Se non lo vedi, è perché non lo vuoi vedere. L’intera organizzazione della NBA ribadisce ancora una volta una determinata presa di posizione. Nessuno intende andare oltre. Lo spettacolo va avanti, come insegna la legge fondamentale dell’intrattenimento. Le gare della notte non vengono sospese, seppur il sospetto fosse reale. Ma la scena è già vissuta prima. Una dimostrazione collettiva del potere che atleti, allenatori e l’intero panorama intende sfruttare per manifestare vergogna e delusione. Gli avvenimenti di Capitol Hill hanno destato indignazione e sconforto, ma hanno anche fatto emergere sconcertanti verità. In pochissime ore, tutto ciò che la NBA aveva eretto in maniera esemplare con le proprie iniziative, accusa il manifestarsi di qualche crepa.
A Kenosha in Wisconsin, nella giornata di martedì il Distretto ha annunciato la mancata punizione dell’ufficiale di polizia che ha colpito sette volte alla schiena Jacob Blake. In seguito, un gruppo di manifestanti repubblicani prende d’assalto Capitol Hill, sede del Congresso americano. Le scene girate fanno sorgere un punto interrogativo enorme. Nelle dichiarazioni si legge sfiducia e rassegnazione, ma prevale la forza nell’esternare il disarmante stato attuale della società. La generazione attuale di giocatori in NBA è una delle più volitive e convinte. Dove prevale un cartello con la scritta “lavori in corso” assai arrugginito a causa del tempo, la guida del progetto per il cambiamento è stata presa in mano da coraggiosi e virtuosi uomini. In precedenza, e al termine delle gare disputate, ognuno ha prepotentemente cercato di mettersi in prima fila. Un vortice di reazioni differenti nella retorica, ma unanime e concordi nel messaggio.
Il tuono della NBA dopo Capitol Hill
In ogni affermazione, l’utilizzo della prima persona plurale simboleggia l’appartenenza a una comunità ferita. Il mondo dello sport si vede ripercuotere il richiamo a farsi precursore per affrontare tematiche sociali. E la NBA risponde presente. Il processo strategico è alquanto complicato da attuare, soprattutto dal punto di vista pratico. Per il momento, si trasmette un pensiero comune al fine di sensibilizzare il vasto pubblico. Quella sconcertante verità che viene a galla è il principale oggetto di discussione. Una società divisa, come non mai.
Doc Rivers, allenatore dei Philadelphia 76ers, nella passata stagione era stato portato alle lacrime dopo l’attacco a Jacob Blake. A distanza di allora, il significato delle sue parole continua a echeggiare fortemente. “La Democrazia prevarrà. Dirò una cosa che in pochi vogliono sentirsi dire. Immaginate se tutte quelle persone che hanno preso d’assalto la capitale fossero state afroamericani. È un’immagine che vale più di mille parole. Un triste giorno per il nostro paese. Ma è parte di ciò che siamo e di ciò che dobbiamo risolvere.” .
Tra le gare maggiormente a rischio di non essere disputate vi è quella tra i Miami Heat e i Boston Celtics. Come riportato da Tim Bontemps di ESPN, prima della palla a due entrambe le squadre si sono riunite in un unico spogliatoio. La dichiarazione univoca che ne è scaturita proviene da un singolo gruppo formato da entrambe le fazioni. “Il 2021 è un nuovo anno, ma alcune cose non sono cambiate. Abbiamo deciso di giocare per cercare di portare gioia nella vita delle persone. Ma non dobbiamo dimenticare le ingiustizie nella nostra società. Continueremo a far sentire la nostra voce per rendere noti questi fatti, e lavoreremo per portare equità nel nostro paese.” Ed il simbolico messaggio Black Lives Matter, diventa Black Lives Still Matter.
Dai Bucks alla gara Warriors-Clippers
A Miami, le due squadre decidono di inginocchiarsi durante il suono dell’inno nazionale. La stessa scelta verrà poi intrapresa in altre arene. La denuncia più dirompente risuona nella parola privilegio. Un fattore che innesca una differenza di trattamento nella gestione di simili manifestazioni di protesta. Le marce dei cittadini afroamericani per il movimento Black Lives Matter venivano sempre inquadrate come una minaccia. Mentre ora, un gruppo di rivoltanti che irrompe nel palazzo più importante del paese, e viene disperso in maniera pacifica. Il grido di allarme passa anche da Milwaukee. La franchigia era stata la prima a protestare durante la caotica estate nella bolla di Orlando. Dopo il tip-off con i Detroit Pistons, i giocatori si inginocchiano. L’intenzione è quella di restare per sette secondi, come i sette colpi che hanno colpito Jacob Blake.
