NBA Power Ranking 2018/19 – Prima parte

NBA Power Ranking 2018/19 – Prima parte

La lunga estate di un appassionato NBA si divide generalmente in due fasi. La prima, tra la fine di giugno e la metà di luglio, è quella dei colpi di scena e degli stravolgimenti portati dal draft e dalla free-agency. La seconda, che inizia con le vacanze d’agosto e continua per tutto settembre, è invece quella del nulla assoluto, salvo qualche occasionale colpo di mercato (vedi lo scambio Kyrie Irving – Isaiah Thomas nel 2017). Un vuoto da riempire con tuffi nel passato (ringraziamo Sky Sport NBA, il canale che il mondo stava aspettando), azzardati confronti tra giocatori di diverse epoche (“Sarebbe stato più forte Wilt con la Mamba Mentality, Iverson con il fisico di Malone o Westbrook nel 1954?”) e classifiche di vario genere. In quest’ultima categoria, e non ci vergogniamo di ammetterlo, rientra senza dubbio il nostro tradizionale Power Ranking. Come ogni anno, mettiamo in fila le trenta franchigie NBA, da quella meno attrezzata alla più credibile candidata a sollevare il Larry O’Brien Trophy. Un giochino tanto inutile quanto divertente, che ci permetterà comunque di valutare come si presentano le squadre ai nastri di partenza della stagione 2018/19. La cosa più interessante, però, sarà riprendere questi pronostici a giochi fatti, per vedere come e quanto ci eravamo sbagliati. Basta preamboli; si parte!

(a questo link trovate la seconda e ultima parte)

 

30 – Atlanta Hawks

I volti nuovi del 2018/19 degli Atlanta Hawks. Da sinistra, Kevin Huerter, Trae Young e Omari Spellman

I volti nuovi del 2018/19 degli Atlanta Hawks. Da sinistra, Kevin Huerter, Trae Young e Omari Spellman

Con gli addii di Dennis Schroder e coach Mike Budenholzer che hanno definitivamente calato il sipario sulla vecchia era, gli Hawks si gettano a capofitto nella seconda (e non certo ultima) stagione di rebuilding. Per rimpiazzare ‘Bud’ è stato scelto Lloyd Pierce, ex assistente dei Sixers, mentre le chiavi della squadra sono state affidate a Trae Young, primo frutto della ricostruzione. Per avere il playmaker da University of Oklahoma, la dirigenza ha ceduto ai Dallas Mavericks i diritti su Luka Doncic, selezionato con la terza chiamata assoluta allo scorso draft. Una mossa che potrebbe rivelarsi tutt’altro che folle visto che, in cambio dello sloveno, i Mavs hanno spedito in Georgia anche una prima scelta 2019 (con protezione 1-5), che si aggiungerà a quella già detenuta dagli Hawks e a quella dei Cavs (se dopo la 11). Così facendo, Atlanta ha messo le mani su un giocatore estremamente promettente (e che porterà qualche riflettore in più, il che non guasta mai) in un ruolo scoperto e si potrebbe trovare al prossimo draft, da cui usciranno giocatori come R.J. Barrett e Zion Williamson, con tre chiamate in lotteria. Niente male, per una squadra che si avvicina al 2018/19 con l’unico obiettivo di continuare a perdere.
Dalle macerie della (volutamente) tragica stagione passata sono comunque emerse delle buone fondamenta su cui ricostruire. Il lungo John Collins è stato uno dei migliori rookie del 2017/18, Tyler Dorsey è cresciuto molto, via via che l’importanza delle partite diminuiva, mentre Taurean Prince, nelle prime due stagioni da pro, si è dimostrato un validissimo titolare. Di uomini-franchigia ancora non se ne vedono, ma per quello bisognerà ripassare l’anno prossimo (a meno che Young non diventi davvero “il nuovo Steph Curry”). Intorno a questa fragile ossatura, il roster degli Hawks è a tutti gli effetti quello di una squadra in pieno tanking mode: un mix di veterani di mille battaglie (tra cui svetta il grande Vince Carter, la cui passione per il basket non cessa ancora di ardere), ‘personaggi in cerca d’autore’ (Alex Len, Miles Plumlee, Justin Anderson) e giovani da valutare. Tra questi ultimi, particolare attenzione sarà riservata a Kevin Huerter, tiratore da University of Maryland. Il sogno bagnato della dirigenza sarebbe che lui e Trae Young diventassero una sorta di ‘Splash Brothers 2.0’ (con l’altro rookie Omari Spellman nell’ipotetico ruolo di Draymond Green); volando più bassi, basterebbe aver trovato due esterni di valore per gli Hawks del futuro.

