NBA Power Ranking 2018/19 – Seconda parte

Toronto Raptors 2018/2019

NBA Power Ranking 2018/19 – Seconda parte

La lunga estate di un appassionato NBA si divide generalmente in due fasi. La prima, tra la fine di giugno e la metà di luglio, è quella dei colpi di scena e degli stravolgimenti portati dal draft e dalla free-agency. La seconda, che inizia con le vacanze d’agosto e continua per tutto settembre, è invece quella del nulla assoluto, salvo qualche occasionale colpo di mercato (vedi lo scambio Kyrie Irving – Isaiah Thomas nel 2017). Un vuoto da riempire con tuffi nel passato (ringraziamo Sky Sport NBA, il canale che il mondo stava aspettando), azzardati confronti tra giocatori di diverse epoche (“Sarebbe stato più forte Wilt con la Mamba Mentality, Iverson con il fisico di Malone o Westbrook nel 1954?”) e classifiche di vario genere. In quest’ultima categoria, e non ci vergogniamo di ammetterlo, rientra senza dubbio il nostro tradizionale Power Ranking. Come ogni anno, mettiamo in fila le trenta franchigie NBA, da quella meno attrezzata alla più credibile candidata a sollevare il Larry O’Brien Trophy. Un giochino tanto inutile quanto divertente, che ci permetterà comunque di valutare come si presentano le squadre ai nastri di partenza della stagione 2018/19. La cosa più interessante, però, sarà riprendere questi pronostici a giochi fatti, per vedere come e quanto ci eravamo sbagliati. La prima parte la trovate qui, ora invece è il momento della top 15!

 

15 – Denver Nuggets

Nikola Jokic con la nuova divisa dei Nuggets per il 2018/19

Nikola Jokic con la nuova divisa dei Nuggets per il 2018/19

Se giocassero nella Eastern Conference, i Nuggets potrebbero tranquillamente puntare al fattore campo nei prossimi playoff. Nel selvaggio West, invece, gli uomini di Mike Malone dovranno lottare con il coltello tra i denti anche solo per arrivarci, alla post-season. Negli ultimi due/tre anni, la dirigenza ha lavorato molto bene, assemblando un gruppo giovane e futuribile, che ha acquisito enorme esperienza nella passata stagione. La sconfitta all’overtime dell’ottantaduesima partita stagionale, che ha salvato Minnesota e condannato Denver, è stata la batosta di cui i ragazzi di Malone avevano bisogno. Ora i giovani talenti sono pronti a fare il passo successivo.
I riflettori saranno principalmente puntati su Nikola Jokic, che in estate ha firmato un sontuoso rinnovo quinquennale da 148 milioni di dollari. Il talento e la versatilità del centro serbo valgono certamente una cifra del genere, ora però Jokic dovrà aggiungere l’intensità e l’applicazione difensiva (finora altalenanti) richieste a un uomo-franchigia. Al suo fianco, Jamal Murray e Gary Harris saranno attesi alla definitiva esplosione, dopo l’incoraggiante inizio delle loro carriere. Il resto del gruppo è un intrigante mix di giovanissimi talenti e affidabili veterani (da Paul Millsap a Will Barton, altro rinnovo estivo).

Le più importanti novità di questo 2018/19 si chiamano Isaiah Thomas e Michael Porter Jr.. Il primo è reduce da un periodo estremamente complicato, da ogni punto di vista. Nella primavera del 2017 era un candidato MVP e l’idolo incontrastato del TD Garden, poi è successo di tutto; la tragica scomparsa della sorella, l’inaspettato scambio con Cleveland, la totale incompatibilità con LeBron James e compagni e la clamorosa trade deadline che lo ha rimesso in viaggio, stavolta con direzione Los Angeles. Un anno dopo aver sentito profumo di massimo salariale, IT si è dovuto accontentare di un contratto annuale al minimo (poco più di 2 milioni) con i Nuggets. Se coach Malone riuscisse a tirarne fuori la parte migliore, il suo innesto potrebbe rivelarsi determinante per far crescere i giovani e, nel frattempo, arrivare ai playoff. In caso contrario, l’estate prossima le due parti si separerebbero senza rimpianti. Anche la storia di Porter Jr. è piuttosto tormentata. Dato come indiscutibile prima scelta fino a pochi mesi fa, il fenomeno da Missouri è scivolato fino alla quattordicesima chiamata per via dei gravi problemi alla schiena che potrebbero compromettergli l’intera stagione. Le diverse operazioni subite rappresentano un grosso campanello d’allarme, ma qualora riuscisse a ristabilirsi pienamente, Denver avrebbe tra le mani una potenziale superstar.

