Three Points – Salvate il soldato Walker

Three Points – Salvate il soldato Walker

Settimana di festeggiamenti negli Stati Uniti, con il Giorno del Ringraziamento che, come da tradizione, è l’unico della regular season NBA senza partite. Sebbene si tratti di una festa ancor più sentita del Natale, per gli americani, non tutti arrivano al classico appuntamento con il tacchino ripieno con il morale alle stelle. Di certo non ci arriva Steve Kerr, visto che i suoi Golden State Warriors hanno perso sei delle ultime otto partite, di cui quattro consecutivamente (non accadeva dal 2013). Nemmeno a Philadelphia regna la totale serenità: i Sixers stanno finalmente convincendo, dopo un avvio difficile, ma l’infittirsi del mistero attorno a Markelle Fultz (nuovamente ai box per infortuni vari e, a quanto pare, desideroso di cambiare aria) sta creando una nube temporalesca che va spazzata via in fretta.
In occasione del Thanksgiving è tornato a casa anche LeBron James che, dopo aver abbattuto con 51 punti i suoi vecchi Miami Heat, ha guidato i Lakers alla vittoria anche contro i cari Cleveland Cavaliers. Il video-tributo con cui il Re è stato accolto dalla sua storica franchigia è – per distacco – il momento migliore del 2018/19 dei Cavs, ora alle prese anche con la richiesta di trade avanzata da J.R. Smith (e accolta con un “Oh, noooooooooo…” dalla dirigenza, si presume). Gli ultimi sette giorni hanno visto l’esplosione di Kemba Walker e quella dei Memphis Grizzlies, ma anche la (quasi) implosione degli Washington Wizards. Sono proprio loro i protagonisti della nuova edizione di ‘Three Points’!

 

1 – Salvate il soldato Walker

Per Kemba Walker un grande avvio di stagione, ma solo sul piano individuale

Per Kemba Walker un grande avvio di stagione, ma solo sul piano individuale

Al quarto posto della classifica dei migliori realizzatori stagionali, dietro ai soli Curry, Harden e James, c’è Kemba Walker, a 28.8 punti di media. Lo stesso Walker che, attualmente, guida la lega per triple tentate e realizzate. Nell’ultima settimana, il playmaker venuto dal Bronx si è reso protagonista di due performance memorabili: quella da 43 punti nella vittoria contro i Boston Celtics è stata la meno impressionante, visto che, qualche sera prima, ne aveva messi 60 (career high e primato stagionale NBA) nella sconfitta casalinga contro i Philadelphia 76ers. In precedenza erano arrivate anche una prestazione da 41 punti al debutto contro Milwaukee e due trasferte da 39 e 37 punti a Miami e Philadelphia. Con numeri del genere e un posto pressoché certo al prossimo All-Star Game (che si giocherà nella ‘sua’ Charlotte), Walker sarà indubbiamente la stella di una grande squadra… Ah, no?