 

29 – Orlando Magic

Il giovanissimo frontcourt dei Magic 2018/19. Mohamed Bamba (#5), Aaron Gordon (#00) e Jonathan Isaac (#1)

Il giovanissimo frontcourt dei Magic 2018/19. Mohamed Bamba (#5), Aaron Gordon (#00) e Jonathan Isaac (#1)

Bisogna ammetterlo: ci vuole un notevole impegno per trovarsi, dopo sei anni di ricostruzione, senza nemmeno l’ombra di una stella. Falliti miseramente i tentativi con Victor Oladipo (esploso una volta giunto nell’Indiana), Elfrid Payton e Mario Hezonja, gli Orlando Magic sperano di aver finalmente pescato il jolly in almeno uno degli ultimi due draft: Jonathan Isaac, scelto nel 2017, e Mohamed Bamba, sesta chiamata nel 2018. Il primo ha avuto una stagione da rookie quasi interamente compromessa dagli infortuni. Ha il potenziale per essere un’eccellente arma su entrambi i lati del campo, ma dovrà riuscire nell’arduo compito di mantenere le promesse a Orlando; un’impresa riuscita, finora, a pochissimi eletti (Shaq, Penny, T-Mac e Howard). Isaac formerà con il rookie da Texas una coppia di lunghi (ma lunghi davvero) dallo straordinario potenziale, soprattutto in chiave difensiva. In attacco ci si affiderà innanzitutto ad Aaron Gordon, atteso da una stagione cruciale, per sé e per la squadra. L’anno scorso, il numero 00 sembrava aver intrapreso la strada che porta all’All-Star Game (obiettivo tuttora raggiungibile, in una Conference povera di superstar), salvo poi perdersi in quell’incostanza che lo ha accompagnato fin dal debutto, datato 2014. La sua esplosione definitiva potrebbe finalmente dare la svolta all’interminabile fase di risalita dei Magic.
Oltre a Bamba (che farà la gioia dei titolisti nostrani) e al recupero di Isaac, la maggiore novità si chiama Steve Clifford, che ha sostituito il malcapitato Frank Vogel in panchina. Il nuovo allenatore dovrà cercare di tirar fuori un nucleo realmente futuribile dall’accozzaglia di giocatori del roster. Nel frattempo, ovviamente, si perderà tantissimo, con un occhio al draft 2019 e alle possibili trade per accelerare il rebuilding; in tal senso, Terrence Ross e Nikola Vucevic, entrambi in scadenza di contratto, potrebbero far gola a molti durante la stagione. E se invece fosse proprio Gordon a partire?

 

28 – Sacramento Kings

Nel 2018/19 dei Kings riflettori puntati su Harry Giles (#20), Marvin Bagley (#35) e De'Aaron Fox (#5)

Nel 2018/19 dei Kings riflettori puntati su Harry Giles (#20), Marvin Bagley (#35) e De’Aaron Fox (#5)

A proposito di squadre impantanate nella perenne mediocrità, ecco i Kings. Dopo l’addio di DeMarcus Cousins, però, il vento in California sembra cambiato. Ora coach Dave Joerger si ritrova con un nutrito gruppo di giovanissimi talenti, da cui potrebbe emergere la tanto agognata star (possibilmente con un’attitudine opposta rispetto a quella di DMC) in grado di riportare la squadra a quei playoff che mancano dal lontanissimo 2006. Gli ultimi due draft hanno portato il playmaker De’Aaron Fox e l’ala grande Marvin Bagley. Sulla carta, entrambi hanno il potenziale per emergere come uomini-franchigia. Fox, dopo le meraviglie mostrate a Kentucky, è stato protagonista di una stagione da rookie forse altalenante, ma tutto sommato positiva e incoraggiante. Il sodalizio con un realizzatore e rimbalzista dinamico e atletico come Bagley (molto più adatto, rispetto a Luka Doncic, per completare il roster dei Kings) potrebbe esaltare al massimo le caratteristiche di entrambi, oltre a far divertire – finalmente – il pubblico.

Intorno alle due stelle nascenti, alcuni giovani di grande prospettiva, che in questo 2018/19 potrebbero fare un netto salto di qualità: Buddy Hield, Bogdan Bogdanovic (inizialmente ai box per un problema a un ginocchio), Justin Jackson (eccezionale in Summer League), Frank Mason, magari Harry Giles, che di fatto è un rookie, avendo saltato interamente la passata stagione per infortunio. A Sacramento basterebbe anche scoprire una sola star, fra questi, per ritrovare l’ottimismo perduto ormai da tempo immemore. Chissà, poi, che non esca qualcosa di buono dai tanti ‘oggetti misteriosi’ del gruppo (Willie Cauley-Stein, Skal Labissiere o il redivivo Ben McLemore) o dal nuovo arrivato Nemanja Bjelica. Insomma, c’è un’ossatura interessante su cui lavorare. Chi convince, rimane. Tutti gli altri potranno benissimo essere usati come pedine di scambio per movimenti di mercato che possano portare alla svolta definitiva verso una nuova era.

 

27 – Phoenix Suns

Le giovanissime speranze dei Suns per questo 2018/19. Da sinistra, Josh Jackson, Devin Booker e DeAndre Ayton

Le giovanissime speranze dei Suns per questo 2018/19. Da sinistra, Josh Jackson, Devin Booker e DeAndre Ayton

Altra franchigia, come Sacramento e Atlanta, più concentrata sul futuro che sul presente. Con ogni probabilità, anche questo 2018/19, per i Suns, si chiuderà nei bassifondi della Western Conference, in attesa di un draft 2019 che potrebbe dare la spinta decisiva per il ritorno alla competitività. La stagione che sta per cominciare servirà al nuovo allenatore Igor Kokoskov soprattutto per far crescere i molti giovani a disposizione, a cominciare dai pezzi più pregiati. Il più pregiato di tutti, Devin Booker, salterà le prime partite per recuperare da un’operazione alla mano. Al suo rientro sarà lui, come nelle ultime quattro annate, a farsi carico della fase offensiva. Questa volta, però, non sarà da solo. Lo spudorato tanking della scorsa stagione ha portato in dote il centro DeAndre Ayton, prima scelta assoluta 2018. Dallo stesso draft è arrivato Mikal Bridges, versatile ala da Villanova. Se a questi tre aggiungiamo Josh Jackson, cresciuto esponenzialmente durante l’anno da rookie, abbiamo gli ingredienti per un team spettacolare ed estremamente futuribile. Qualora anche solo due tra questi immensi talenti riuscisse a mantenere le promesse, Phoenix si candiderebbe a giocare un ruolo da protagonista nella NBA del prossimo decennio.

