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Kemba Walker, chiamatelo ‘The Man On An Island’

Kemba Walker è un grande giocatore e noi spesso lo dimentichiamo, forse perchè gioca in un contesto che non lo valorizza, ma che lo isola

Nessun uomo è un’isola completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto.

Così si esprimeva, tra XVI e XVII secolo, il letterato inglese John Donne. In questa citazione, in seguito diventata celeberrima, dovrebbe potersi riconoscere ogni praticante dello sport pallacanestro, in quanto gioco di squadra. Invece c’è una star della NBA che noi spesso dimentichiamo essere tale proprio perché, lui sì, è un’isola, un’isola decisamente lontana dal continente e quasi dimenticata, nonostante l’infinita bellezza che riluce agli occhi di ogni vero appassionato. La nostra isola si chiama Kemba Walker e il continente da cui tanto si distanzia è quello degli Charlotte Hornets, una franchigia che ci sta impedendo di ricordarci quanto forte e quanto maestoso sia un giocatore di talento immenso, prossimo a raggiungere il proprio apice. Il meglio sta per arrivare, ma siamo sicuri che Charlotte sia il posto giusto per provare a esprimerlo? Andiamo con calma, partendo dal presente, per provare a disegnare il futuro prossimo di Kemba e a dare risposta a un quesito tanto spinoso.

Kemba Walker Kemba Walker-Evans
Kemba Walker, un talento sottovalutato perché isolato, come salvarlo?

KEMBA WALKER 2018/2019: PARTIRE FORTE

Kemba Walker, nelle prime nove uscite stagionali, segna 29.1 punti di media, tanto per mettere in chiaro di che tipo di giocatore stiamo parlando. Un altro dato: ci sono altri quattro giocatori che viaggiano in doppia cifra di punti nel roster degli Hornets, Malik Monk, Jeremy Lamb, Nicolas Batum e Tony Parker; fatta eccezione per il primo (13.3 punti), nessuno degli altri supera gli 11 di media, cerando una distanza abissale rispetto alla punta di diamante del roster. Il record può essere comunque costituito dal 50% di vittorie (4-4) grazie alla modestia della Eastern Conference, ma la mancanza di un secondo violino di livello, che renda davvero competitiva la squadra, spegne la fama del luminoso talento di Kemba. E allora, per rammentarcelo come si deve, vediamo le chiavi del suo dominio in questo inizio di stagione.

Walker sta realizzando come mai prima d’ora e lo può fare anche grazie al continuo miglioramento nel tiro perimetrale: la sua annata è iniziata con un ottimo 40% da dietro l’arco dei tre punti, momentaneo apice di una crescita che lo vedeva partire, nell’anno da matricola, da un modesto 30.5% con appena 3.4 tentativi a partita. Ora, quei tentativi sono 10.6 e costituiscono quasi la metà dei tiri totali in ogni singola partita (21.2). E’ frutto di un lavoro insistito e meticoloso che ha fruttato anche dalla lunetta: dal 78% della prima stagione, Kemba è diventato un tiratore stabilmente intorno all’86%, una macchina, grazie all’affinamento della propria meccanica di tiro e della fluidità del movimento. Ancora, la capacità di gestire oculatamente il pallone dimostra che la soglia di attenzione e concentrazione è in costante divenire. I 6 assist di media non saranno eclatanti per il ruolo, ma al momento sono il suo massimo in carriera, così come sono invece al minimo le palle perse, appena 1.9, una minuzia per un giocatore che gestisce un simile numero di possessi. Quella che non è mai stata in discussione è la straordinaria abilità di andare al ferro. Se il palleggio arresto e tiro dalla media distanza, anche nel suo caso, è ridotto al minimo, il 48.4% delle sue conclusioni arriva da una distanza inferiore ai 2.5 metri dal canestro, permettendo anche a Kemba di guadagnare oltre 6 liberi a partita. Una macchina da punti sempre più completa insomma.

Le scorribande individuali di Walker sono fondamentali nell’attacco degli Hornets.

Un talento isolato, si diceva. Le cifre di cui sopra sono perlopiù il risultato delle giocate individuali che del gioco di squadra degli Hornets. Forse per incapacità dei compagni di essere all’altezza, forse per mancanza di voglia nel farsi aiutare o, più probabilmente, per entrambi i fattori. Basti pensare che il 68.2% dei canestri di Kemba Walker arriva senza un assist, e la percentuale si alza oltre l’80% nel caso del tiro da due punti, non scendendo mai sotto il 50% comunque nel caso del tiro da tre. Inoltre, quasi il 38% delle conclusioni tentate dalla point guard di Charlotte arriva dopo 7 o più palleggi, un’infinità. Una serie di numeri che palesa il fatto che Walker sia propenso a costruire prima di tutto per se stesso, ma che deriva anche dalla mancanza di una spalla che possa sobbarcarsi la responsabilità dell’attacco; cifre in sostanza inevitabili, date dal giocatore, ma anche dal contesto.

SAVE THE SOLDIER KEMBA WALKER

Per salvare un talento tanto cristallino, ormai la soluzione pare soltanto una: cambiare aria alla prossima free agency. Charlotte è una di quelle franchigie che sta nel limbo, troppo forte per perdere spesso ma troppo debole per fare strada in postseason. L’ambiente ideale sarebbe una squadra costruita intorno al talento del Bronx, affiancandogli un supporting cast di alto livello. Ma questa rimane tuttavia ipotesi difficile e forse, per vincere, Walker deve accettare di adattarsi a una squadra già dotata di un leader che sia stella di valore assoluto. Ne è capace? Solo l’esperienza può dircelo, ma l’ampliamento del repertorio parla a suo favore, e a nessuno dispiacerebbe una stella tanto luminosa come secondo violino di un team da titolo. Non ce ne vogliano i tifosi degli Hornets, ma per il piacere degli appassionati e, soprattutto, per il bene tecnico di se stesso, Kemba Walker deve cambiare. Non vogliamo più immaginarlo come un’isola dispersa nell’oceano, ma come una parte importante di quel bellissimo continente, quello delle stelle NBA.

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