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Three Points – Trade Madness

Le follie della trade deadline stravolgono la NBA. Qualcuno potrebbe approfittarne

La regular season NBA è entrata nella sua fase più critica. Con la trade deadline che ha stravolto completamente gli scenari, l’imminente pausa per l’All Star Weekend (in programma dal 16 al 18 febbraio a Los Angeles) segnerà ufficialmente la fine del periodo di ‘rodaggio’ e l’inizio della corsa ai playoff (o alle migliori posizioni alla draft lottery, per alcune franchigie). Gli ultimi sette giorni hanno visto, purtroppo, nuovi ingressi in un’infermeria NBA sempre più affollata. Seth Curry, fermo da ottobre per un problema alla tibia, ha annunciato la necessità di un’operazione che costringerà i disastrati Dallas Mavericks a fare a meno di lui per il resto della stagione. “Out for the season” anche Kristaps Porzingis, ennesima vittima dell’inaudita ‘mattanza’ di All-Star di questo 2017/18. Al suo posto è stato selezionato Kemba Walker, alla seconda apparizione consecutiva. Dello sfortunatissimo gigante lettone parleremo in uno dei ‘Three Points’ di questa edizione. La nostra copertina è però dedicata, ovviamente, all’incredibile giornata della trade deadline… Si parte!

 

1 – Trade Madness

Derrick Rose, Dwyane Wade e Isaiah Thomas, 'epurati' dai Cavs alla trade deadline
Derrick Rose, Dwyane Wade e Isaiah Thomas, ‘epurati’ dai Cavs alla trade deadline

Che l’8 febbraio fosse una data da segnare sul calendario era certo, ma ciò che è successo tra le 18 e le 21 italiane, dopo giorni di calma apparente, è follia allo stato puro. Analizzare con dovizia di particolari tutte le operazioni della trade deadline 2018 richiederebbe più tempo e più spazio di quello a nostra disposizione in questa rubrica, per cui proveremo a riassumerne i fatti principali.

I protagonisti della giornata sono stati indubbiamente i Cleveland Cavaliers, al centro di una situazione senza precedenti. La squadra finalista nelle ultime tre stagioni, privata forzatamente di Kyrie Irving (che, come al solito, ha capito tutto prima degli altri), aveva costruito un roster in grado, sulla carta, di tentare un ultimo, disperato assalto alla corazzata Warriors. Peccato che sulla carta non si giochino le partite. Nel giro di pochi mesi, Cleveland si è trasformata in una polveriera; faide interne tra grandi nomi e ancor più grandi ego, continue rivoluzioni tattiche, umiliazioni in diretta nazionale (tra cui spiccano il 148-124 contro OKC, il -32 contro Houston e il -18 contro Orlando) e l’atteggiamento palese di un gruppo allo sbando. La trade deadline sembrava l’occasione per tentare di mettere qualche pezza, magari aggiungendo alla rosa giocatorI di spessore (Kemba Walker, Lou Wiliams e DeAndre Jordan erano i nomi più quotati). Invece, si è scatenata una vera e propria rivoluzione. Nel giro di mezz’ora, la dirigenza ha ‘liquidato’ Isaiah Thomas, Dwyane Wade, Derrick Rose, Jae Crowder, Iman Shumpert e Channing Frye. Al loro posto sono arrivati George Hill, Rodney Hood, Jordan Clarkson e Larry Nance Jr..

Uno scossone epocale, destinato inevitabilmente a stravolgere diversi scenari. Innanzitutto, chiude di fatto le carriere di Rose (che, tagliato da Utah, cercherà una nuova – e presumibilmente ultima – avventura in qualche contender) e Wade, pronto alla passerella d’addio nella cara, vecchia Miami. Poi ridimensiona quella di Thomas; solo un anno fa candidato MVP a Boston con prospettive di maxi contratto, ora ‘scaricato’ ai Lakers, i quali dovrebbero tagliarlo nel giro di pochi giorni. Infine, rimanendo sulle questioni individuali, queste ‘epurazioni eccellenti’ rappresentano un affronto di una certa rilevanza a LeBron James, che in estate si era prodigato per portare alla sua corte Wade (i due sono amici fraterni) e Rose.