No, perché gli Hornets hanno iniziato questo 2018/19 tenendo fede al principio che li ha contraddistinti per tutti e trenta gli anni della loro storia: la mediocrità. Sono stati capaci di battere i Celtics, è vero, ma anche di perdere contro i miserabili Cleveland Cavaliers del post-LeBron e i Chicago Bulls in crisi di risultati e di venire sconfitti tre volte su tre dai discontinui Sixers. Le grandi performance di Walker sono l’unica nota positiva di questo avvio di stagione. Gli altri giocatori in doppia cifra di media sono l’eterna promessa Jeremy Lamb (14.1) e il secondo anno Malik Monk (10.9) il quale, arrivato dal college con la fama di ‘cecchino’ (quasi il 40% da tre punti nel suo unico anno a Kentucky), sta tirando con un preoccupante 30% da oltre l’arco. L’altro giovane prospetto, Miles Bridges (7.7 a gara), è ancora in fase di ‘rodaggio’ dopo un’eccellente preseason.
Neanche a rimbalzo vanno fortissimo, questi Hornets: in un roster che brulica di lunghi, i migliori rimbalzisti sono Nicolas Batum e Michael Kidd-Gilchrist (giova ricordarlo: seconda scelta assoluta nel 2012, davanti a ai vari Lillard, Beal, Drummond e Draymond Green), entrambi sotto i 6 a partita. Restando in tema lunghi, Frank Kaminsky è praticamente sparito dalle rotazioni, mentre Willy Hernangomez, uno dei meno peggio su entrambe le metà campo, deve sudarsi non poco la quindicina di minuti scarsi in cui lo vediamo sul parquet. Nel frattempo, il ‘magico’ trio formato da Cody Zeller, Marvin Williams e Bismack Biyombo viaggia a statistiche inferiori, in termini di punti e rimbalzi, a quelle del solo Andre Drummond (19+12 contro 19.3+16). Particolare non trascurabile: i tre sono a libro paga per quasi 45 milioni di dollari, circa 20 in più di quelli percepiti dal centro dei Pistons. Per capire meglio la drammaticità della situazione, basti pensare che, in diverse occasioni, il miglior giocatore a disposizione di coach James Borrego (Walker a parte) è stato il trentaseienne Tony Parker

La Charlotte targata Michael Jordan (che, da proprietario, non ha propriamente eguagliato il successo raggiunto da giocatore) è intrappolata in un limbo senza fine. Va bene, i tempi (molto) bui dei Bobcats sono lontani, ma i risultati parlano chiaro: due partecipazioni ai playoff dal ritorno al vecchio nome (2014), entrambe finite mestamente al primo turno. E anche per il 2018/19, l’obiettivo massimo raggiungibile sembra lo stesso, dannato primo turno. Il problema è che questo doveva per forza essere l’anno della svolta, perché la prossima estate Walker, leader all-time di franchigia per punti realizzati, sarà free-agent. E raramente il termine free è stato più appropriato. A questo punto della sua carriera, la curiosità di vedere Kemba in un contesto vincente è sempre più forte. Quasi certamente non avrebbe le stesse cifre giocando di fianco ad altre star, ma finalmente avrebbe la possibilità di competere per qualcosa. Un po’ come gli era successo ai tempi di UConn, quando aveva trascinato (da Most Outsanding Player) gli Huskies ad uno storico titolo NCAA. Forse, rinunciare a qualche punto di media potrebbe essere più che sopportabile. Qualcuno gli dia una possibilità; salvate il soldato Walker!

 

2 – Wizards, la magia è finita

John Wall e Bradley Beal sembrano destinati a separarsi presto

John Wall e Bradley Beal sembrano destinati a separarsi presto

La sintesi perfetta della situazione attuale degli Washington Wizards l’ha fatta Marco Crespi, commentando per Sky Sport la partita contro Dallas: “Gli Wizards hanno tutto, ma gli manca la squadra”. Effettivamente, sulla carta, il roster a disposizione di Scott Brooks ha poco da invidiare a quello delle big della Eastern Conference. Un backcourt formato da due All-Star con oltre 21 punti a sera in faretra, oltretutto potenzialmente complementari nel modo di giocare: John Wall è uno dei playmaker più esplosivi della lega, capace di seminare il panico in penetrazione, Bradley Beal un realizzatore puro e uno dei migliori esponenti al mondo del concetto di ‘movimento senza palla’. Un reparto ali piuttosto profondo e impreziosito da due titolari giovani e affidabili come Otto Porter e Markieff Morris e una panchina decisamente più lunga rispetto al passato recente. Eppure, Washington lambisce al decimo posto nella confusionaria Eastern Conference di inizio stagione. Un piazzamento straordinario, considerando le sette sconfitte subite nelle prime otto partite. Nella capitale, questo 2018/19 si sta rapidamente trasformando in uno psicodramma. Una franchigia che, solamente due anni fa, sembrava lanciata verso traguardi importanti, ora si trascina sanguinolenta verso l’inevitabile implosione. Com’è stato possibile tutto questo?

