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Three Points – Raptors e Bucks terrorizzano l’oriente

Raptors e Bucks (come gli Warriors) sono partiti alla grande, mentre i Cavs hanno dato il benservito a Tyronn Lue

Arrivati ad Halloween, la stagione NBA ha già emesso i primi verdetti. Alcune squadre si sono rese conto di aver fatto male i propri conti (gli Houston Rockets, ad esempio, di cui probabilmente riparleremo), altre si ritrovano inaspettatamente in una zona della classifica teoricamente fuori portata (salite sul carro dei Sacramento Kings, finchè siete in tempo!). L’ultima settimana è stata quella dell’indimenticabile prestazione da 50 punti di Derrick Rose. Non dedicheremo uno dei ‘Three Points’ all’MVP della stagione 2010/11, perché la sensazione (e la speranza) è che questo non sia il canto del cigno, bensì un nuovo inizio. A conquistare la copertina di questa nuova edizione sono invece Toronto Raptors e Milwaukee Bucks, le grandi protagoniste di questo avvio di 2018/19.

 

1 – Raptors e Bucks terrorizzano l’oriente

Kawhi Leonard e Giannis Antetokounmpo, le star di Raptors e Bucks
Kawhi Leonard e Giannis Antetokounmpo, le star di Raptors e Bucks

Altro che streghe e fantasmi: a spaventare la Eastern Conference sono due squadre giovani e affamate. Alla vigilia della nuova stagione, in molti vedevano Boston Celtics e Philadelphia 76ers come indiscusse favorite per occupare il posto alle Finals lasciato (presumibilmente) libero dai Cleveland Cavaliers. Dal polverone di questo avvio di regular season, però, ad emergere con prepotenza sono innanzitutto Toronto Raptors e Milwaukee Bucks. Sei vittorie a testa per iniziare la stagione, poi lo scontro diretto (giocato però senza le due star Kawhi Leonard e Giannis Antetokounmpo) che ha premiato i Bucks. I Raptors si sono subito ripresi, distruggendo i Sixers alla Scotiabank Arena (il fu Air Canada Centre). Milwaukee è stata frenata solo dai Celtics, nella tiratissima sfida del TD Garden.
Le due franchigie stanno seguendo un percorso per certi versi parallelo. Entrambe arrivano da una stagione che ha rischiato di ridimensionarne le ambizioni. Toronto, dopo aver ottenuto il miglior record a Est, si era infranta contro il solito scoglio rappresentato da LeBron James e dai suoi Cavs. Milwaukee si era dovuta arrendere al primo turno ai Boston Celtics, pur privi di Kyrie Irving e Gordon Hayward. Per Raptors e Bucks si faceva sempre più forte la sensazione che più in là di così non si potesse arrivare. Era dunque indispensabile un cambiamento, e in estate, puntualmente, è arrivato.