 

14 – Indiana Pacers

Gli Indiana Pacers 2018/19

Gli Indiana Pacers 2018/19

Dopo la sorprendente stagione passata, iniziata con aspettative di ricostruzione e terminata in gara-7 di un agguerrito primo turno playoff contro Cleveland, Indiana punta a confermarsi come mina vagante della Eastern Conference. Con lo sbarco di King James sulla costa ovest, ad Est la corsa al trono sarà più aperta che mai. Magari ci sono squadre dal maggiore talento (Boston e Philadelphia), ma le ambizioni dei Pacers sono legittimate dalla solidità di un gruppo assemblato in pochissimo tempo (Darren Collison, Cory Joseph, Bojan Bogdanovic, Domantas Sabonis e Victor Oladipo sono arrivati tutti nell’estate del 2017) e allenato alla perfezione da coach Nate McMillan.
Oltretutto, l’ultima off-season ha portato degli ottimi rinforzi; Tyreke Evans e Doug McDermott daranno maggiore profondità alla panchina e contribuiranno a risolvere le difficoltà offensive messe in mostra negli scorsi playoff, mentre Aaron Holiday (ventitreesima scelta al draft 2018 e fratello di Jrue) darà un po’ di freschezza al reparto guardie.
Un roster più completo, dunque. impreziosito dalla presenza del Most Improved Player 2017/18 Victor Oladipo, che ormai si può definire una star (e che a Indianapolis sembra aver trovato il contesto ideale), e di Myles Turner, che una star promette di diventarlo presto (ma che in questo 2018/19 sarà chiamato al definitivo salto di qualità). Attenzione anche a due giovanissimi come Ike Anigbogu e T.J. Leaf, visti pochissimo nell’anno da rookie, ma dai grandi margini di crescita.

 

13 – Milwaukee Bucks

Il nucleo portante dei Bucks 2018/19. Malcolm Brogdon (#13), Giannis Antetokounmpo (#34), Khris Middleton (#22) ed Eric Bledsoe (#6) dietro a coach MIke Budenholzer

Il nucleo portante dei Bucks 2018/19. Malcolm Brogdon (#13), Giannis Antetokounmpo (#34), Khris Middleton (#22) ed Eric Bledsoe (#6) dietro a coach MIke Budenholzer

Il piano di rilancio dei Bucks assomiglia sempre più al progetto iniziale di Expo 2015; una serie di idee grandiose che, di anno in anno, si ridimensionano continuamente, fino a dar vita a qualcosa di riuscito, ma non del tutto.
Nel 2014, quando Milwaukee toccò il fondo (15 vittorie e 67 sconfitte, peggior record NBA), la franchigia fu completamente rivoluzionata, seguendo il mantra “Own The Future”: nuova proprietà (guidata da Wesley Edens e Marc Lasry, che evitarono il trasferimento della squadra), nuovo allenatore (Jason Kidd), nuovi giocatori su cui puntare. Uno di questi si chiamava Giannis Antetokounmpo, e all’epoca aveva disputato una buona stagione da rookie, ma niente di più. Da quel momento in avanti, la sua carriera si è impennata vertiginosamente, e il talento greco-nigeriano si è trasformato in una superstar assoluta. Tutti gli altri, per motivi diversi, hanno fatto flop. Larry Sanders ha deciso di farla finita con la pallacanestro, John Henson, Michael Carter Williams e Greg Monroe non sono mai esplosi. Jabari Parker, colui che avrebbe dovuto guidare i Bucks nella nuova era, è rimasto vittima di due gravissimi infortuni, che ne hanno bruscamente rallentato la carriera. La decisione di non rinnovare il suo contratto in scadenza dev’essere stata sofferta, ma inevitabile.

La versione 2018/19 di Milwaukee si presenta con Antetokounmpo come unica, vera stella. Intorno a lui poche certezze (Khris Middleton e i veterani Ersan Ilyasova e Brook Lopez, arrivati dalla free-agency) e tante, troppe incognite. Innanzitutto, Eric Bledsoe e l’ex Rookie Of The Year Malcolm Brogdon. L’anno scorso, l’arrivo del primo ha finito per ostacolare la crescita del ‘Presidente’, vero e proprio ‘furto’ del draft 2017. Entrambi andranno in scadenza di contratto a fine stagione: su chi puntare? E Thon Maker, settima scelta assoluta nel 2016, riuscirà a diventare un giocatore fatto e finito, o rimarrà un’eterna promessa? E così via…
Rispetto all’anno scorso, però, c’è una grossa novità. No, non parliamo di James Young, già ‘meteora’ dei Boston Celtics, e nemmeno di ‘Big Ragu’ Donte DiVincenzo, eroe dell’ultima finale NCAA, bensì di Mike Budenholzer. L’allenatore che ha portato gli Hawks in Finale di Conference (con quattro giocatori convocati all’All-Star Game) nel 2015 proverà a far emergere dalla mediocrità anche Giannino e compagni. Dare la caccia al fattore campo nei playoff sembra una missione alla portata, ma la sensazione è che, per ora (e per quanto?), non si possa puntare più in alto.

