panchina, Jonathan Isaac si è visto a sprazzi e Aaron Gordon è apparso addirittura involuto, rispetto allo scorso anno. A fare la differenza sono stati due giocatori in scadenza di contratto, il che addensa ulteriormente le già fittissime nubi. Terrence Ross ha portato punti pesanti dalla panchina, avanzando una timida candidatura per il premio di Sixth Man Of The Year. Nikola Vucevic ha fatto ancora meglio: un 2018/19 da 20.8 punti e 12 rimbalzi di media (di gran lunga le migliori cifre in carriera) gli è valso la prima convocazione all’All-Star Game. Peccato che entrambi potrebbero salutare la Florida a luglio, riaprendo così i cantieri di una ricostruzione che non è mai terminata del tutto. Anche perchè gli altri protagonisti della sorprendente cavalcata di questi Magic si chiamano Evan Fournier e D.J. Augustin, non proprio delle giovani promesse…
Il ritorno ai playoff è una tappa cruciale per la ripartenza di Orlando ma, una volta finita la corsa, torneranno le incognite: Ross e Vucevic rinnoveranno? Quanto valgono davvero i giovani, per cui sono state spese scelte molto alte negli ultimi draft? Riuscirà Markelle Fultz, arrivato alla trade deadline, a esprimere il suo enorme potenziale? Questo 2018/19 è stato una vera svolta, oppure un episodio isolato?
Philadelphia 76ers: voto 7,5

Da sinistra, Joel Embiid, Ben Simmons e Jimmy Butler
Per una valutazione completa sul 2018/19 dei Sixers bisognerà aspettare almeno fino al prossimo luglio, quando Jimmy Butler e Tobias Harris saranno chiamati al rinnovo contrattuale. Quel che è certo, però, è che la squadra di Brett Brown si presenta ai playoff con tutte le carte in regola per tentare davvero l’approdo alle Finals. Butler e Harris, chiamati in corso d’opera dopo un avvio stentato, hanno dato una nuova dimensione a un gruppo che, fino al loro approdo, si affidava completamente a due giocatori tanto forti, quanto acerbi. Naturalmente, Ben Simmons e Joel Embiid sono rimasti al centro del progetto. Non poteva essere altrimenti; il primo ha preso in mano le redini della squadra fin dal suo debutto, è stato chiamato meritatamente all’All-Star Game e, appena svilupperà il suo tiro dalla distanza, potrebbe fare la voce gorssa in chiave MVP. Un premio a cui Embiid pensa già: il centro camerunese ha disputato una regular season mostruosa, dominando incontrastato ai due lati del campo e imponendosi, al suo terzo anno da professionista, tra i migliori lunghi NBA.
Un affidabile realizzatore come Harris (alla miglior stagione in carriera) e un two-way-player d’elite come Butler hanno certamente colmato delle lacune, sia sul piano tecnico, sia in termini di esperienza. Forse, alcuni equilibri non sono ancora perfetti; Brown ha optato spesso per una comoda ‘democrazia’, alternando sul parquet due stelle alla volta per distribuire equamente minutaggi e possessi. Però ai playoff servono i grandi giocatori, e Phila ora ce li ha. Interessanti le mosse alla trade deadline, con la cessione di un Markelle Fultz che non era più possible aspettare e con gli innesti di Mike Scott, Boban Marjanovic, Jonathon Simmons e James Ennis a dare profondità e ‘mestiere’ alla panchina. Se questo all-in sia stato la mossa giusta non si può ancora sapere ma, per quanto riguarda il presente, ci sono pochi dubbi: nella corsa al trono dell’Est bisognerà fare i conti coi Sixers.
Phoenix Suns: voto 4