A quanto pare, molti pronostici non hanno tenuto conto di un fattore estremamente importante: quello umano. La NBA è popolata in gran parte da giovani dall’ego smisurato, che tra i principali obiettivi delle loro carriere hanno quello di dimostrare di valere più degli altri, che siano gli avversari o i compagni stessi. A Washington, questa caratteristica è particolarmente in risalto. Prendiamo Wall, come massimo esempio. Prima scelta assoluta al draft 2010 e indiscusso leader della squadra, sia tecnico che emotivo, nel 2017 era in piedi sul tavolo del referto, con il pubblico ai suoi piedi, dopo la gran tripla con cui aveva appena mandato a gara-7 la semifinale di Conference contro Boston. Un anno e mezzo dopo, è un corpo estraneo al resto della squadra. Tra le varie cause di questo repentino ‘distaccamento’ ci sarebbe, secondo alcuni insider locali, la presunta ‘gelosia’ di Wall nei confronti di Beal e Porter, i cui contratti sono stati estesi, nel recente passato, a cifre ben superiori a quanto percepito fino a quel momento dal numero 2. Quelle che potrebbero semplicemente essere futili illazioni trovano però conferma guardando giocare gli Wizards. Come giustamente sottolineato da Crespi, gli elementi di punta sembrano giocare più per mettersi in mostra, per ‘dividersi equamente la torta’, che per portare la squadra in una certa direzione. Questa tendenza appare ancora più evidente sul fronte difensivo; al momento, gli Wizards hanno il penultimo defensive rating della lega (davanti solo agli inarrivabili Cavs).

Nelle ultime due stagioni, il costante malcontento di Wall ha portato a parecchie tensioni interne; dapprima con lo stesso Beal (poi apparentemente risolte), poi con Marcin Gortat, ceduto senza troppe remore l’estate scorsa. Queste tensioni hanno raggiunto l’apice durante la scorsa settimana, con il “Vaff…” di masiniana memoria rivolto in allenamento all’indirizzo di Jeff Green e di coach Brooks e costato al giocatore una bella multa. Nel mentre, Beal esprimeva tutta la sua frustrazione per la situazione ormai compromessa davanti ai giornalisti. Il risultato di questa escalation è la decisione della dirigenza, carpita e diramata dai media, di mettere sul mercato tutti i membri del roster, inclusi Wall e Beal. Certo, privarsi di due All-Star (perché la sensazione è che partiranno entrambi) dev’essere doloroso, ma premere il tasto reset è assolutamente inevitabile per chiudere un ciclo che sembra ormai a fine corsa. Tra i due, Beal è quello con più mercato, viste le caratteristiche tecniche (datelo a LeBron o a Giannis, e vedrete cosa ne faranno) e, soprattutto, lo stipendio meno oneroso. Wall, infatti, è titolare di un faraonico contratto che, nel 2023, gli garantirà oltre 47 milioni di dollari. Eppure, una squadra giovane e con ampio spazio salariale (come Phoenix, ad esempio) potrebbe farci un pensiero, per cercare di dare una brusca accelerata alla ricostruzione. Sacrificando le due stelle, ma anche Otto Porter, su cui c’è da tempo l’interesse dei Brooklyn Nets (e di parecchie altre squadre), Washington potrebbe ottenere l’insieme di giovani talenti e scelte future necessario per dare inizio a una nuova era. D’altronde, ci sono alternative?

 

3 – Memphis??