 

12 – Washington Wizards

Gli Washington Wizards versione 2018/19. Bradley Beal (#3), Dwight Howard (#21) e John Wall (#2) intorno a coach Scott Brooks

Gli Washington Wizards versione 2018/19. Bradley Beal (#3), Dwight Howard (#21) e John Wall (#2) intorno a coach Scott Brooks

Dopo il deludente ottavo posto e la conseguente eliminazione al primo turno playoff nel 2017/18, per Washington c’erano due strade percorribili: rifondare completamente o cercare di apportare piccole migliorie. La scelta di LeBron James ha condizionato le strategie di tutta la NBA, inclusi gli Wizards, che hanno optato per la seconda soluzione.
Ecco allora gli arrivi di Austin Rivers, Jeff Green e Dwight Howard, ingaggiati per tentare la scalata alla corona dell’Est. I primi due vanno a rinforzare nettamente la second unit di coach Scott Brooks, mentre DH12 – ora DH21, visto il nuovo numero – prenderà il posto di centro titolare, lasciato libero da Marcin Gortat (finito ai Clippers nello scambio con Rivers Jr.). In quanto a valore assoluto e presenza sotto canestro è un nettissimo upgrade, considerando anche la buona stagione disputata da Howard a Charlotte. L’incognita più grande è invece relativa all’inserimento di un personaggio così controverso in uno spogliatoio già non tranquillissimo, in passato. Con la quindicesima scelta al draft è stato chiamato Troy Brown Jr., da Oregon, che intaserà ulteriormente un reparto ali già occupato da Green, Otto Porter e Kelly Oubre. La sensazione è che uno tra questi ultimi due sia di troppo; la situazione contrattuale (il primo sarà il giocatore più pagato della squadra nel 2018/19, il secondo è in scadenza) sembra un chiaro indizio per la soluzione del caso.
Ora Brooks avrà a disposizione un organico, tra quintetto e prime riserve, degno dei migliori team della Conference. Ancora una volta, le chiavi della squadra saranno affidate a John Wall e Bradley Beal. Per la carriera dei due All-Star, questo 2018/19 sarà una stagione determinante. Guidata da loro, Washington non è mai riuscita a compiere l’ultimo passo, quello che porta a giocarsi l’accesso alle Finals. Inevitabilmente, sono sorti parecchi dubbi sul fatto che possano essere i leader giusti per una squadra da titolo. Visto che lo spazio per aggiungere altre stelle non c’è (Wall, Beal e Porter percepiranno quasi 100 milioni di dollari annui – in tre – fino al 2021), l’ennesimo fallimento potrebbe spingere la dirigenza alla soluzione estrema, ovvero dividere la coppia d’assi. Del resto, l’attesa per l’esplosione di questi Wizards inizia ad essere estenuante…

 

11 – Portland Trail Blazers

Anche la stagione 2018/19, a Portland, sarà 'Dame Time'

Anche la stagione 2018/19, a Portland, sarà ‘Dame Time’

I Blazers sono l’equivalente occidentale degli Wizards: bloccati da anni su un binario morto, con una star e un secondo violino ben definiti, ma non abbastanza attrezzati per ambire a traguardi importanti. Nel caso di Portland, la condizione è ancora più estremizzata dalla Conference più competitiva e dal fatto che Damian Lillard sia un giocatore da primo quintetto All-NBA. La dura realtà è che Portland, come New Orleans o Salt Lake City ad esempio, è un piccolo mercato. I grossi free-agent non arriveranno mai, per cui ci si deve arrangiare con il draft e le trade. Dalla prima porta sono entrati Lillard e C.J. McCollum, dalla seconda una serie di buoni giocatori, tra cui però non spicca nemmeno l’ombra di una potenziale stella. Basti pensare che la maggiore ‘follia’ estiva della dirigenza è stato il rinnovo (quadriennale da 48 milioni) di Jusuf Nurkic… Certo, il lungo bosniaco si è inserito bene nei meccanismi della squadra, ma non sembra esattamente l’X-Factor per una squadra da titolo.
Con un monte salari intasato da altri ‘contrattoni’ (Evan Turner, Moe Harkless, Meyers Leonard), i margini di manovra, anche nell’Oregon, sono ridotti all’osso. Ecco dunque gli innesti di Seth Curry e Nik Stauskas, che di fatto occuperanno i posti di Shabazz Napier e Ed Davis. Le maggiori speranze, per uscire dal tunnel della mediocrità, sono riposte nella crescita dei giovani. Zach Collins e Caleb Swanigan, scelti al primo giro nel 2017 e reduci da un anno da rookie piuttosto altalenante, dovranno trovare il modo per coesistere con Nurkic. Nell’ultimo draft sono state chiamate due guardie, Gary Trent Jr. e Anfernee Simons, che dovranno lottare duramente per trovare posto nelle rotazioni. A sgomitare troveranno anche Wade Baldwin, protagonista con loro della vittoria in Summer League. Terry Stotts, da ottimo allenatore qual è, dovrà tirar fuori il meglio anche da loro, se vorrà riscattare l’amara eliminazione al primo turno degli scorsi playoff, arrivata dopo una stagione eccellente.