Devin Booker (#1) e DeAndre Ayton (#22), giovani stelle dei Suns
La partita-manifesto del 2018/19 dei Suns è quella giocata il 25 marzo a Salt Lake City: Devin Booker segna 59 punti, ma Phoenix perde di 33 contro gli Utah Jazz. Se, con un talento del genere a disposizione, chiudi tre stagioni di fila col peggior record a Ovest (penultimo posto nel 2015/16, anno del debutto di Booker), vuol dire che troppe cose non funzionano. Giocatori come Booker, ma anche come DeAndre Ayton, prima scelta assoluta al draft 2018, sono capitati nel posto peggiore per iniziare la loro avventura in NBA. Che i Suns fossero una franchigia allo sbando lo si capiva già da tempo, ma nell’ultima stagione si sono raggiunti picchi memorabili; dal licenziamento del general manager Ryan McDonough (mai ufficialmente rimpiazzato) poco prima dell’avvio allo scambio di persona tra Dillon e MarShon Brooks che ha fatto saltare una trade con Memphis, dai primi quarti da soli nove punti contro Sacramento e Portland alle minacce del proprietario, Robert Sarver, di trasferire la franchigia in caso di mancate sovvenzioni per il rinnovamento dell’arena. In questa bolgia infernale, i risultati sul campo sono stati una naturale conseguenza, con l’ultimo posto matematico già a novembre. Dei lievi miglioramenti si sono avuti con gli innesti di Kelly Oubre e Tyler Johnson, ma l’euforia per le vittorie contro Bucks e Warriors si è presto spenta. Booker e Ayton hanno messo insieme cifre individuali di tutto rispetto, ma la loro maturazione non potrà mai avvenire in un contesto in cui la cultura perdente è così radicata. Il loro potenziale, unito al buonissimo impatto di Oubre e Johnson e a una tra le primissime scelte al prossimo draft rappresentano comunque una speranza che qualcosa possa cambiare. Per un ulteriore fallimento, però, non ci sarebbero più scuse.
Portland Trail Blazers: voto 7,5

Da sinistra, C.J. McCollum, Damian Lillard e coach Terry Stotts
Con ogni probabilità, anche in questo 2018/19 i Blazers non andranno lontano. Il bruttissimo infortunio di Jusuf Nurkic è una mazzata tremenda per gli uomini di Terry Stotts, che si presentano ai playoff senza un giocatore fondamentale. Gli annali registreranno dunque una nuova eliminazione precoce, forse quella che farà saltare definitivamente il banco. Però la loro stagione, esattamente come quella passata, non è affatto da buttare. Portland si è confermata una delle migliori squadre della Western Conference, divincolandosi con personalità dalla lotta per i piazzamenti più scomodi nella griglia playoff e centrando un prestigioso terzo posto.
A guidare la truppa sono stati i ‘soliti noti’, a cominciare da Damian Lillard. Forse, stavolta non entrerà nel primo quintetto All-NBA (nonostante il suo rendimento sia grossomodo identico a quello del 2017/18), ma il numero 0 si è confermato una stella tra le stelle, un fenomeno che meriterebbe di competere per il traguardo più grosso. Al suo fianco, il sempre affidabile C.J. McCollum e l’emergente Nurkic, la cui carriera sembra ora a repentaglio. Però i Blazers versione 2018/19 non si fermano ai loro tre leader. L’esplosione di Jake Layman e gli innesti in corsa di Rodney Hood ed Enes Kanter hanno dato a Stotts quella profondità che è sempre mancata al suo roster. Volendo trovare una nota negativa, che l’impatto dei veterani (Evan Turner, Al-Farouq Aminu, Maurice Harkless, Seth Curry) sia stato di gran lunga superiore a quello dei giovani (Meyers Leonard, Zach Collins, Anfernee Simons, Gary Trent Jr.) non è troppo incoraggiante, guardando al futuro.
Sacramento Kings: voto 7,5