Per quanto concerne il 2018/19, però, gli aspetti positivi si fermano al solo potenziale. La squadra è giovanissima e inesperta, ci sono degli evidenti squilibri nei diversi reparti (troppe ali e – ad oggi – nessun playmaker di alto livello; le perfette premesse per una trade) e gli innesti estivi, seppur buoni (Trevor Ariza e Ryan Anderson), non sembrano comunque sufficienti per far finta di inseguire i playoff. I due ex-Rockets, al pari di Tyson Chandler, avranno però l’importantissimo compito di fare da mentori ai giovani rampanti. Insegnare loro come destreggiarsi nella durissima realtà NBA potrebbe ripagare alla grande i Suns, dopo l’ennesima stagione di sconfitte.

 

26 – Brooklyn Nets

Jarrett Allen (#31) e D'Angelo Russell (#1), giovani speranze dei Nets 2018/19

Jarrett Allen (#31) e D’Angelo Russell (#1), giovani speranze dei Nets 2018/19

Il supplizio dantesco a cui l’infame trade per Pierce e Garnett ha condannato i Nets sta per finire. Dopo anni di umiliazioni non ripagate da scelte in lotteria (tutte cedute a Boston nel corso del folle affare del 2013), Brooklyn si prepara a ripartire. Il nuovo corso dirigenziale ha fatto tutto il possibile, considerati i pressoché inesistenti margini di manovra, per arrivare pronti all’estate 2019, quella del tanto atteso nuovo inizio. Ecco allora una montagna di contratti in scadenza, che lasceranno spazio per due potenziali ingaggi di altissimo livello. Rimangono forti dubbi sul fatto che qualsivoglia All-Star abbia intenzione di vestire la maglia dei Nets, ma per il momento sorvoliamo…

Il presente parla di una squadra ancora non competitiva, pur in una Eastern Conference priva di corazzate inaffondabili. Le ultime stagioni, però, hanno fatto intravedere qualche barlume di ottimismo. Nei primi mesi del 2017/18, Brooklyn si è battuta orgogliosamente (anche grazie a un incredibile Spencer Dinwiddie), salvo poi inabissarsi nella consueta mediocrità. Tra i contratti in scadenza di cui sopra, ci sono quelli di giovani alla disperata ricerca di riscatto. Ecco allora Kenneth Faried, passato da quasi-MVP dei Mondiali 2014 con Team USA al fondo della panchina dei Denver Nuggets, di cui un tempo ‘Manimal’ era uno dei leader. Oppure Shabazz Napier, entrato nella lega con le prestigiose referenze di King James e finito a girovagare per l’America. O ancora Allen Crabbe, incolpevole vittima del folle contratto offertogli da Portland nel 2016. E infine D’Angelo Russell. Arrivata ai Lakers con l’inopportuno paragone a Magic Johnson (azzardato dallo stesso Magic, peraltro) e prontamente scaricata (dallo stesso Magic, peraltro!) con l’arrivo di Lonzo Ball, la terza scelta assoluta al draft 2015 si era resa protagonista di un buon avvio di stagione, al debutto con i Nets, prima di essere costretta ai box da un infortunio. Nel migliore degli scenari, Russell diventa un All-Star, Faried torna a ‘divorare’ palloni sotto canestro, il giovanissimo centro Jarrett Allen esplode e Brooklyn va ai playoff. Nel peggiore, le carriere di questi giocatori (escluso Allen, che ha appena iniziato) si arenano e si parte con il tanto agognato tanking; nel 2019, finalmente, si sceglie al primo giro!

 

25 – Memphis Grizzlies

Mike Conley (a sinistra) e Marc Gasol saranno ancora una volta i leader dei Memphis Grizzlies

Mike Conley (a sinistra) e Marc Gasol saranno ancora una volta i leader dei Memphis Grizzlies