Ecco, King James. Ad essere onesti, quando ho saputo della cessione di Wade ho aspettato di leggere, da un momento all’altro, la clamorosa notizia di una trade che coinvolgesse proprio LeBron. Le mosse del front office sembrano lanciare due chiari messaggi: il primo è che sul lago Erie regna sovrano il caos, il secondo è che la squadra è pronta per una nuova era. Hill, Clarkson, Hood e Nance sono dei buonissimi giocatori, con cui già dall’anno prossimo si potrebbe puntare ai playoff. L’idea di vederli competere, nel giro di appena tre mesi, per il titolo NBA è però una totale assurdità. Chiaro, qualora un James in netta rottura con la società riuscisse ad arrivare alle Finals e semplicemente tener testa alla Golden State (o Houston, oppure Oklahoma City) di turno, l’eterna diatriba sul più grande di sempre troverebbe nuovi, importanti argomenti…

Il terremoto in Ohio ha reso (inevitabilmente) secondari gli altri esiti di questa folle trade deadline.
Utah Jazz e Los Angeles Lakers hanno fatto passi interessanti in ottica futura. I mormoni hanno ceduto Hood (chiuso dall’esplosione del meraviglioso Donovan Mitchell), si sono liberati di Joe Johnson e hanno messo le mani su un giocatore utile da subito come Crowder. I gialloviola hanno ricavato dalle cessioni di Clarkson e Nance la prima scelta dei Cavs (non quella di Brooklyn, ma sarà comunque l’unica al primo giro per L.A.) e, soprattutto, lo spazio salariale per inserire due grandi stelle in estate. Il presidente Magic Johnson si è detto sicuro di un paio di grossi colpi. Sbaglierò, ma discorsi del genere non mi suonano proprio nuovissimi, nella storia recente dei Lakers…

Molto attivi anche i New York Knicks, sui quali ci soffermeremo più avanti. Willie Hernangomez, misteriosamente snobbato da coach Jeff Hornacek dopo un’ottima stagione da rookie, è finito a Charlotte in cambio di seconde scelte future (2020 e 2021) e di Johnny O’Bryant, subito tagliato. Anche Doug McDermott ha dovuto fare le valigie, spedito a Dallas in una trade a tre squadre che ha portato Devin Harris a Denver ed Emmanuel Mudiay nella Grande Mela. Se l’operazione può avere un senso per Mavs e Nuggets (Harris è in scadenza, mentre ‘Dougie McBuckets’ sarà soggetto a qualifying offer), dal punto di vista dei Knicks, come al solito, tutto è più nebuloso. Mudiay è un giovane playmaker dall’indubbio talento, ma ancora estremamente ‘grezzo’, tutto da sviluppare. Ricorda forse qualcuno? Ah, già… Frank Ntilikina, scelto allo scorso draft prima di Dennis Smith Jr.!
Movimento di giovani ‘a rischio contenuto’ per Phoenix Suns e Chicago Bulls, che hanno aggiunto a roster – rispettivamente – Elfrid Payton (a questo punto salgono le possibilità che Luka Doncic venga scelto da Orlando al prossimo draft) e Noah Vonleh. Le qualifying offer inserite in entrambi i contratti parlano chiaro: se tutto va bene, i due team avranno nuovi tasselli per il futuro, altrimenti amici come prima.

Detto che, salvo buyout, molti dei trasferimenti più attesi non si sono concretizzati (Williams e Jordan, ma anche Marc Gasol, Tyreke Evans, Avery Bradley e Marco Belinelli) e che alcune squadre sono rimaste ‘alla finestra’ (Thunder, Spurs e Celtics, con quest’ultimi che hanno però ufficializzato la firma di Greg Monroe), è tempo di concentrarci sui veri eroi di questa trade deadline.
Innanzitutto Willie Reed (passato dai Clippers ai Pistons, poi ai Bulls, poi tagliato – tutto nel giro di una settimana) e Jameer Nelson (Pelicans, Bulls, Pistons, poi…tagliato!). Quindi i Sacramento Kings, che si candidano di prepotenza al titolo di squadra ‘cult’ 2017/18. Dopo Vince Carter e Zach Randolph sono arrivati Joe Johnson (che però sarà quasi certamente rilasciato), Iman Shumpert e… Bruno Caboclo! Colui che nel 2014, quando i Toronto Raptors spesero per lui la ventesima chiamata al draft (davanti a Hood, Capela, Bogdan Bogdanovic, Clarkson e Jokic), veniva definito “il Kevin Durant brasiliano” è stato spedito in California in uno scambio con Malachi Richardson destinato a sconvolgere per sempre gli equilibri della lega…