Al termine, l’MVP Giannis Antetokounmpo esprime le sue preoccupazioni. “Tuttora e fin quando finirò di giocare a basket, mio figlio crescerà qui in America. Mio figlio è di colore, e non posso sopportare il pensiero che gli possa succedere ciò che si vede in televisione. Io, e la squadra, ci batteremo per il cambiamento.” Ogni strada porta a Capitol Hill, e si percorre l’intero Stato sino a San Francisco. Il nuovo Chase Center è già parte della storia, e non solamente per i 62 punti di Stephen Curry. Steve Kerr parla di un mancato trionfo da parte della verità. “Milioni di persone mettono in discussione una elezione legittima. Perché troppo spesso abbiamo permesso di raccontare falsità. Ora raccogliamo ciò che seminiamo.”
Dall’altro lato, Paul George riferisce a Marc J. Spears che non si sarebbe opposto ad una decisione della lega di sospendere le gare in programma. “Non mi sorprende quanto accaduto. Tutto quello che come organizzazione abbiamo fatto finora è incredibile. Ma in realtà, non sai quanto è realmente efficace, perché tutto ciò è andato avanti per centinaia di anni. Però in qualche modo dovevamo iniziare.” Sentimenti discordanti per i giocatori NBA che da un pomeriggio a Capitol Hill vedono franarsi il mondo su di sé.
Draymond Green la voce della verità
In maniera ruvida, grezza, ma mai così concisa e specchiante della situazione, Draymond Green è la voce della verità. Non intende nascondersi, e con qualche rafforzativo incrementa la sua tesi. “Quanto successo a Kenosha e a Capitol Hill, in meno di 24 ore, è uno schiaffo in faccia ad ogni persona di colore. E non chiamante queste persone manifestanti, perché non è ciò che sono. Non descrivete allo stesso modo questi individui con persone che marciano pacificamente per la giustizia e la pace. Questo è un attacco terroristico. È irrispettoso e vergognoso. Loro (i cittadini bianchi, ndr) vogliono mostrarti che hanno il potere nelle loro mani, e che non puoi fare nulla per cambiare le cose. Questo è ciò che questo paese è, ciò che è stato e, dal mio punto di vista, ciò che resterà.”
Dalla California all’Arizona, i Phoenix Suns e i Toronto Raptors si uniscono in cerchio prima di iniziare la gara. Questa volta non optano per inginocchiarsi durante l’inno, ma dimostrare come in queste circostanze la divisa da indossare sia la stessa per tutti. Di questo ha parlato Chris Paul, presidente dell’Associazione Giocatori. “Noi siamo fortunati e privilegiati a poter giocare a pallacanestro. Ma l’importanza di questi fatti non è paragonabile con il gioco. È triste che queste cose continuino a succedere. E non siamo insensibili, abbiamo delle emozioni scatenanti. Perciò ne abbiamo discusso e ogni squadra ha deciso di esprimere il suo messaggio.”
Infine, Jaylen Brown, un uomo che dopo la morte di George Floyd partì in direzione di Atlanta per scendere in marcia. “Mi viene in mente ciò che diceva Martin Luther King. Siamo parte di un’America divisa in due. In una vieni ucciso perché sei costretto a dormire in macchina o vendi sigarette. Nell’altra puoi invadere Capitol Hill e non vedere arresti di massa, utilizzo di gas lacrimogeni per sedare l’azione. Credo sia ovvio: è il 2021, ma nulla è cambiato. Noi terremo viva ogni conversazione per spingere verso una positiva rivoluzione sociale.”
La voce di chi non ha voce
In una stessa corrente di pensiero albergano emozioni logoranti. Il lavoro svolto sinora è degno di essere rimarcato perché ha modificato il corso degli eventi in America. E la lega ha avuto un ruolo inestimabile. Per giocatori e allenatori, quello che è avvenuto a Capitol Hill dimostra che la strada è ancora assai lunga. Ma sussiste una forte consapevolezza che la comunione degli sforzi sia il mezzo più adeguato. Ogni voce riportata è solo una esigua parte di coloro che hanno intenzionalmente presenziato davanti ai media per esprimere il loro stato d’animo. Ed è proprio questo metaforico e generalmente accolto richiamo alle armi che dona speranza. L’arma in questione è la parola, l’educazione. Malcolm Brogdon ha invocato un esame di coscienza da parte di ogni cittadino americano.
La notizia di Capitol Hill non ha lasciato indifferente il mondo. Perciò, un attivista come la NBA ha accolto un ennesimo guanto di sfida per crescere e sviluppare come promotore di messaggi etici e sociali che di pari passo vengono affiancati alla pratica sportiva. L’impatto sulle coscienze dei cittadini ha già registrato un enorme risultato lo scorso 3 novembre. Ora, viene assorbito un ennesimo pugno nello stomaco. Il dolore viene immagazzinato. L’impatto degli atleti si misura anche per il lascito che generano nella comunità, e non si misura solo in premi individuali, anelli o record. Tutto questo vale molto di più, e ha creato un sano sistema di concorrenza dove ognuno contribuisce a creare valore congiuntamente con i compagni. Non è chiaro quale sarà il seguito di questi accadimenti. Ma lo è in maniera indissolubile la potenza della NBA e la sua abilità nel reagire e fare parte di qualcosa di straordinariamente utile.