Partiamo dalle buone notizie, che hanno il volto fresco dei giovanissimi: Dillon Brooks ha giocato una stagione da rookie molto positiva, perlopiù in crescendo, Ivan Rabb ha ampi margini di crescita e Jaren Jackson Jr. potrebbe diventare un gran bel giocatore. Ora passiamo a quelle cattive: il salary cap è ingolfato da contratti pesantissimi e la massima ambizione (che sarebbe meglio definire “sogno”) plausibile, per questo 2018/19, è quella di venire asfaltati dagli Warriors al primo turno di playoff.
I giocatori di punta di questi Memphis Grizzlies si chiamano Chandler Parsons, Mike Conley e Marc Gasol. Il primo, dopo un promettente inizio di carriera a Houston, è stato risucchiato in un vortice di infortuni, recuperi interminabili e prestazioni deludenti. Il secondo, nel 2021 (a trentaquattro anni), guadagnerà quasi come Steph Curry e, sebbene il suo valore sia fuori discussione, non è mai stato nemmeno vicino a diventare un All-Star. Gasol, talento cristallino e leadership innata, potrebbe dire addio la prossima estate. Chissà che non venga scambiato a stagione in corso (come era presumibile accadesse nel 2017/18), magari per qualche preziosa prima scelta futura; quella del 2019, se scendesse oltre la numero 8, sarà di Boston…
D’altronde, pescare un giovane fenomeno al draft sembra l’unico modo possibile per salvare una franchigia a forte rischio di trasferimento (Seattle e Las Vegas – per motivi diversi – attendono con ansia). Un insperato ottavo posto, magari ottenuto grazie al ritorno al top dei grandi nomi, all’immediato impatto di Jackson e al salto di qualità dei nuovi innesti (Kyle Anderson e Omri Casspi su tutti), potrebbe rivelarsi più dannoso che altro. In ogni caso, qui non siamo a Est, la concorrenza è troppo agguerrita…

 

24 – New York Knicks

Kevin Knox (#20), Tim Hardaway Jr. (#3) e Kristaps Porzingis (#6) al media day 2018/19 dei Knicks

Kevin Knox (#20), Tim Hardaway Jr. (#3) e Kristaps Porzingis (#6) al media day 2018/19 dei Knicks

Anche a Manhattan si pensa principalmente al futuro, con le immancabili voci sui vari All-Star che aspetterebbero con trepidazione la free-agency 2019 per approdare in una squadra che non vince un titolo da 48 anni e che ormai viene considerata una sorta di ‘barzelletta’. Qualora (per purissimo caso, eh…) Kevin Durant, Kyrie Irving e Jimmy Butler non dovessero arrivare, i tifosi dei Knicks potrebbero avere comunque qualche motivo per sorridere. Sembra strano scriverlo, ma forse la dirigenza ha imboccato il sentiero giusto. La gestione del draft 2018 è stata impeccabile; al primo giro è arrivato Kevin Knox, che in Summer League (per quel che vale) ha mostrato potenzialità da All-Star, o quantomeno di poter infiammare il pubblico del Garden. Sì, lo stesso pubblico che ne ha fischiato la selezione, al posto di un Michael Porter Jr. che potrebbe rimanere in infermeria per tutta la stagione… Al secondo round è stata pescata una gemma assoluta: Mitchell Robinson. Tecnicamente e stilisticamente grezzo, ma animato dal sacro fuoco a rimbalzo e dominante a protezione del ferro. Pur restando sui parametri di giudizio della Summer League, durante l’estate è sembrato la reincarnazione di Marcus Camby!
Anche il resto della off-season è stato ottimo: preso un allenatore in rampa di lancio come David Fizdale e scaricata la ‘zavorra’ Joakim Noah, sono stati aggiunti al roster Mario Hezonja e Noah Vonleh. Entrambi molto giovani e in cerca di rivalsa, dopo le promesse non mantenute dei primi anni da professionisti. Soprattutto, entrambi in scadenza di contratto, quindi a ‘rischio zero’. In scadenza anche Trey Burke, una delle note più liete della passata stagione. Chissà che non riesca a confermarsi, scalzando così dalle gerarchie Emmanuel Mudiay (preso inspiegabilmente all’ultima trade deadline) e Frank Ntilikina (scelto prima di Dennis Smith Jr., giova ricordarlo).

Chiaramente, le prospettive per il 2018/19 dei Knicks sono legate a doppio filo ai tempi di recupero di Kristaps Porzingis, fermo dallo scorso febbraio per la rottura di un crociato. Con il lettone a disposizione entro fine dicembre, la conferma di Burke ad alti livelli (ma anche di Enes Kanter e Tim Hardaway Jr., validissimi elementi da quintetto) e l’esplosione di Knox e Robinson, i playoff sarebbero assolutamente alla portata. Senza KP per tutta la stagione (come si teme), più probabile invece un altro giro in lotteria, in attesa dei fantomatici free-agent. Tanto la pazienza non è mai mancata…

 

