Il campus di Michigan State è un miscuglio omogeneo. Una commistione di costruzioni in mattoni rossi davanti alle quali fanno bella mostra di sé spiazzi di verde, separati gli uni gli altri da strade percorse regolarmente da automobili.
A una prima impressione, sembra una cittadina austriaca, o comunque della Germania meridionale. E non deve essere un caso, visto che il principale ceppo di origine degli abitanti del Michigan è proprio quello germanico, che si attesta il 20 e il 22% della popolazione.
East Lansing, sede del campus, è una vera e propria university town. La cittadina fa parte dell’area metropolitana di Lansing, la capitale dello Stato, e per la zona rappresenta una peculiarità.
È infatti incastonata nella Lower Peninsula, distinta dalla Upper Peninsula in quanto l’economia di quest’ultima è sempre stata legata alle miniere di rame e ferro nelle vicinanze. Quelle che in passato attiravano gli emigrati provenienti dalla Scandinavia.
La forte impronta agricola nella parte occidentale del Michigan fu invece un fattore di attrazione per emigrati provenienti dalle già menzionate terre germaniche, così come da Paesi Bassi e Polonia. Ovvero i principali antenati degli attuali residenti stabili dello Stato.
Puro Midwest, insomma. Quello, per intenderci, di cui Donald Trump (anche lui di chiare origini tedesche, per la precisione del Palatinato bavarese) ha intercettato le istanze nonostante sia un magnate newyorchese, e dunque più vicino alla forma mentis di Zohran Mamdani che a quella del bacino elettorale che pure lo ha votato.
Nella Upper Peninsula, però, oltre ai discendenti degli europei del nord, c’è anche una forte presenza italo-americani. Le condizioni climatiche non particolarmente agevoli hanno fatto sì che le tradizioni cattoliche mediterranee facessero fronte comune con quelle luterane nordeuropee.
Le unioni miste, quindi, da queste parte sono state quasi una necessità dettata dagli eventi. E non è un caso che chi siede da trent’anni sulla panchina Michigan State sia un (ormai ex) local boy nato Iron Mountain, vicino al confine con il Wisconsin, che ha origini italiane e finlandesi.
Tom Izzo si è messo ad allenare al termine del suo percorso presso l’università a Northern Michigan. Dopo un biennio alla high school, è tornato alla propria alma mater nel ruolo di assistente. Un impegno quadriennale, interrotto solo quando a chiamarlo fu Michigan State.
A Michigan State non si poteva dire di no. Ed infatti Izzo disse sì, restando dal 1983 al 1995 come assistente di Jud Heathcote, il primo a portare gli Spartans sul tetto del college basket, nel 1979 con Magic Johnson in cabina di regia.
Izzo invece, ereditando la squadra al compimento dei quarant’anni, un Magic non lo aveva. Aveva però sufficiente carisma per instaurare una pallacanestro fatta di fisicità, difesa, rimbalzi ed early offense quando possibile.
Ma è soprattutto a livello mentale che Izzo ha inciso a livello universitario. Il suo è sempre stato un basket fatto disciplina, responsabilizzazione individuale e soprattutto durezza mentale.
“Players play, tough players win”, i giocatori giocano, i giocatori duri vincono. Il suo motto non lascia spazio ad interpretazioni.
Il coach italo-americano, a differenza di molti colleghi, non ha mai promesso una via rapida per arrivare al successo. Forse è per questo, oltre che per la minor attrattività di Michigan State rispetto ad altri atenei, che non ha mai avuto per le mani veri campioni con cui puntare al titolo.
Eppure uno lo ha comunque portato a casa. E fu la prima March Madness del millennio, per la precisione, quasi a voler premiare simbolicamente la filosofia di Izzo.
In quella squadra evoluivano due cannonieri come Jason Richardson e Charlie Bell (visto a Treviso, Livorno, Caserta e Bologna sponda Virtus). E poi Morris Peterson ed il centro Aloysius Anagonye, anche lui con un passato labronico, oltre che per breve tempo a Montengranaro.