 

10 – Minnesota Timberwolves

i Timberewolves 2018/19 si affideranno soprattutto a Karl-Anthony Towns (#32) e Andrew Wiggins (#22)

i Timberewolves 2018/19 si affideranno soprattutto a Karl-Anthony Towns (#32) e Andrew Wiggins (#22)

Come si fa a distruggere una franchigia, pur avendo a disposizione le prime scelte assolute di tre draft consecutivi? Chiedere ai Minnesota Timberwolves, che stanno riuscendo nella straordinaria impresa. Certo, una di quelle scelte era Anthony Bennett, ma le altre due, Andrew Wiggins e Karl-Anthony Towns (che abbiamo intervistato quest’estate, di passaggio a Milano), sembravano i giocatori giusti attorno a cui costruire una grande squadra. Per rovinare il giocattolo è bastato poco: mettere due personalità ‘feroci’ e dominanti (Jimmy Butler e coach Tom Thibodeau) a guidare le due giovani stelle, il cui approccio al gioco non si è finora rivelato altrettanto intenso. La scorsa stagione, Minnesota si è letteralmente ‘sbriciolata’ quando Butler si è fermato per infortunio. Sotto gli occhi di un Thibodeau sempre più esasperato, i giovani lupi hanno rischiato di fallire ancora una volta l’obiettivo playoff, salvo poi riacciuffarlo all’overtime dell’ultima partita, contro Denver. ‘Jimmy G. Buckets’ ha visto abbastanza per capire che, con tali incompatibilità tra allenatore e aspiranti leader, questi T’Wolves non sarebbero arrivati da nessuna parte. Ed ecco, puntuale la richiesta di trade. Subito dopo, è arrivato il rinnovo di Towns, che ha giurato amore eterno alla franchigia.
Davvero un brutto modo per avvicinarsi alla stagione 2018/19, quella in cui Minnesota dovrà cercare di imboccare il sentiero giusto. Da una parte ci sono le esplosioni di Towns e Wiggins e le rinnovate speranze per un futuro roseo, magari con un allenatore diverso. Dall’altra c’è lo spettro di un clamoroso fallimento, che si tradurrebbe in un mesto ritorno all’oblio. Nel mezzo, c’è un piazzamento playoff, nella selvaggia Western Conference, da riconquistare con le unghie e con i denti. Possibilmente le unghie e i denti di Wiggins e Towns, su cui la dirigenza ha investito tutto. Saranno in grado di farcela da soli?

 

9 – San Antonio Spurs

La grande novità, per gli Spurs 2018/19, si chiama DeMar DeRozan

La grande novità, per gli Spurs 2018/19, si chiama DeMar DeRozan

Tra le squadre più attese di questo 2018/19, gli Spurs sono all’anno zero. Per la prima volta dal 1997, coach Gregg Popovich non avrà a disposizione nessuno dei ‘Big Three’ che hanno cambiato la storia della franchigia. Con Tim Duncan ormai in pensione dal 2016, l’ultima off-season ha visto gli addii di Tony Parker, passato a sorpresa agli Charlotte Hornets, e di Manu Ginobili, che ha deciso di far calare il sipario sulla sua leggendaria carriera. Anche Kawhi Leonard non c’è più; l’intricata vicenda che, di fatto, ha compromesso la scorsa stagione nero-argento è giunta al termine con la sua cessione (con al seguito Danny Green) ai Toronto Raptors. Al suo posto sono arrivati il giovane centro Jakob Poltl e, soprattutto, DeMar DeRozan, il pilastro su cui Pop e la dirigenza sperano di ricostruire, senza per forza rifondare. In effetti, con DDR e LaMarcus Aldridge come punte di diamante, si può legittimamente ambire alla ventiduesima qualificazione consecutiva ai playoff. Il ritorno di Marco Belinelli e l’innesto di Dante Cunningham sono mosse che garantiscono rotazioni solide, e c’è grande curiosità attorno alle giovani promesse Dejounte Murray (promosso titolare con l’addio di Parker) e Lonnie Walker (diciottesima scelta allo scorso draft).

Il problema, comune a molti, è che per fare strada nella Western Conference attuale sono richiesti standard elevatissimi. Standard che San Antonio, forse, non rispetta più. L’improvviso ‘voltafaccia’ di Leonard, considerato da tempo come il naturale erede di Duncan come uomo-franchigia, non può essere visto esclusivamente come un capriccio. Da qualche anno era chiaro come il cielo sopra l’Alamo fosse meno terso del solito. R.C. Buford e soci hanno insolitamente ‘steccato’ nelle ultime sessioni di mercato, portando a casa solamente i costosissimi rinnovi di super-veterani come Pau Gasol e Patrick Mills, tutti molto lontani dal loro momento migliore. A meno che il piano fosse davvero quello di arrivare a DeRozan (però con e non al posto di Leonard), non sembra esserci una strategia a medio/lungo termine degna delle tradizioni della casa. L’acquisizione dell’ex-stella dei Raptors potrebbe rivelarsi il miglior ‘paracadute’ possibile per la brutta piega presa dall’affaire Leonard. Per rimanere al top, però. due All-Star, la ‘Spurs Culture’ e il più grande allenatore vivente potrebbero non essere sufficienti.