23 – Chicago Bulls

Bobby Portis, Jabari Parker e Lauri Markkanen al media day 2018/19 dei Bulls

Bobby Portis, Jabari Parker e Lauri Markkanen al media day 2018/19 dei Bulls

Sarà anche una NBA brutta ma, dai Knicks in su, le squadre che inizieranno questo 2018/19 facendo un pensierino ai playoff sono tante. Tra queste troviamo i nuovi Chicago Bulls. Gli ultimi strascichi dell’era Rose-Thibodeau e le grottesche vicende della parentesi Butler-Wade-Rondo sembrano lontane anni luce; finalmente a Chicago si respira aria nuova. La trade che ha spedito ‘Jimmy G. Buckets’ nel Minnesota ha gettato le basi per una rapida ricostruzione. In effetti, le tre contropartite dell’affare hanno portato grande ottimismo in città. Lauri Markkanen può essere una stella del prossimo decennio, Kris Dunn è atteso da un possibile salto di qualità (come pronosticato, ai nostri microfoni, anche da Chauncey Billups) e Zach LaVine, per quel poco che ha giocato dopo l’infortunio, ha mostrato di poter essere il punto di riferimento offensivo della squadra. Il suo prolungamento di contratto (19,5 milioni di dollari annui per le prossime 4 stagioni) potrà far storcere qualche naso, ma per un ragazzo di 23 anni, in questi giovani Bulls, non è poi così scandaloso. D’altronde è un progetto a medio/lungo termine, non si punterà subito al titolo.
Nel corso dell’estate sono state compiute delle manovre piuttosto interessanti. Al draft sono stati scelti Wendell Carter Jr. (lungo senza le caratteristiche della superstar, ma con quelle del perfetto ‘collante’ ai due estremi del campo) e Chandler Hutchison, versatile esterno da Boise State. La novità più intrigante, però, è l’innesto di Jabari Parker. Il nativo di Chicago sembrava destinato a una carriera stellare nel 2014, quando Milwaukee spese per lui la seconda scelta assoluta. Poi, una doppia rottura del legamento del ginocchio gli ha prematuramente tarpato le ali, tanto da far desistere i Bucks dal pareggiare l’offerta (biennale da 40 milioni) avanzata dai Bulls. Il 2018/19, si spera senza nuovi infortuni, sarà una stagione cruciale per l’ex stella di Duke. Le potenzialità rimangono quelle di un All-Star; dovesse riprendere dove aveva lasciato, attenzione a Chicago. Con Parker, LaVine e Markkanen come ‘bocche da fuoco’ e l’asse Dunn-Carter Jr. a presidiare la difesa, la truppa di Fred Hoiberg (più a suo agio con i giovani, che con i grandi nomi) potrebbe far girare più di una testa, da qui ad aprile.

 

22 – Charlotte Hornets

Malik Monk indica Kemba Walker con in mano il nome di Malik Monk. Inizia così il 2018/19 degli Hornets

Malik Monk indica Kemba Walker con in mano il nome di Malik Monk. Inizia così il 2018/19 degli Hornets

La franchigia di Michael Jordan, impantanata da anni nella mediocrità assoluta, è attesa da un 2018/19 che rappresenterà inevitabilmente un punto di svolta, nel bene o nel male. Sarà infatti l’ultimo anno di contratto di Kemba Walker, l’unica star della squadra. Per trattenerlo in North Carolina bisognerebbe convincerlo della validità del progetto Hornets, delle prospettive a breve termine. E onestamente, queste prospettive non si intravedono nemmeno. La off-season ha portato un nuovo allenatore (James Borrego, ex assistente di Gregg Popovich) e ha dato maggiore profondità al roster, ma i nuovi innesti non sembrano sufficienti per fare un salto di qualità. I rookie Miles Bridges e Devonte’ Graham (che abbiamo intervistato l’estate scorsa) sono reduci da eccellenti carriere collegiali e promettono di dare un solido contributo fin dall’inizio, ma allo stesso tempo non sembrano avere grandi margini di crescita. L’arrivo del trentaseienne Tony Parker e il ritorno di Bismack Biyombo porteranno esperienza e leadership, ma di certo non metteranno Charlotte al livello delle grandi dell’Est. Oltretutto, il monte salari è bloccato da contratti assurdi; Biyombo, Nicolas Batum, Cody Zeller, Marvin Williams e Michael Kidd-Gilchrist prenderanno quasi 85 milioni nella prossima stagione. Nessuno di loro ha mai fatto la differenza, e il loro ingombrante salario ne limita notevolmente il valore di mercato.

Insomma, il rischio di una lunga fase di stallo è molto forte. Le uniche speranze per uno scossone sono riposte nei giovani. Oltre a Bridges e Graham, tra i giocatori da tenere d’occhio ci sarà Malik Monk. Partito in sordina e cresciuto visibilmente nel suo anno da rookie, l’ex tiratore di Kentucky è chiamato a un importante salto di qualità. Idem dicasi per Jeremy Lamb e Frank Kaminsky, che dovranno farsi largo nelle gerarchie di un roster pieno di ‘doppioni’.
I possibili scenari, per questo 2018/19, non sono proprio entusiasmanti. Nel migliore dei casi si strappa un settimo/ottavo biglietto per i playoff e si va fuori al primo turno, con conseguente addio di Walker. Nel peggiore, si arriva decimi o undicesimi; troppo indietro per i playoff, troppo avanti per pescare un grande prospetto al draft. Con conseguente addio di Walker…

 

21 – Dallas Mavericks

Il quintetto dei Mavs 2018/19. Da sinistra, Luka Doncic, Harrison Barnes, Dirk Nowitzki, DeAndre Jordan e, accovacciato, Dennis Smith Jr.

Il quintetto dei Mavs 2018/19. Da sinistra, Luka Doncic, Harrison Barnes, Dirk Nowitzki, DeAndre Jordan e, accovacciato, Dennis Smith Jr.

Quella di Rick Carlisle sarà una delle squadre da seguire con maggiore interesse, da qui ai prossimi anni. Il periodo di brusco declino che ha seguito il memorabile titolo del 2011 ha portato a due draft potenzialmente in grado di cambiare le sorti della franchigia. Nel 2017 è arrivato Dennis Smith Jr. che, in una stagione da rookie molto positiva, ha mostrato qualità degne di un futuro All-Star. Quest’anno la scelta è ricaduta su Luka Doncic, chiamato da Atlanta con la terza pick e ottenuto scambiando Trae Young e scelte future. Lo sloveno arriva in America accompagnato da un hype senza precedenti, per un giocatore europeo. Nel nostro continente ha vinto tutto, dominando in lungo e in largo fin da quando aveva sedici/diciassette anni e mostrando una maturità fuori dal comune. Eurolega e NBA, però, sono due pianeti diversi. Doncic ha certamente tutti i requisiti necessari per diventare una star, ma le aspettative esagerate potrebbero rivelarsi un boomerang, per lui e per la squadra. Meglio andarci piano e vedere come Carlisle riuscirà a far interagire una coppia di esterni che potrebbe fare la voce grossa negli anni a venire.