I Raptors hanno compiuto la scelta più drastica: sacrificare il loro uomo-franchigia, DeMar DeRozan, per andare all-in sull’ultimo anno di contratto di Kawhi Leonard, in rottura con la dirigenza dei San Antonio Spurs. A coloro che dubitavano della sua dedizione, con il pensiero già rivolto a un ipotetico futuro gialloviola (ma perché?), ‘The Claw’ ha risposto con un avvio di stagione da MVP; 27.3 punti e 7.8 rimbalzi di media, giocando oltre 34 minuti a gara e imponendosi da subito come indiscusso punto di riferimento su entrambe le metà campo. Intorno a lui c’è gruppo solido e collaudato, ma organizzato in modo profondamente diverso rispetto alle ultime stagioni. Oltre a Leonard, le principali novità in casa Raptors si chiamano Danny Green e Nick Nurse. L’ex veterano degli Spurs sta dando un contributo incalcolabile al gioco della squadra, sia con la sua aggressività difensiva che con la sua affidabilità nel tiro da tre punti, che lo rende il destinatario prediletto per gli scarichi dei compagni. Il nuovo allenatore sta continuando l’opera di rinnovamento del gioco già avviata, da assistente di Dwane Casey, nella passata stagione. Ritmo più alto, transizione più rapida (grazie anche ai fulminei recuperi di Leonard e compagni) e maggiore utilizzo del tiro da tre punti sono ormai un mantra per la maggior parte delle franchigie, ma farlo riuscendo a sfruttare al massimo le caratteristiche di ogni singolo giocatore, innalzandone esponenzialmente il coinvolgimento, è una qualità che hanno in pochi. La cura-Nurse sta regalando una seconda giovinezza a Serge Ibaka e Jonas Valanciunas, chiamati spesso a darsi il cambio nel ruolo di ‘centro’, e sta permettendo a Kyle Lowry di ricordare a tutti che la sua carriera è ancora lunga, e che il leader carismatico è sempre lui. In più, il gioco dinamico e variegato dei Raptors fa sembrare ‘gregari’ come Pascal Siakam e O.G. Anunoby delle vere e proprie superstar. Toronto ha una difesa tra le migliori della lega e un attacco dalle molteplici sfumature, e ad elevare al massimo splendore le due fasi di gioco c’è un potenziale MVP come Leonard. Sicuri che i giochi siano già decisi?

Anche a Milwaukee c’è aria nuova. Il roster dei Bucks è pressoché invariato rispetto allo scorso anno; lasciato andare Jabari Parker, la cui ascesa è stata frenata dai ripetuti infortuni, sono arrivati Brook Lopez, Ersan Ilyasova (già a Milwaukee dal 2009 al 2015) e il rookie Donte DiVincenzo, miglior giocatore dell’ultima finale NCAA con Villanova. Come nel caso dei Raptors, il maggiore cambiamento è avvenuto in panchina, con l’insediamento del ‘guru’ Mike Budenholzer. ‘Coach Bud’ ha trasferito nel Wisconsin la filosofia che aveva portato i suoi Atlanta Hawks a recitare per anni un ruolo da protagonisti nella Eastern Conference. Il concetto è molto simile a quello espresso da Toronto; ritmo alto (garantito anche da un’eccellente organizzazione difensiva), ampie spaziature e maggiore affidamento sul tiro da tre punti, cercando di incanalare al meglio le peculiarità dei singoli. A differenza di quegli Hawks, la nuova squadra di Budenholzer può vantare una superstar di primissima fascia: quel Giannis Antetokounmpo che, insieme a Kawhi Leonard, ha già avanzato la prima candidatura al titolo di MVP. La partita contro i Raptors, però, ha mostrato che i Bucks (più che i loro avversari diretti) valgono molto anche senza la loro stella. Khris Middleton si sta imponendo come ‘secondo violino’, terrorizzando (per restare in tema Halloween) le difese avversarie con la sua pericolosità dall’arco. La pallacanestro ‘inclusiva’ del nuovo coach sta facendo finalmente coesistere Malcolm Brogdon ed Eric Bledsoe, e il ritmo elevato esalta l’atletismo di giocatori apparentemente ‘arenati’ come John Henson e Thon Maker. Se Milwaukee dovesse riuscire a mantenere questi standard per tutta la stagione e a reagire alle prime difficoltà (forse il passo più difficile), ai playoff potrebbe tornare di moda il vecchio motto: “Fear The Deer”.