 

2 – New York Knicks – Una serie di sfortunati eventi

Stagione finita per Kristaps Porzingis, e forse anche per i suoi New York Knicks
Stagione finita per Kristaps Porzingis, e forse anche per i suoi New York Knicks

Nella tradizione NBA ci sono due squadre su cui grava una perenne maledizione: Los Angeles Clippers e New York Knicks. Per entrambe il ‘tormento’ dura dai primi Anni ’70, quando i Clippers venivano fondati a Buffalo, con il nome di Braves, e i Knicks erano una delle squadre più forti della lega (che comunque contava circa la metà delle franchigie attuali). La formazione allenata da Red Holzman e guidata da Walt Frazier e Willis Reed riuscì a vincere due titoli NBA (1970 e 1973), giocando oltretutto una grande pallacanestro. Poi, il diluvio.

Negli ultimi 45 anni, i tifosi della Big Apple hanno dovuto assistere ad un’infinita sequela di sciagure, roba che neanche a Lemony Snicket. Le uniche stagioni memorabili, da allora, sono state quelle delle Finals negli Anni ’90 (nel 1994 con Patrick Ewing al top e nel 1999 con la squadra più improbabile di sempre, guidata da Allan Houston e Latrell Sprewell). Il nuovo millennio ha dato il via ad una tragicommedia hollywoodiana dai protagonisti più disparati. Dai talenti perduti della ‘Generazione X’ (Sprewell, Francis, Marbury, Penny Hardaway, addirittura Tracy McGrady) ai sogni infranti (molto presto) dell’era Anthony-Stoudemire, dall’illusione della ‘Linsanity’ (esplosa nel 2012, esattamente in questo periodo) alle recenti follie targate Phil Jackson, Derrick Rose e Charles Oakley. Come si suol dire, “mai ‘na gioia”

L’unico raggio di sole, in mezzo a cotanta malinconia, è stato l’arrivo di Kristaps Porzingis. Dopo averlo chiamato con la quarta scelta assoluta al draft 2015, sono bastate poche partite ai Knicks per capire di avere a che fare con un esemplare più unico che raro. Anche Kevin Durant se n’è accorto, tanto da affibbiargli un soprannome che non lo ha più abbandonato: ‘The Unicorn’. Porzingis sembra uscito da una serie di esperimenti genetici: un gigante di 221 cm capace di muoversi come una guardia e segnare in qualsiasi modo, da qualsiasi posizione. Un fenomeno, insomma.
Assurto al ruolo ufficiale di uomo-franchigia dopo la partenza di Carmelo Anthony, l’Unicorno stava pian piano trascinando i suoi verso un obiettivo all’apparenza impossibile: uscire dalla mediocrità. Le sue grandi prestazioni gli avevano fatto persino staccare il primo biglietto in carriera con destinazione All Star Game. Ecco però intervenire l’antica maledizione. Prima una serie di piccoli infortuni, che hanno decelerato il rendimento sia del giocatore, che della squadra. Poi la brutta caduta contro i Milwaukee Bucks, nella sfida tra ‘atleti del futuro’ con Giannis Antetokounmpo; lesione al legamento crociato, stagione finita. Per lui, ma anche per i Knicks.

Ad essere onesti, non è che la strada verso i playoff fosse proprio spianata. Dopo un avvio così così, una lenta discesa nella tanto cara mediocrità. Il k.o. della star lettone, però, toglie ogni remora sugli obiettivi immediati. Pur con un roster non più osceno come in passato (molto positiva la stagione di Enes Kanter, fra tutti, ma anche Tim Hardaway Jr., titolare di un contratto molto criticato, non sta sfigurando. Caso a parte Michael Beasley, che meriterebbe una rubrica dedicata), sperare in una buona presa al prossimo draft diventa ora più realistico che puntare ad un ottavo posto per cui la concorrenza è assai spietata. Aggiungere un giovane di grande prospettiva a Porzingis (e alla nuova coppia di ‘prospetti a lungo termine’ Mudiay-Ntilikina) potrebbe essere un piccolo passo in più verso l’uscita di un tunnel all’apparenza interminabile.