L’altra, grande novità, in Texas, si chiama DeAndre Jordan. L’ex centro dei Clippers è arrivato nel momento giusto; nessuno gli chiederà di trascinare Dallas al titolo, ma solo di far sentire la sua presenza sotto i tabelloni e di rispondere “presente” alle imbeccate di Smith e Doncic. Esattamente come ai tempi di ‘Lob City’, quando Jordan arrivò a disputare l’All-Star Game. Oltretutto, DJ ha firmato un contratto annuale; male che vada, nel 2019 tutti amici come prima.
Nel frattempo, i Mavs proveranno a farsi largo nella nutrita mischia delle pretendenti ai playoff. Sulla carta il quintetto, completato da Harrison Barnes (positivo nelle prime due stagioni in Texas, ma mai esploso del tutto) e dall’immortale Dirk Nowitzki (al probabilissimo passo d’addio), ha poco da invidiare ai vari Nuggets, Blazers e Clippers. Il problema principale riguarda la panchina; persi Yogi Ferrell e Seth Curry, i pur buoni innesti di Devin Harris, Kostas Antetokounmpo e Jalen Brunson (due volte campione NCAA con Villanova e National College Player Of The Year 2018) non sembrano sufficienti per puntare in alto.

 

20 – Miami Heat

Dwyane Wade e Hassan Whiteside

Dwyane Wade e Hassan Whiteside

DISCLAIMER: al momento della pubblicazione di questo articolo, non ci sono ancora sviluppi ufficiali sull’eventuale arrivo di Jimmy Butler che, ovviamente, sposterebbe gli equilibri del nostro Power Ranking.

Nell’affollato limbo delle squadre troppo forti per ‘tankare’, ma troppo deboli per essere contender, troviamo anche gli Heat. Sulle bianche spiagge della Florida, i tempi d’oro di LeBron James sono un vago ricordo. Di quell’epoca di trionfi restano solo coach Erik Spoelstra, l’immarcescibile Udonis Haslem e Dwyane Wade, che ha deciso di deliziare gli appassionati di tutto il mondo per un’ultima stagione. Per il resto, Pat Riley si trova tra le mani un roster pieno di ingaggi pesanti e dai margini di crescita piuttosto ridotti. Il 2017/18 doveva essere l’anno della consacrazione per Goran Dragic, Hassan Whiteside e Dion Waiters, i giocatori su cui la dirigenza aveva puntato maggiormente. Tralasciando l’ultimo, rimasto vittima di un grave infortunio, gli altri non sono assolutamente migliorati. Tant’è che i playoff sono stati raggiunti soprattutto grazie all’ottimo lavoro dei presunti ‘gregari’ (James & Tyler Johnson, Wayne Ellington, Josh Richardson, Kelly Olynyk) e alla leadership del rientrante D-Wade.

La squadra che si presenta al via di questo 2018/19 è pressoché invariata, dato l’inesistente spazio salariale e la mancanza di scelte all’ultimo draft. Gli unici giovani innesti, entrambi titolari di un two-way contract (tradotto: potrebbero non giocare mai), sono il promettente Malik Newman (anche lui a Milano con Kansas l’estate scorsa) e di un esterno da Michigan che si chiama come le Twin Towers degli Spurs: Duncan Robinson.
Nella Eastern Conference attuale, una speranza playoff non si nega a nessuno. Per superare la nutrita concorrenza (magari andando oltre il primo turno del 2018), però, sarà indispensabile che Dragic e Whiteside tornino quelli di un paio di stagioni fa, che Waiters – quando rientrerà – riprenda da dove aveva lasciato (nel 2016/17 era diventato uno degli idoli dell’American Airlines Arena) e che i due giovani più promettenti, Justise Winslow e Bam Adebayo, facciano un salto di qualità. Winslow sembrava essersi invischiato in un vortice di promesse non mantenute, salvo poi disputare una grande serie di playoff contro Philadelphia. Il lungo da Kentucky è stato protagonista di una stagione da rookie in chiaroscuro. Dovrà sgomitare per ritagliarsi minuti e possessi, ma l’età (21 anni) e la determinazione sono decisamente dalla sua parte.