A quel titolo seguì una Final Four, poi anni di vacche magre fino alla finale del 2009 contro UNC. Altro periodo complessivamente di buoni risultati, fino al deludente quadriennio 2021-2024.
Le Elite Eight del 2025 sono forse un segnale di risveglio? È presto per dirlo, ma sicuramente perdere contro un seed 1 come Auburn non può essere un grande rammarico, soprattutto nella Final Four a cui giungono solo le quattro leader di graduatoria.
Quest’anno gli Spartans ci riproveranno, e la partenza 9-1 offre sicuramente motivi per pensare positivo. Anche se la strada è in salita e le concorrenti sono ben attrezzate.
A scardinare le difese avversarie dal di dentro è chiamato Jaxon Kohler. Il big man originario dello Utah è dotato di movimenti basici ma dalla precisione chirurgica spalle a canestro. Il suo difetto è nella lentezza, che compensa però con un la capacità di torreggiare sugli avversari.
Ha inoltre un tiro da fuori discretamente affidabile, anche se quella è materia che lascia più spesso ai compagni. Uno su tutti Kur Teng, che non disdegna di attaccare il ferro ma che soprattutto porta in dote una conclusione fluida, che spesso va a bersaglio anche quando è sbilanciato.
La batteria dei cecchini di Michigan State conta tra le sue fila anche Jordan Scott. Guardia/ala di due metri, accompagna la precisione da fuori con delle eccellenti qualità come rimbalzista.
Carson Cooper, homeboy di Jackson, MI, è invece il complemento di Kohler. Più filiforme, ha mani rapide con cui intercetta i palloni avversari e sotto le plance è guizzante, al punto da giocare facilmente d’anticipo sui dirimpettai.
A controllare l’armonia del gioco è Jeremy Fears. La sua ampia falcata gli permette di mangiarsi rapidamente il campo per ribaltare l’azione, e di norma servire assist ai compagni. In più, pur essendo fisicamente un normotipo, non ha paura a buttarsi nella mischia per un arresto-e-tiro.
Altra presenza rilevante è Coen Carr. Il suo primo passo, unito al fisico compatto e alla perfetta lettura dei tempi con cui tagliare in area, lo rendono un’arma letale per farsi largo nel traffico del pitturato.
Cam Ward è invece un’ala atletica che sa farsi valere sia fronte che spalle a canestro. La sua presenza è utile per sparigliare le carte, compito che condivide con il transfer Trey Fort.
Proveniente da Samford, Fort ha un crossover ubriacante e un ampio range di tiro. Ovvero ciò che lo rende un elemento in grado, come accennato, di modificare gli equilibri in atto nelle situazioni di stagnazione.
Transfer come lui è, infine, Divine Ugochukwu. Rispetto al compagno, il prospetto proveniente da Miami è meno pimpante dal palleggio, ma ha una visione di gioco decisamente più ampia, oltre che un tiro piazzato più morbido.
Tom Izzo, insomma, ha modulato una squadra con qualità diversificate. Il gioco interno e l’avvicinamento a canestro resteranno comunque, per così dire, il core, ma con licenza di colpire da fuori nel caso gli spazi in area siano intasati. La March Madness, in fondo, si può vincere anche così.


![2/17/14 12:53:45 PM -- Lansing, MI -- Michigan State Spartans men's basketball head coach Tom Izzo in the Breslin Center in East Lansing, Michigan. Photo by Adam R Bird for USA WEEKEND FOR FIRST USE ONLY WITH USA WEEKEND COVER STORY RUNNING MARCH 16, 2014. FOR ANY OTHER PRIOR USE PLEASE ASK DAVID BARATZ EXT. 4508. ORG XMIT: AB 130688 USAW - March Mad 02/17/2014 [Via MerlinFTP Drop]](http://www.nbapassion.com/wp-content/uploads/2016/08/Tom-Izzo-Agent-300x200.jpg)