 

2 – Goodbye Ty

Tyronn Lue è stato sollevato dall'incarico di capo-allenatore dei Cleveland Cavaliers
Tyronn Lue è stato sollevato dall’incarico di capo-allenatore dei Cleveland Cavaliers

Durante lo scorso weekend è saltata la prima panchina NBA, e non una panchina qualsiasi. A lasciare il proprio posto è stato Tyronn Lue, l’allenatore di quei Cleveland Cavaliers che, nel 2016, conquistarono il primo titolo nella storia della franchigia. Per Lue è stato fatale il pessimo inizio dei nuovi Cavs, sconfitti sei volte in altrettante apparizioni stagionali. In questo primo scampolo di 2018/19, la squadra ha messo in luce gli stessi difetti mostrati in passato (uno su tutti la totale assenza di applicazione difensiva). Solo che, adesso, non c’è più LeBron James a coprire ogni lacuna. Oltretutto, si è presto creata una spaccatura tra i veterani (tra cui J.R. Smith, che nelle ultime ore ha chiesto di essere ceduto) e il nucleo giovane, a darsi battaglia (più a parole, che sul campo) per avere più minuti a disposizione. Ecco dunque che le speranze di rimanere in orbita playoff anche dopo l’addio del Re si fanno sempre più flebili. Tutto ciò nonostante il roster sia pressoché identico a quello che, non più tardi di cinque mesi fa, aveva raggiunto la quarta finale NBA consecutiva.

Il clamoroso tonfo dei Cavs evidenzia certamente il tipo di impatto che King James può avere su una franchigia, ma allo stesso tempo mette a nudo la totale inadeguatezza della dirigenza. Affidarsi ciecamente alle sapienti mani e alle larghe spalle del più grande cestista vivente è una tentazione forse irresistibile, ma non si può negare che, da quando LeBron è apparso nei radar NBA, l’intero progetto cestistico di Cleveland sia dipeso esclusivamente dalle sue ‘lune’. Dalla vergognosa stagione 2002/03, vissuta tra una sconfitta e l’altra in attesa di abbracciare il ‘figliol prodigo’, alle Finals più squilibrate della storia, vinte ‘passeggiando’ dagli Spurs nel 2007. Con un talento del genere a disposizione, non riuscire a costruire una squadra se non da titolo, almeno competitiva intorno a lui è stata una vera impresa. Quando James decise di “portare i suoi talenti a South Beach” per poter finalmente provare a vincere, la contromossa del proprietario Dan Gilbert fu insultarlo pubblicamente, quella dei tifosi fu bruciare le sue maglie in piazza e quella della dirigenza fu… tornare a fare schifo, aspettando di pescare al draft il nuovo Messia. Inizialmente il ‘progetto’ sembrò funzionare, con l’arrivo di Kyrie Irving. Poi, però, arrivarono i Dion Waiters, gli Andrew Bynum e gli Anthony Bennett. Il rischio di rimanere nell’eterna mediocrità (come hanno fatto Orlando e Sacramento, ad esempio) era sempre più forte, ma ecco che, una sera di luglio del 2014, al Grande Rinnegato venne un’improvvisa nostalgia di casa.

Eccolo, dunque, il ‘progetto’ Cavs. Se la prima era-LeBron era stata una vera e propria corsa sulle montagne russe, il ritorno del Re diede inizio a qualcosa di ancora più delirante; le Finals perse senza Irving e Kevin Love, l’improvviso licenziamento di David Blatt, l’epico trionfo contro la più grande squadra di sempre, i folli rinnovi contrattuali dei veterani, la schiacciante vendetta degli Warriors, l’addio di Irving, la clamorosa rivoluzione dello scorso febbraio e l’umiliante ‘cappotto’ delle ultime Finals. Tutto ciò è stato ottenuto principalmente per merito e per colpa di LeBron James. Dietro di lui, più a livello societario che tecnico, il nulla.