 

8 – Philadelphia 76ers

Markelle Fultz (#20), Joel Embiid (#21) e Ben Simmons (#25), i giovanissimi 'Big Three' dei Sixers 2018/19

Markelle Fultz (#20), Joel Embiid (#21) e Ben Simmons (#25), i giovanissimi ‘Big Three’ dei Sixers 2018/19

E’vero, non sono arrivati LeBron James, Paul George e Kawhi Leonard. Però Philadelphia si avvicina alla stagione 2018/19 con enormi aspettative. I principali motivi di tale ottimismo si chiamano Ben Simmons e Joel Embiid. Al primo anno insieme, i due hanno strabiliato, giocando da leader navigati e riportando i Sixers ai playoff dopo un digiuno lungo sei stagioni. Embiid ha conquistato il primo All-Star Game in carriera mentre Simmons, inspiegabilmente escluso dalle selezioni, si è consolato con il premio di Rookie Of The Year. La migliore notizia è che entrambi sembrano avere margini di crescita spaventosi. Se riuscissero a evitare conflitti di personalità (sullo stile di Kobe-Shaq, ma anche di Carter-McGrady), potremmo trovarci presto di fronte ai nuovi dominatori della lega. Resta solo da capire quanto presto.
Attorno a due star di tale calibro, la dirigenza ha assemblato un bel mix di giovani di qualità (Dario Saric, Robert Covington, T.J. McConnell) e affidabili veterani (J.J. Redick, Amir Johnson). Certo, Ersan Ilyasova e Marco Belinelli, sacrificati per liberare spazio salariale, sono due perdite importanti. Al posto del turco è però arrivato Wilson Chandler, solida ala in uscita dai Denver Nuggets, mentre il vuoto lasciato dal Beli potrebbe essere colmato dal rookie Zhaire Smith (quando recupererà dall’infortunio al piede) e soprattutto dal sophomore più atteso dell’anno: Markelle Fultz. La prima scelta assoluta al draft 2017 ha vissuto una particolarissima stagione da rookie, compromessa da un misterioso infortunio a una spalla (a quanto pare causa e conseguenza della sua meccanica di tiro) e condizionata dalle aspettative esagerate con cui è stato accolto. Alla luce dei buoni segnali di crescita mostrati sul finire della scorsa regular season e del duro lavoro estivo a cui si è sottoposto, è lecito augurarsi per lui un nuovo inizio (che sia a Philly o altrove, in caso di importanti trade).
In una Eastern Conference ‘orfana’ di King James, sognare in grande non è proibito. In quanto a talento, la squadra di Brett Brown ha poco da invidiare alle rivali, e l’affiatato gruppo visto l’anno scorso è rimasto pressoché intatto. In poche parole, l’obiettivo è uno solo: NBA Finals!

 

7 – Utah Jazz

Coach Quin Snyder a colloquio con Donovan Mitchell. Saranno loro a guidare i Jazz in questo 2018/19

Coach Quin Snyder a colloquio con Donovan Mitchell. Saranno loro a guidare i Jazz in questo 2018/19

Dopo aver stupito la lega nella scorsa stagione, i Jazz puntano a confermarsi come forza emergente della Western Conference. Le prospettive di ricostruzione seguite all’addio di Gordon Hayward, nel 2017, sono state spazzate via dal clamoroso debutto di Donovan Mitchell. La guardia da Louisville non solo si è imposta come leader della squadra, ma promette anche di conquistare un posto di rilievo tra le star NBA. Se i 20.4 punti di media della sua prima regular season (diventati 24.4 nei playoff) rendono il numero 45 il faro offensivo dei suoi, l’altra metà campo sarà presidiata dal Defensive Player Of The Year in carica, Rudy Gobert. Se a questi due grandi giocatori (che a Est potrebbero puntare già oggi all’All-Star Game) aggiungiamo un grande allenatore come Quin Snyder e un ‘supporting cast’ perfetto per il suo sistema di gioco (dai ritrovati Ricky Rubio, Derrick Favors e Jae Crowder ai sempre affidabili Alec Burks e Joe Ingles), otteniamo l’identikit perfetto di una squadra che può far paura a molti.
L’off-season appena terminata ha portato pochissimi cambiamenti, per un gruppo che ha solo bisogno di crescere e perfezionarsi. Favors e Dante Exum (sempre in attesa della sua tardiva esplosione) sono stati rinnovati, mentre via draft è arrivato il più ‘navigato’ tra i rookie: Grayson Allen, divenuto l’idolo dei ‘Cameron Crazies’ e pupillo di Coach K nei quattro anni trascorsi a Duke. La solidità, la coesione e la profondità del roster, con pochi eguali nella NBA attuale, potrebbero sopperire alla mancanza di starpower (ma non ditelo a Mitchell…) nella serratissima lotta per le prime quattro posizioni a Ovest. Guai a sottovalutare questi Jazz… Take Note!

 

6 – Toronto Raptors

Kawhi Leonard, stella dei Raptors 2018/19

Kawhi Leonard, stella dei Raptors 2018/19

Ok, sacrificare DeMar DeRozan, uomo-franchigia e titolare di un lungo contratto, per un giocatore in scadenza, con poche probabilità di rinnovo e reduce da un lungo infortunio è una mossa molto pericolosa, che quasi certamente comprometterà il futuro a medio/lungo termine. A questi Raptors, però, sembra interessare innanzitutto il presente. E il presente dice che Toronto parte tra le prime della classe, almeno sulla costa atlantica. Quella che nel 2017/18 è stata la migliore squadra della Eastern Conference si troverà per la prima volta senza il ‘fantasma’ con il numero 23, che negli ultimi otto anni ha puntualmente infranto i sogni di qualsiasi pretendente al suo trono. Uno dei roster più profondi della lega (con la miglior panchina – dati alla mano – della passata stagione) è stato rinfoltito con gli innesti di Danny Green e Greg Monroe, e a guidarlo ci sarà sempre Kyle Lowry, che dovrà dimostrare di non essere ancora sul viale del tramonto (il suo 2017/18 non è stato certo all’altezza del rinnovo da 100 milioni in tre anni appena firmato).

