Steven Adams, centro degli Oklahoma City Thunder, ha narrato della depressione, che lo ha colpito all’età di 13 anni a seguito della perdita del padre, nella sua autobiografia “Steven Adams: My Life, My Fight”.
Non è la prima volta che un giocatore NBA parla apertamente dei propri problemi psicologici: qualche mese fa, infatti, anche Kevin Love, stella dei Cleveland Cavaliers, aveva apertamente parlato dei suoi attacchi di panico che lo hanno afflitto nei mesi scorsi durante la stagione.

Steven Adams, centro degli Oklahoma City Thunder
In particolare, Adams, secondo NZHerald.com, ha riferito in maniera dettagliata di quel periodo oscuro della sua vita
Dopo la morte di mio padre, non avevo più la forza di combattere. Sapevo di dover fare qualcosa, ma non sapevo cosa. Non avevo più uno scopo nella vita, non sapevo dove cercare per cercare di puntare in alto. Quando ci ripenso, mi rendo conto di sentirmi solo, e, onestamente, anche un po’ depresso. Nessuno infatti mi ha detto come poter affrontare il dolore
Adams ha continuato rivelando che il basket lo ha aiutato a superare la morte del padre e a dargli uno scopo nella vita. Nel 2011, infatti, il centro degli Oklahoma City Thunder si trasferì dalla Nuova Zelanda agli States, per proseguire la sua carriera nella scuola preparatoria al college di Notre Dame.
Ma trasferirsi non è stato semplice, e il 25 enne ha infatti descritto la sua vita da adolescente fuori dalla pallacanestro piuttosto insignificante. La depressione, in particolare, è tornata a fare da padrone, la stessa che lo aveva colpito in precedenza.
Ho faticato nuovamente a stare da solo ed è stato difficile non ricadere nuovamente nella trappola della depressione. Avevo una comunità a Wellington che mi aiutava a non pensarci, a tirarmi su di morale. Mi sono sempre riempito le giornate in modo da avere una routine piuttosto intensa. Ma una volta arrivato a Notre Dame, vedendo quanto fosse infelice quel posto, ho iniziato a non lasciar trapelare più nessuna emozione
Il numero 12 di Oklahoma ha poi enunciato del suo unico anno di college a Pittsburgh, il quale anch’esso non è stato semplice
Nei primi mesi a Pitt ho pensato davvero più volte di mollare tutto e tornarmene in Nuova Zelanda, dove mi sentivo più a mio agio. Metà di quello che sentivo era nostalgia, e non aveva nulla a che fare con il basket.Non è facile essere completamente soli in una nuova scuola e in un nuovo paese. Il solito consiglio di fare amicizia e creare una famiglia non ha funzionato per me, l’ho superato soltanto con la determinazione e la consapevolezza che non sarebbe stato per sempre. Se soffrire tutto questo mi avesse portato ad una carriera nel basket, ero disposto a sopportare anni solitari e dolorosi.
Adams è stato poi draftato dai Thunder come 12 scelta assoluta nel 2013. Nel corso degli anni ha solidificato sempre di più la sua importanza per la squadra, divenendone un punto fermo. In particolare, nella stagione appena trascorsa, il centro neozelandese ha raccolto statistiche molto importanti:
- 13,9 punti
- 9 rimbalzi
- 62,9 FG%
- 55,7 FT%
Aldilà dei freddi numeri statistici, l’apporto del lungo è stato fondamentale. La sua intesa con la star principale della squadra, Russell Westbrook, è ormai molto solida. La sua versatilità lo rende, inoltre, un giocatore molto importante sia in attacco che in difesa.
Adams, in ogni caso, ce l’ha fatta. Ha superato i problemi, le avversità emotive dovute alla scomparsa del proprio padre, per diventare un giocatore NBA. Ora è uno degli uomini simbolo di una squadra che da diversi anni lotta per contendere il vertice della Western Conference. Ma per il 25 enne, il vero motivo che lo fa andare avanti è la lotta quotidiana interiore
Se mi sveglio un giorno e non ho quella lotta per continuare a migliorare, le cose andranno in discesa rapidamente. L’unica cosa che mi tiene in vita è quella lotta costante, non importa di cosa si tratta. Appena smetto di inseguire qualcosa, vorrà dire che mi sono arreso.