In questa furiosa mareggiata, Tyronn Lue è stato sballottato tra le onde. Piazzato in panchina (al posto di Blatt, di cui era assistente) su ‘caldo suggerimento’ di LBJ, ha scritto il suo nome nella pagina di storia rappresentata da quel titolo 2016. Poi è diventato di colpo il principale colpevole della discontinuità della squadra, perennemente accompagnato dalla definizione di ‘fantoccio’ del vero allenatore e general manager dei Cavs, quello con la maglia numero 23. In poco più di due anni la pressione ha finito per schiacciarlo, tanto che ora, finita la tempesta, difficilmente lo rivedremo su una panchina NBA.
E’ vero, Lue avrà commesso qualche errore tattico, schierando giocatori fuori ruolo o insistendo inutilmente sugli elementi sbagliati, ma senza una struttura degna alle spalle, fare molto meglio sarebbe stato difficile per chiunque. Auguri, dunque, al suo successore. Chissà che, in caso di ulteriori fallimenti, qualcuno non si accorga che il problema sta alla radice…

 

3 – Fuochi sulla Baia

Kevin Durant e Stephen Curry osservano Klay Thompson, autore di 14 triple segnate (record NBA) contro Chicago
Kevin Durant e Stephen Curry osservano Klay Thompson, autore di 14 triple segnate (record NBA) contro Chicago

Se i Cavs sono un ottimo esempio di franchigia mal gestita, i Golden State Warriors dell’ultimo decennio si sono invece affermati come eccellenza assoluta nel settore. Reduci da quattro anni costellati da record e trionfi, gli uomini di Steve Kerr si presentavano a questo 2018/19 con tante certezze, ma anche con i dubbi legati alla mancanza di nuovi stimoli e all’imminente scadenza di alcuni contratti importanti.
Il modo migliore per scacciare qualsiasi ‘corvo’ dalla fattoria era iniziare a giocare. Dopo due vittorie sofferte contro Thunder e Jazz e la sconfitta all’ultimo possesso contro i Nuggets, lo squadrone della Baia ha sprigionato tutta la sua potenza distruttiva. Prima un’ottima prestazione corale per infliggere 20 punti di scarto ai giovani Suns, poi una serie di esplosioni individuali che potrebbe fungere da propellente per le settimane a venire.

Il primo a salire sul palco è stato il capitano Stephen Curry, che contro Washington ha sfoderato una performance da 51 punti (di cui 23 nella sola prima frazione), con 11/16 dalla lunga distanza, in tre quarti di gioco. Kevin Durant, che nella sfida con i Wizards aveva dovuto ‘accontentarsi’ di 30 punti (in 31 minuti), ha preso il testimone nella prestigiosa cornice del Madison Square Garden, mettendo a nanna i Knicks con una sfuriata da 41 punti, 25 dei quali nel decisivo quarto periodo. Per chiudere degnamente il weekend newyorchese, Steph e KD si sono esibiti in un duetto da 35 e 34 punti contro i pur volenterosi Brooklyn Nets. All’appello mancava Klay Thompson, protagonista di un avvio di stagione molto incerto a livello realizzativo e statistico. Poco male, bastava attendere la partita di Chicago. Contro i Bulls, Thompson ha scatenato la raffica finale di fuochi artificiali; 52 punti in meno di 27 minuti e, soprattutto, 14 triple a bersaglio, infrangendo il record precedentemente stabilito da… Steph Curry, ovviamente.

Il fatto che il numero 30 sia stato il primo a incoraggiare e festeggiare l’impresa del compagno la dice lunga sul clima che si è venuto a creare nella Bay Area. Certo, davanti alle telecamere sono tutti felici e contenti. Però, vedendo giocare gli Warriors in questi anni trionfali, traspare davvero l’idea che l’armonia del collettivo venga prima di qualsiasi ambizione individuale. Se così non fosse, giocatori come Durant e Thompson sarebbero già da qualche altra parte a correre per l’MVP. La notizia meno positiva, per Golden State, è che la stagione è appena all’inizio. Da qui al pronosticabile ritorno alle Finals c’è una strada tortuosa e ricca di insidie, sia esterne (Raptors e Bucks sono le prime a palesarsi) che, soprattutto, interne (l’inserimento di DeMarcus Cousins nel perfetto sistema di Kerr). Per quanto tempo il cielo resterà così sereno, sulla Baia?

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