De’Aaron Fox e Marvin Bagley, giovani speranze dei Kings
Il digiuno da playoff, che perdura dal 2006, non è stato interrotto, ma per i Kings il 2018/19 è stata la stagione della svolta. La franchigia disfunzionale per eccellenza si è trasformata in un progetto giovane e ambizioso, che ha tutte le carte in regola per far parlare di sé negli anni a venire. La dirigenza, archiviata una volta per tutte l’era-DeMarcus Cousins, ha inanellato una serie di scelte azzeccate che ha dato una nuova identità alla squadra. Al timone ha messo De’Aaron Fox il quale, dopo un anno da rookie comprensibilmente in chiaroscuro, è finalmente esploso. Merito anche della decisione presa in sede di draft, con il lungo Marvin Bagley (cresciuto esponenzialmente negli ultimi mesi) preferito a Luka Doncic, che avrebbe quasi certamente bloccato la maturazione di Fox (come avvenuto a Dallas con Dennis Smith Jr.). Intorno a lui una serie di tiratori, tra cui spicca un eccellente Buddy Hield, un centro atletico e ‘sporco’ come Willie Cauley-Stein (che finalmente è riuscito a dimostrare il suo valore), un two-way-player d’eccezione come Harrison Barnes e due giovani di grande talento e solidità in uscita dalla panchina come Bogdan Bogdanovic e Harry Giles.
Già allo stato attuale, i Kings sono rimasti in zona playoff per gran parte della stagione, cedendo il passo nel finale a rivali più attrezzate come Clippers e Spurs. Con la crescita dei giovani talenti e i giusti ritocchi estivi (si parla di un interesse per Nikola Vucevic, in uscita da Orlando), per i calfiorniani il ritorno alla post-season potrebbe essere molto vicino. L’auspicabile salto di qualità verrebbe compiuto senza coach Dave Joerger, ‘silurato’ senza troppe giustificazioni dal riconfermato general manager Vlade Divac e prontamente rimpiazzato da Luke Walton.
San Antonio Spurs: voto 6,5

Coach Gregg Popovich tra LaMarcus Aldridge (a sinistra) e DeMar DeRozan
La ventiduesima partecipazione consecutiva ai playoff è un traguardo eccezionale, soprattutto considerando le partenze di Kawhi Leonard e Tony Parker, il ritiro di Manu Ginobili, il grave infortunio di Dejounte Murray e quello un po’ meno grave di Derrick White. Però gli Spurs 2018/19 erano pur sempre la squadra di DeMar DeRozan e LaMarcus Aldridge, due stelle ancora nei loro anni migliori. Il settimo posto finale (stesso piazzamento dell’anno scorso) non si butta certo via, ma la sensazione è che il motore nero-argento stia battendo sempre più in testa. I giovani non hanno strabiliato; sia Davis Bertans che Jakob Poltl sono cresciuti, ma non quanto ci si aspettasse. Detto degli infortuni di Murray e White, anche Lonnie Walker, selezionato allo scorso draft, non ha quasi messo piede in campo. Coach Gregg Popovich si è dovuto affidare ai soliti veterani, da Patty Mills a Rudy Gay, passando per Marco Belinelli, affidabile come sempre in uscita dalla panchina. La regular season di San Antonio è stata un’altalena continua. Il punto più basso si è raggiunto con il tradizionale ‘rodeo trip’ di febbraio, chiuso con una sola vittoria su otto partite disputate; quello più alto subito dopo, con i nove successi consecutivi che hanno cementato la qualificazione ai playoff. Il motto “mai scommettere contro gli Spurs” è sempre di moda, però (salvo enormi sorprese) questa stagione sembra destinata a chiudersi massimo al secondo turno, e così anche la prossima e quella dopo ancora, almeno fino a quando l’addio di Popovich non porterà a una svolta obbligata. Da che parte vuole andare San Antonio?
Toronto Raptors: voto 8

Kawhi Leonard (a sinistra) e Pascal Siakam, uomini chiave per il 2018/19 dei Raptors
Con l’operazione che, l’estate scorsa, aveva portato in Canada Kawhi Leonard, la franchigia ha fatto una dichiarazione d’intento: proveremo a vincere subito, per il futuro si vedrà. Giudicando la splendida regular season disputata, in cui i Raptors sono stati gli unici, credibili rivali dei Bucks per il primato a Est, il piano procede al meglio. Il fatto che Leonard abbia saltato molte partite, per recuperare con calma dal misterioso infortunio patito con gli Spurs, aggiunge valore a quanto fatto dagli uomini di Nick Nurse, al primo anno da capo-allenatore. L’ex assistente di Dwane Casey è riuscito a inserire perfettamente Leonard e l’altro nuovo arrivato, Danny Green, ha valorizzato al massimo Pascal Siakam, che si appresta a diventare un All-Star, e ha tirato fuori il meglio dall’improbabile coppia formata da Serge Ibaka e Jonas Valanciunas, spesso alternandoli in campo. A febbraio, il lituano (che avrà una ‘scomoda’ player option in estate) è stato incluso nel pacchetto che ha portato a Toronto Marc Gasol. Per un giocatore abituato ad essere il punto di riferimento a Memphis, assimilare un ruolo più marginale in una franchigia così diversa non è affatto semplice, e infatti Gasol non ci è ancora riuscito del tutto. Anche i 34 anni suonati non giocano proprio a suo favore, ma per un progetto a brevissimo termine come quello dei Raptors, la classe e l’esperienza di Marc (a cui si è aggiunto anche Jeremy Lin, dopo il buyout con Atlanta) sono gli ingredienti che potrebbero dare alla torta il sapore perfetto.
Utah Jazz: voto 7,5