 

19 – Detroit Pistons

Andre Drummond (a sinistra) e Blake Griffin

Andre Drummond (a sinistra) e Blake Griffin

Pur partendo da una situazione molto simile a quella di Miami (poco spazio salariale e pochi margini di crescita), Detroit sembra nelle condizioni di poter migliorare il mediocre nono posto della passata stagione. Innanzitutto, Stan Van Gundy e il suo doppio ruolo (mal ricoperto, in entrambi i casi) di allenatore/presidente non ci sono più. Il nuovo timoniere, Dwane Casey, arriva da un bruciante licenziamento a Toronto, ma il premio di Coach Of the Year 2017/18 non è stato vinto per caso, quanto per aver ‘ridato sapore’ ai Raptors nella passata regular season.
Blake Griffin sarà disponibile fin dal training camp, e non inserito inaspettatamente in corsa. Il che può fare tutta la differenza del mondo, per un giocatore che può e vuole ritornare una star di primo livello. Con lui e Andre Drummond (chiamato a una maggiore costanza in questo 2018/19), Casey si ritrova in mano una coppia di lunghi che non ha mai avuto. Ad innescarli ci sarà, finalmente, Reggie Jackson, a mezzo servizio l’anno scorso per un infortunio alla caviglia. Certo, non parliamo di Jason Kidd, ma comunque di un playmaker che, se in luna buona, può dare un notevole apporto in termini di punti ed energia. Ecco, “se in luna buona” è un’espressione che si potrebbe usare anche per Drummond, per Griffin e per Stanley Johnson, ala che rischia seriamente di restare un’eterna promessa.
Il cambio di allenatore e il recupero a pieno regime di tutti gli effettivi rappresentano il vero upgrade di questi Pistons rispetto al passato recente. Il mercato estivo ha portato due buoni rinforzi per la panchina, Glenn Robinson e Zaza Pachulia (che farà rivivere il mito di Bill Laimbeer nel cuore dei tifosi), ma i giocatori in grado di fare la differenza, se davvero ci sono, vanno cercati in casa.

 

18 – Cleveland Cavaliers

Coach Tyronn Lue tra Collin Sexton (a sinistra) e Kevin Love

Coach Tyronn Lue tra Collin Sexton (a sinistra) e Kevin Love

Anche in questo caso, troviamo buone e cattive notizie. Quella migliore è che, malgrado l’addio di un giocatore epocale come LeBron James, i Cleveland Cavaliers hanno ancora le carte in regola per puntare ai playoff. Quella peggiore, invece, trova le sue radici nella scellerata gestione che ha seguito la vittoria del titolo nel 2016, e che ha spinto prima Kyrie Irving, poi King James a levare le tende. Il roster dei Cavs è stracolmo di giocatori con nessuna prospettiva di crescita, oltretutto titolari di contratti esageratamente lunghi e remunerativi. Sommando quelli in età avanzata (Kyle Korver, George Hill) con quelli che hanno ormai perso ogni motivazione (J.R. Smith, Tristan Thompson) e quelli abbastanza giovani, ma non troppo futuribili (Jordan Clarkson, Larry Nance Jr.), il risultato è un’accozzaglia di ‘mestieranti’ senza precedenti. I pochi giovani (Cedi Osman, Ante Zizic e i neoacquisti Sam Dekker e David Nwaba) sono reduci da una stagione passata più in panchina che in campo, mentre Rodney Hood, l’incostanza fatta giocatore, sarà all’ultimo anno di contratto. A guidare questo improbabile carrozzone troveremo ancora Tyronn Lue, che avrà una ghiotta occasione per dimostrare di non essere semplicemente il ‘pupazzo’ di LeBron.

Il leader dei ‘nuovi’ Cavs sarà Kevin Love, su cui la franchigia ha fatto all-in con un rinnovo da 120 milioni di dollari in quattro stagioni. Una mossa che ha esplicitato le intenzioni della dirigenza, ovvero ricostruire senza passare dal fondo del barile; raramente questa strategia ha funzionato…
Per Love, il 2018/19 sarà la stagione più importante della carriera. Con l’addio di LBJ sarà lui il punto di riferimento offensivo della squadra. Se riuscisse anche solo ad avvicinarsi al giocatore favoloso che vestiva la maglia numero 42 dei Minnesota Timberwolves, di cui in Ohio – per svariati motivi – si è vista una copia un po’ sbiadita, le prospettive dei suoi Cavs si farebbero decisamente più interessanti. Oltre che sul cinque volte All-Star, i riflettori saranno puntati su Collin Sexton, l’altra grande speranza wine-and-gold. Dopo aver conquistato l’attenzione degli addetti ai lavori con la maglia di University Of Alabama, la nona scelta del draft 2018 ha ben impressionato anche in Summer League. Dovesse confermarsi quando la competizione si farà seria, ecco che i malinconici tifosi Cavs troverebbero una ventata di ottimismo. Guai, però, a chiedere a un rookie di trascinare la squadra; i Donovan Mitchell e i Ben Simmons non nascono tutti i giorni…

 

17 – Los Angeles Clippers

I veterani dei Clippers 2018/19. Da sinistra, Danilo Gallinari, Lou Williams e Tobias Harris

I veterani dei Clippers 2018/19. Da sinistra, Danilo Gallinari, Lou Williams e Tobias Harris