Come head coach è stato assunto Nick Nurse, ex assistente di Dwane Casey e principale artefice del sistema offensivo ‘rimodernato’ visto lo scorso anno, e il giocatore di punta sarà nientemeno che Kawhi Leonard, che con Green, O.G. Anunoby e Serge Ibaka andrà a formare una linea difensiva degna dello staff legale di Silvio Berlusconi.
L’ipotesi – ventilata da più parti – che l’ex stella degli Spurs possa mettere in scena una sorta di ‘sciopero’ lungo un anno, in attesa di andare a scaldarsi al sole della California, sembra un pronostico alquanto azzardato. Vedendola dal punto di vista più pragmatico, Kawhi dovrà firmare un nuovo contratto, in estate. L’esempio di Isaiah Thomas, ma anche quelli meno ‘estremi’ di Carmelo Anthony e Dwight Howard, stanno a dimostrare che un drastico calo di reputazione, nell’ambiente NBA, può avvenire anche nel giro di una sola stagione. Dal lato prettamente competitivo, Leonard avrà un’occasione ghiottissima per prendersi lo scettro di “miglior giocatore della Eastern Conference”, puntare al trofeo di MVP e magari trascinare Toronto a una finale NBA che entrerebbe nella storia non solo della città, ma del Canada in generale. Qualora dovesse restare in salute e tornare il giocatore all-around di due stagioni fa, nessuno di questi obiettivi gli sarebbe precluso. E allora sì che ci sarebbe qualche motivo per restare…

 

5 – Los Angeles Lakers

I nuovi Lakers 2018/19. Lonzo Ball (#2), Brandon Ingram (#14), LeBron James (#23) e Kyle Kuzma (#0) dietro a coach Luke Walton

I nuovi Lakers 2018/19. Lonzo Ball (#2), Brandon Ingram (#14), LeBron James (#23) e Kyle Kuzma (#0) dietro a coach Luke Walton

Dopo cinque, interminabili stagioni nei bassifondi della lega, i Lakers sembrano pronti a tornare protagonisti. La scelta estiva di LeBron James ha riacceso i riflettori sulla franchigia californiana, scombussolandone di colpo – e in positivo – i piani di ricostruzione. Con ogni probabilità, il Re si aspettava di essere raggiunto da qualche altra stella di prima grandezza, invece i vari Paul George e Kawhi Leonard, per ora, hanno preso direzioni diverse. Alla sua corte è giunto un variopinto gruppetto di veterani: Rajon Rondo, JaVale McGee, Lance Stephenson, Michael Beasley… I loro innesti, magari, non saranno decisivi per arrivare subito al titolo, ma serviranno innanzitutto a regalare qualche ‘perla’ ai famelici media losangelini, e in secondo luogo ad affiancare giocatori di esperienza ai numerosissimi giovani del roster.
Saranno proprio i giovani coloro attorno a cui ruoterà l’intero 2018/19 gialloviola. L’imminente stagione sarà un banco di prova importantissimo per Lonzo Ball, Brandon Ingram e Kyle Kuzma, quelli su cui la dirigenza punta maggiormente (attenzione anche a Josh Hart, in continua crescita dopo un buonissimo anno da rookie). Dovranno dimostrarsi all’altezza delle elevatissime esigenze di King James, che dal canto suo cercherà di tirar fuori il loro meglio. Chi dovesse fallire potrebbe improvvisamente ritrovarsi ai margini del progetto, magari utilizzato come pedina di scambio per arrivare a qualche stella affermata. Un esperimento pericoloso, visto che si tratta di ragazzi a inizio carriera, ma certamente intrigante.
Che il mix funzioni o meno, la sola presenza di LeBron dovrebbe garantire al gruppo e a coach Luke Walton un ‘giro premio’ ai playoff, nel migliore dei casi con il vantaggio del fattore campo al primo turno. Per ambire al titolo è ancora presto, anche se LBJ è reduce da otto finali consecutive, ma per fare esperienza ad alti livelli e ‘prendere le misure’ a ciò che di meglio la lega ha da offrire, il momento sembra propizio.

 

4 – Oklahoma City Thunder

I volti dei Thunder 2018/19. Da sinistra, Paul George, Russell Westbrook e Steven Adams

I volti dei Thunder 2018/19. Da sinistra, Paul George, Russell Westbrook e Steven Adams