 

3 – Welcome to Jurassic Park

DeMar DeRozan (a sinistra) e Kyle Lowry, stelle dei Toronto Raptors
DeMar DeRozan (a sinistra) e Kyle Lowry, stelle dei Toronto Raptors

Una Eastern Conference in cui molte certezze sono crollate è diventata il perfetto territorio di caccia per i Toronto Raptors. Quella canadese è stata una delle poche franchigie a non cambiare pressoché nulla, rispetto allo scorso anno. Anzi, con i rinnovi contrattuali di Kyle Lowry (che nel 2020, a 34 anni, percepirà oltre 33 milioni di dollari!) e Serge Ibaka, uniti a quello di DeMar DeRozan nel 2016, ha lanciato un chiaro messaggio: mentre gli altri si preparano a vincere in futuro, noi proviamo a farlo subito.

Se da un lato si sono azzerate le prospettive a medio-lungo termine (i giovani a roster non mancano, ma nessuno di loro assomiglia anche lontanamente a Ben Simmons o Jayson Tatum), dall’altro i fatti stanno dando pienamente ragione a Masai Ujiri e soci. I Raptors sono, al momento, gli unici a tener testa ai Boston Celtics nella corsa al primo post ad Est. Qualche giorno fa li hanno anche battuti i Celtics. Con venti punti di scarto, all’Air Canada Centre. Ecco, è proprio il palazzetto, il punto centrale del ‘Jurassic Park’ (lo spazio esterno in cui si radunano gli scatenati tifosi senza biglietto), il vero segreto di questa squadra. In casa, gli uomini di Dwane Casey (che quest’anno allenerà per le prima volta un All Star Game) sono pressoché imbattibili: attualmente 4 sole sconfitte, a fronte di 23 vittorie. Tra le vittime dell’inverno canadese troviamo, oltre ai Celtics, anche Rockets, Sixers (2 volte), Cavs (asfaltati con 34 punti di margine, ma forse non è più una notizia…), Spurs e Timberwolves. Insomma, dal freddo Nord, quest’anno, non si passa.

Poi ci sarebbero i giocatori, sempre gli stessi: DeMar DeRozan, che continua a fulminare le retine – ultimamente anche da tre punti. Sebbene viaggi a una media realizzativa leggermente inferiore rispetto alla scorsa stagione (23.9 contro i 27.3 del 2016/17), di recente si è tolto un paio di soddisfazioni; seconda partenza in quintetto consecutiva nella partita delle stelle e record di franchigia per punti segnati in un singolo incontro, ovvero i 52 rifilati ai Milwaukee Bucks il 1 gennaio, nell’ennesima vittoria casalinga.
L’altro All-Star, Kyle Lowry, è abbastanza lontano dai livelli raggiunti nelle ultime due stagioni, ma rimane il punto di riferimento inamovibile del gruppo. Oltretutto è incredibilmente migliorato a rimbalzo, raccogliendone 5.8 a partita; praticamente gli stessi di Ibaka (6.0), atleta dal fisico decisamente più prestante… L’ex ala dei Thunder e Jonas Valanciunas, che forse non diventeranno mai i giocatori che promettevano di essere, stanno comunque dando un ottimo contributo sotto entrambi i tabelloni.

A fare la differenza rispetto agli altri anni, a parte il tentativo di coach Casey di ‘modernizzare’ l’attacco dei suoi (tirando molto di più dall’arco, ad esempio), è la produzione della panchina; ventiseiesimi nell’intera NBA nel 2016/17, attualmente i Raptors sono ottavi in questa particolare statistica. La loro second unit non sarà – qualitativamente – la stessa di Golden State, ma i vari Fred VanVleet (grande rivelazione), C.J. Miles, Norman Powell, Delon Wright, Pascal Siakam e Jakob Poeltl, oltre all’ormai insostituibile O.G. Anunoby, si stanno rivelando un supporting cast di tutto rispetto.

Dobbiamo quindi aspettarci Toronto alle NBA Finals 2018? Assolutamente no: la storia ci insegna che i Raptors sono fantastici fino ad aprile e mediocri a maggio. Però ad Est il panorama sta cambiando drasticamente; se per Cleveland fosse troppo tardi, e per Boston troppo presto, nell’uovo di Pasqua potremmo trovare una clamorosa sorpresa…

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