I Clippers si trovano in una particolarissima ‘zona grigia’, a cavallo tra due epoche storiche. La passata stagione ha chiuso definitivamente l’era di ‘Lob City’, con le partenze di Blake Griffin (scambiato in corsa) e DeAndre Jordan (che da free-agent ha scelto Dallas). L’incredibile ondata di infortuni e un’alchimia mai raggiunta hanno poi escluso la squadra di Doc Rivers dalla corsa ai playoff, sfumati per la prima volta dal 2011. L’aggressiva ‘pulizia’ messa in atto dal nuovo dirigente Jerry West ha creato il giusto spazio salariale per far sognare in grande i tifosi riguardo al futuro, con le voci su Jimmy Butler (la cui situazione, ad oggi, non è ancora definita) e Kawhi Leonard che si fanno ogni giorno più insistenti.
In questo clima di grande cambiamento, bisognerà affrontare un 2018/19 ricco di insidie e di punti interrogativi. La maggiore difficoltà è rappresentata dal livello medio della Western Conference, cresciuto esponenzialmente con l’approdo di LeBron James ai Lakers. Per tornare alla post-season si dovrà superare la feroce concorrenza di squadre ‘affamate’ come Nuggets, Pelicans, Blazers, Timberwolves e Jazz. Ciò significa che basterà il minimo passo falso per restare nuovamente fuori dai giochi. Le incognite sono invece legate al reale valore dell’organico attuale. Sulla carta, i giocatori di livello non mancano (Avery Bradley, Tobias Harris, Danilo Gallinari e i nuovi innesti Marcin Gortat e Luc Mbah a Moute), ma nessuno di questi può essere definito una superstar. Oltretutto, la loro storia clinica non può che preoccupare. Lou Williams, straordinario 6th Man Of The Year 2017/18, riuscirà a ripetersi? E Milos Teodosic, arrivato dall’Europa tra mille fanfare (suonate soprattutto da noi europei…) e protagonista di una stagione con più ombre che luci, sarà in grado di mostrare finalmente il suo valore?
In caso contrario, ci sarebbe un ragazzino che scalpita alle sue spalle. Shai Gilgeous-Alexander (che cercheremo di abbreviare sempre con SGA) potrebbe rivelarsi la migliore point guard del draft 2018. Altezza superiore alla media del ruolo e grande versatilità difensiva, l’ex compagno di Kevin Knox a Kentucky ha fatto vedere cose eccellenti in Summer League. Attenzione anche a Jerome Robinson, guardia in uscita da Boston College. Chissà che non si debba aspettare per forza la free agency, per trovarsi in casa una stella…

 

16 – New Orleans Pelicans

Anthony Davis sarà il volto di New Orleans anche nel 2018/19

Anthony Davis sarà il volto di New Orleans anche nel 2018/19

Quando una squadra può contare su un fenomeno del calibro di Anthony Davis, è quasi automatico che sia in corsa almeno per la qualificazione ai playoff. In effetti i Pelicans, dopo la sorprendente cavalcata fino al secondo turno del 2017/18, possono legittimamente ambire a un nuovo giro in post-season. Il problema è che, ad ogni estate che passa, si ha la sensazione che la sabbia nella clessidra continui a scendere. A sei anni dal debutto di AD23, la dirigenza non è ancora riuscita a costruire attorno a lui una squadra da titolo. Quanto durerà ancora la pazienza del Monociglio?
L’anno scorso l’improbabile (tecnicamente e caratterialmente) accoppiata con DeMarcus Cousins ha dato frutti insperati, con il provvidenziale aiuto di un Rajon Rondo ormai lontano dai tempi migliori, ma pur sempre determinante. Ora sia DMC che l’ex genio dei Celtics sono andati via, entrambi in direzione California. Al loro posto sono arrivati Elfrid Payton e Julius Randle, che hanno in comune il difetto dell’incostanza, ma anche il pregio della grande voglia di riscatto, dopo essere stati ‘scaricati’, rispettivamente, da Magic e Lakers. Un desiderio di rivalsa che accompagnerà anche Jahlil Okafor, passato in soli tre anni da astro nascente a ‘zavorra’, e Nikola Mirotic, molto meglio nei pochi mesi a New Orleans che in gran parte della sua esperienza a Chicago. Con questi giocatori nella loro versione migliore, guidati da Davis (candidato MVP nella scorsa stagione) e da un Jrue Holiday inaspettatamente ‘rinato’ in Louisiana, la truppa di Alvin Gentry potrebbe davvero ripetersi. Ma per non far venire ‘strani pensieri’ alla loro stella, avere come prospettiva massima il secondo turno playoff potrebbe non essere sufficiente.

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Rapito (come tanti in quegli anni) dai Bulls di MJ, perso e poi riconquistato dai Lakers del Three-Peat e dall'ascesa di D-Wade, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

2 Comments
  • massimiliano
    Posted at 14:21h, 28 Set Rispondi

    Gentilissimo Stefano Belli, interessante l’articolo che come per tutte le previsioni di questo tipo ha sicuramente lo scopo di fare discutere. E di tante cose si potrebbe effettivamente discutere salvo una, che secondo me e i ragazzi della mia fanta-lega è … indiscutibile, ovvero il posizionamento di Cleveland. Scrivi che …i Cleveland Cavaliers hanno ancora le carte in regola per puntare ai playoff… secondo me il massimo posizionamento possibile è il terzultimo a est, vittorie massime 28 ma personalmente li vedo fra le 22 e le 25. Facciamo così… se ci azzecco io mi offri un McMENU,,, se Cleveland non si qualifica per i play off ma va sopra la terzultima posizione usciamo a prenderci una birra e si paga alla romana… se si qualifica per i play off OSTRICHE E CHAMPAGNE e pago io!!!

    😉

    • Stefano Belli
      Posted at 17:53h, 28 Set Rispondi

      Alla fine i Cavs hanno mantenuto un roster di medio livello, abbastanza collaudato e con Kevin Love come stella… Certo, senza LBJ non possono puntare al titolo, ma un piazzamento ai playoff, in questa Eastern Conference, sembra alla portata… In ogni caso accetto la scommessa! ne riparliamo ad aprile 😉

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