Jaren Jackson Jr. (#13), Marc Gasol (#33) e Mike Conley (#11), uomini-copertina dei sorprendenti Memphis Grizzlies

Jaren Jackson Jr. (#13), Marc Gasol (#33) e Mike Conley (#11), uomini-copertina dei sorprendenti Memphis Grizzlies

E’vero che siamo ancora a novembre, ma… Memphis?? Memphis è al comando della Western Conference??
I Grizzlies sembravano (e forse sono ancora) destinati a una svolta generazionale, quella che avrebbe definitivamente fatto calare il sipario sull’era del ‘Grit-And-Grind’, invece eccoli a guardare dall’alto in basso Warriors, Rockets e Thunder. Probabilmente alla pausa per l’All-Star Game li troveremo in una posizione più modesta, ma nulla toglie che siano la sorpresa più grande di questa prima fetta di stagione.
La squadra di J.B. Bickerstaff si trova lassù soprattutto grazie a una grande difesa, la quarta migliore della lega per punti concessi. Per capire l’incredibile miglioramento, bisogna considerare che, nel 2017/18, la difesa di Memphis era la quarta peggiore della lega. La principale differenza, rispetto alla disastrosa stagione passata, è il recupero di Mike Conley. Lo storico ‘motore’ della squadra, fuori a lungo per una serie di problemi a un tallone, è tornato a fare la differenza su entrambi i lati del campo. Ad aiutarlo, l’ex Difensore dell’Anno Marc Gasol. L’anno scorso, la frustrazione per le continue sconfitte lo ha portato allo scontro frontale con coach David Fizdale, con il licenziamento di quest’ultimo caldeggiato proprio dal centro spagnolo. Tornati i risultati, sembra tornato anche il sereno.

Con la coppia Conley-Gasol in piena salute, era lecito aspettarsi che i Grizzlies avrebbero dato fastidio a chiunque, ma per arrivare in cima alla Conference, seppur a novembre, servivano aiuti. Quello più auspicabile è arrivato da Jaren Jackson Jr., quarta scelta assoluta allo scorso draft, lungo completo e dal futuro radioso. Quello più inaspettato da due ‘bastardi senza gloria’ in puro stile-Grizzlies: Garrett Temple e Shelvin Mack. Le loro storie sono simili a quelle di Alfonzo McKinnie e Allonzo Trier, che abbiamo raccontato qualche settimana fa.
Temple, undrafted nel 2009, ha trascorso due anni tra NBA (poca) e D-League (tantissima), prima di passare da Charlotte a… Casale Monferrato, dove ha giocato per la Junior Libertas di Marco Crespi. Il tempo di ‘conquistare’ una pesante retrocessione, ed eccolo rientrare negli States. Ancora D-League, poi l’occasione giusta con gli Washington Wizards. Negli ultimi anni, Temple è stato un discreto elemento da rotazione per Wizards e Kings, ma non si era mai avvicinato agli 11.5 punti e ai 32.2 minuti di media di questo 2018/19. Anche Mack, trentaquattresima scelta nel 2011, ha iniziato la carriera facendo la spola tra NBA e D-League. Poi ha intrapreso un vorticoso ‘tour’ che lo ha portato in cinque squadre diverse negli ultimi cinque anni. Solo nella parentesi con gli Utah Jazz ha dato un contributo paragonabile a quello attuale, che parla di 10.3 punti di media in 25.5 minuti.
Temple e Mack sono gli ultimi della lunga lista di ‘insospettabili’ che hanno mantenuto ‘vivi’ i Grizzlies negli ultimi anni. Altri, come JaMychal Green, Wayne Selden e MarShon Brooks (passato anche da Milano), sono ancora in trincea, a dare battaglia ogni sera alle star più blasonate. Chiaro, l’obiettivo massimo rimarrà il primo turno playoff, finchè Gasol e Conley non verranno scambiati. Anche perché Chandler Parsons, colui che nel 2016 era stato chiamato per far spiccare il volo alla franchigia, ha passato più tempo con i medici che con i compagni. Però questi Grizzlies stanno lanciando un messaggio forte e chiaro: la ricostruzione può aspettare.

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Rapito (come tanti in quegli anni) dai Bulls di MJ, perso e poi riconquistato dai Lakers del Three-Peat e dall'ascesa di D-Wade, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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