Joe Ingles, Donovan Mitchell e Rudy Gobert
A capodanno, il 2018/19 dei Jazz sembrava già un mezzo flop; 18 vittorie e 19 sconfitte, undicesimo posto a Ovest. Complice un calendario piuttosto impegnativo (con il più alto numero di trasferte in tutta la lega, fino a quel momento), la squadra di Quin Snyder faticava a ritrovare il ritmo con cui aveva sorpreso nella stagione precedente. Con l’arrivo dell’anno nuovo, ecco l’inversione di rotta, con un’inarrestabile progressione che ha portato Utah ai piani alti della Western Conference. Il netto miglioramento della squadra è coinciso con la spaventosa crescita dei suoi leader, Donovan Mitchell e Rudy Gobert. Il primo, dopo essersi accollato qualche (frettolosa) critica di troppo, ha viaggiato a oltre 26 punti di media nel 2019 (contro i 20.1 dei primi mesi), mentre il francese ha messo insieme le migliori cifre in carriera (15.7 punti e 12.9 rimbalzi); avessero giocato a Est, entrambi sarebbero andati all’All-Star Game, ma chissà che non sia semplicemente una questione di tempo… Intorno a loro, il solito, iper-collaudato gruppo di veterani: Joe Ingles, Ricky Rubio, Derrick Favors, Jae Crowder e il nuovo innesto Kyle Korver, che ai playoff potrebbe tornare piuttosto utile. Con un attacco estremamente equilibrato e la seconda miglior difesa NBA (dietro a quella dei Bucks), i Jazz saranno la più scomoda delle avversarie nella corsa al trono dell’Ovest.
Washington Wizards: voto 4,5

Bradley Beal (#3) e Thomas Bryant (#13), tra le poche note liete dei 2018/19 degli Wizards
Una disfatta. Il 2018/19 doveva essere la stagione del rilancio, quella in cui lasciarsi alle spalle l’etichetta di ‘eterna incompiuta’. Un obiettivo apparentemente alla portata, in una Eastern Conference senza padroni. Invece è diventato il capolinea, per un gruppo destinato a sfaldarsi al più presto. I pessimi risultati in avvio e uno spogliatoio spaccato fin da subito hanno indotto la dirigenza a un’assurda ‘rivoluzione a metà’. Sono partiti Otto Porter, Kelly Oubre, Markieff Morris e Austin Rivers, ma è arrivato Trevor Ariza (perchè??) e sono rimasti John Wall e Bradley Beal. Se il primo non ha oggettivamente mercato, visto il grave infortunio al tendine d’Achille e il contratto faraonico che sta per partire, cedere Beal avrebbe quantomeno accelerato la ricostruzione, visto che ai playoff ci credevano solo le parole degli interessati. Il numero 3 si è consacrato fra le stelle NBA, e ha già fatto intendere che il suo futuro nella capitale non è affatto scontato.
Dopo l’ennesimo tracollo, sembra tutto pronto per la rivoluzione ‘vera’. La prima testa a cadere è stata quella del presidente Ernie Grunfeld; non è escluso che la prossima sia quella di coach Scott Brooks, che ormai sembra aver fatto il suo tempo a Washington. Qualche piccola base su cui ricostruire c’è, come dimostrano l’esplosione di Thomas Bryant (l’ennesimo giovane ‘scartato’ dai Lakers, titolare dopo l’infortunio a lungo termine di Dwight Howard) e il buon impatto di Bobby Portis e Jabari Parker, arrivati a febbraio in cambio di Porter. Poi ci sarà da gestire il rientro di Wall (anche se non è detto che avvenga nella prossima stagione), e lì la questione si farà spinosa…














