L’inaspettato rinnovo di Paul George ha trasformato di colpo quello che sembrava un progetto fallito in un forte rilancio dei Thunder nella caccia al trono di Golden State. La netta eliminazione al primo turno di playoff contro Utah aveva segnato il capolinea della parentesi ‘OK3’, caratterizzata da un potenziale mai sfruttato fino in fondo. Quando il baratro sembrava ormai pronto ad accogliere la franchigia, ecco la scelta di PG13, che ha cambiato drasticamente le prospettive. Certo, lui e Russell Westbrook (che salterà le prime partite per recuperare da un piccolo intervento al ginocchio) sono gli stessi giocatori della passata stagione, ma un conto è avere una stella del calibro dell’ex-Pacer ‘in affitto’ per pochi mesi, un altro è poterci lavorare con la garanzia di un piano a medio/lungo termine. Entrambi saranno infatti sotto contratto almeno fino al 2021; avranno tutto il tempo per trovare e perfezionare la giusta intesa.
Attorno ai due fuoriclasse, la dirigenza ha costruito un roster decisamente più profondo di quello dell’anno scorso. ‘Scaricato’ Carmelo Anthony, mai del tutto inserito nel contesto, e ritrovato Andre Roberson, il cui infortunio ha pesato moltissimo nella passata stagione, in estate sono arrivati importanti rinforzi per la second unit: Dennis Schroder. Nerlens Noel, Timothe Luwawu-Cabarrot, Abdel Nader e Hamidou Diallo, rookie da Kentucky. I primi due sono i potenziali aghi della bilancia di questo 2018/19. Arrivati in NBA nel corso dello stranissimo draft 2013 (quello di Bennett e Antetokounmpo), dopo cinque stagioni sono di fronte al bivio che separa gli ottimi giocatori dai ‘bidoni’. Se riuscissero a imboccare la prima strada, per coach Billy Donovan sarebbe manna dal cielo.
Con una panchina molto più lunga che in passato, con due superstar dal crescente affiatamento (tra cui una che non vede l’ora di zittire una volta per tutte i critici) e con una coppia di lunghi formata dalla certezza Steven Adams e dall’emergente Jerami Grant, OKC potrebbe rivelarsi l’alternativa più credibile a Warriors e Rockets, ameno a Ovest. Per le due big, il minimo passo falso rischierebbe di costare caro. In ogni caso, tutti liberi di scommetterci contro…

 

3 – Boston Celtics

Star del presente e del futuro in casa Celtics. Da sinistra, Jayson Tatum, Jaylen Brown, Kyrie Irving, Gordon Hayward e Al Horford

Star del presente e del futuro in casa Celtics. Da sinistra, Jayson Tatum, Jaylen Brown, Kyrie Irving, Gordon Hayward e Al Horford

Facendo due più due, l’analisi sulle ambizioni dei Celtics è abbastanza rapida: l’anno scorso hanno portato i Cavs di LeBron James fino a gara-7 della finale di Conference, pur essendo privi delle loro più grandi star. Ora che Kyrie Irving e Gordon Hayward sono rientrati, mentre il Re è emigrato in California, la strada per le NBA Finals sembra spianata. Il 2018/19 biancoverde, però, non sarà una semplice passeggiata verso l’appuntamento col destino. Affinché il pronostico si avveri, tutti i tasselli dovranno essere messi al loro posto. Il tema principale sarà proprio il rientro nei ranghi dei grandi nomi. Dopo l’eroica cavalcata degli scorsi playoff, riuscirà Brad Stevens a ridimensionare i ruoli dei vari Jaylen Brown, Jayson Tatum, Terry Rozier (in scadenza di contratto) e Marcus Smart? Brown e Tatum sembrano lanciati verso carriere da All-Star; e se la loro esplosione venisse in qualche modo ostacolata dalla presenza di Hayward e Irving? A parole sono tutti ben disposti a farsi da parte, ma la dimostrazione è attesa sul campo.

Incognite a parte, Boston sembra l’unica squadra della Eastern Conference potenzialmente in grado di dare fastidio a Gloden State in un’eventuale serie finale. Così giovane ma già così esperta, con un roster confermato in toto (solo Shane Larkin e Greg Monroe sono partiti, mentre Smart e Aaron Baynes hanno rinnovato) e guidato da uno dei migliori allenatori NBA, la franchigia sembra pronta a dare la caccia al diciottesimo titolo della sua storia.
Come se non bastasse, le lungimiranti manovre dirigenziali hanno permesso un incredibile accumulo di prime scelte ai futuri draft. Tradotto: la squadra ha ancora margini di crescita e, qualora dovesse andare male quest’anno, potrebbe giocarsi qualche asset per arrivare a un’altra star (con i dubbi sul possibile rinnovo di Irving nel 2019, il nome più caldo è sempre quello di Anthony Davis). Si parla comunque di futuro; ora c’è un 2018/19 da vivere da assoluti protagonisti.

 

2 – Houston Rockets

I 'Big Three' di Houston. Da sinistra, James Harden, Carmelo Anthony e Chris Paul

I ‘Big Three’ di Houston. Da sinistra, James Harden, Carmelo Anthony e Chris Paul

Quando ci si trova di fronte alla migliore squadra della NBA moderna, la vera domanda non è “chi è la favorita per il titolo?”, bensì “chi potrebbe approfittare di un passo falso degli Warriors?”. La risposta, considerata l’inesperienza delle concorrenti ad Est, sembra proprio Houston.
Fermatisi a una vittoria dalle Finals dopo aver fatto registrare il miglior record di franchigia, i Rockets hanno deciso di mantenere inalterata l’ossatura del roster. Ecco dunque le salate (salatissime) conferme di Chris Paul e Clint Capela, principali ‘scudieri’ dell’MVP James Harden nel 2017/18. Per tentare di spodestare gli uomini di Steve Kerr, però, bisognava cambiare qualcosa. Sacrificati a malincuore i free-agent Trevor Ariza e Luc Mbah a Moute e spedito Ryan Anderson (incolpevole ‘vittima’ di un contratto senza senso) a Phoenix, la dirigenza ha cercato in tutti i modi di colmare le lacune del roster. Innanzitutto, la rosa è stata rinfoltita e ‘svecchiata’ con gli arrivi di Marquese Chriss e Brandon Knight (le contropartite per Anderson e per la 45esima scelta De’Anthony Melton) e con le aggiunte di Michael Carter-Williams e James Ennis. Poi è stato affrontato il problema più grande emerso l’anno scorso, ovvero la mancanza di soluzioni offensive differenti dal ‘D’Antoni Ball’ versione 2.0, quella con il top scorer Harden al posto dello Steve Nash visto ai tempi dei Suns. A tale scopo è stato ingaggiato Carmelo Anthony. Dopo la negativa esperienza con i Thunder, ‘Melo gode di una reputazione paragonabile a quella di Kim Jong-Un. Sarebbe però ingiusto non vedere i lati positivi del suo approdo ai Rockets. Innescato da due superbi playmaker (in senso letterale) come Harden e Paul, Anthony potrebbe ritagliarsi una decina di minuti a partita da ‘arma letale’, magari infrangendo di tanto in tanto i rigidi dettami tattici di Mike D’Antoni. E’ vero, giocatore e allenatore hanno avuto più di un contrasto nella loro comune esperienza newyorkese. Stavolta, però, gli status dei due sono invertiti. Per Anthony, il contratto di un anno a 2.4 milioni parla molto chiaro: non sarà al centro del progetto, ma dovrà cercare di rendersi utile allo scopo finale. Altrimenti, verrà scaricato senza rimpianti.
Il vero problema di questi Rockets rimane la fase difensiva; i nuovi innesti non hanno neanche lontanamente l’attitudine e le caratteristiche tecniche di Ariza e Mbah a Moute, nella propria metà campo. In ogni caso, la fame e il desiderio di rivalsa di Harden e soci non avranno eguali, in questo 2018/19. Sicuri che sia già tutto deciso?

 

1 – Golden State Warriors

Il 'Dream Team' 2018/19 degli Warriors. Da sinistra, Kevin Durant, Draymond Green, Stephen Curry, Klay Thompson e DeMarcus Cousins

Il ‘Dream Team’ 2018/19 degli Warriors. Da sinistra, Kevin Durant, Draymond Green, Stephen Curry, Klay Thompson e DeMarcus Cousins

Poche sorprese, in fase di pronostici: i favoriti indiscussi per la vittoria del titolo rimangono sempre e comunque loro. I Golden State Warriors stanno settando ogni anno più in alto l’asticella della perfezione (anche se molti traducono “fare bene il proprio lavoro” con “rovinare la NBA”… dateci 30 Orlando, a questo punto!). Prima hanno costruito un sistema vincente puntando sul draft e su operazioni di mercato tutt’altro che scontate (cedere Monta Ellis e David Lee per lanciare i giovani Stephen Curry e Draymond Green, rinunciare allo scambio Klay ThompsonKevin Love quando lo status dei due era ben lontano da quello attuale, ecc.), poi hanno sfruttato al meglio l’appeal che si sono guadagnati, attirando nientemeno che Kevin Durant, l’arma definitiva per dar vita a una vera e propria dinastia. L’ultimo ritocco è stato l’aggiunta di DeMarcus Cousins, che ha fatto insorgere il web come neanche ai tempi della legge sulle unioni civili.
Tralasciando le questioni ‘morali’, che poco hanno a che vedere con l’analisi di una squadra di basket, inserire una stella del calibro di DMC in un sistema di gioco perfetto come quello di Golden State presenta una serie di incognite. Innanzitutto, bisognerà vedere quando e come il centro tornerà a disposizione, dopo il grave infortunio al tendine d’Achille. Poi, come si comporterà la squadra alle prese con un centro che, a differenza dei vari Andrew Bogut, Zaza Pachulia e JaVale McGee, pretenderà un certo coinvolgimento in fase offensiva. Insomma, una bella sfida per Steve Kerr; proprio ciò che serve a una squadra che rischia sempre l’eccesso di sicurezza. Ciò premesso, si tratta comunque di un giocatore eccezionale; riuscisse a recuperare fisicamente e a inserirsi a dovere nei meccanismi della squadra, ci troveremmo di fronte a un quintetto con un potenziale offensivo mai visto prima.

Il 2018/19, l’ultimo anno ad Oakland prima del trasferimento a San Francisco, sarà in ogni caso una stagione importante per gli Warriors. La prossima estate sarà ricca di decisioni impegnative, con i contratti di Kevin Durant e Klay Thompson (oltre che dello stesso Cousins) in scadenza e un monte salari che non permetterà di riempire di soldi entrambi. Meglio arrivarci con un bel three-peat in bacheca, ma guai a darlo per scontato…

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Rapito (come tanti in quegli anni) dai Bulls di MJ, perso e poi riconquistato dai Lakers del Three-Peat e dall'ascesa di D-Wade, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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