NBA Jersey Stories – The age of Kings

Sacramento Kings

A cavallo tra i due millenni andò in scena ‘The Greatest Show On Court’, la versione più spettacolare di sempre dei Sacramento Kings, che arrivarono a minacciare seriamente la supremazia dei grandi Los Angeles Lakers targati Kobe & Shaq.

Stabilitisi in California nel 1985 dopo un ‘vagabondaggio’ di quasi 40 anni tra Rochester (dove, con il nome Royals, vinsero l’unico titolo della loro storia nel 1951), Cincinnati e Kansas City-Omaha (per tre stagioni le partite casalinghe vennero disputate in due diverse città), i Sacramento Kings faticavano ad emergere dalla mediocrità.

Anche con l’arrivo di un All-Star come Mitch Richmond (1991), i massimi risultati ottenuti furono due eliminazioni al primo turno di playoff.
Nel 1994 le storiche divise blu con la scritta in corsivo furono abbandonate, e fecero la loro comparsa quelle bianco-nero-viola che entreranno presto nel cuore dei fan di tutto il mondo.

Sacramento Kings, le origini del mito

L’anno di svolta per la storia della franchigia fu il 1998. Tutto iniziò con una trade, orchestrata dal general manager Geoff Petrie, che mandò Richmond ai Washington Wizards in cambio di Chris Webber.

Ala forte che univa sopraffine abilità tecniche ad un fisico straordinario, Webber era stato uno dei mitici ‘Fab Five’ di Michigan che raggiunsero due finali NCAA consecutive, nonché membro della selezione di universitari che sconfisse nientemeno che il Dream Team durante la prima ‘partitella’ di preparazione alle Olimpiadi di Barcellona.
Al suo primo anno da professionista con la maglia dei Golden State Warriors (che lo avevano ricevuto da Orlando in cambio di Penny Hardaway la sera del draft 1993) ‘C-Webb’ era stato eletto Rookie Of The Year, ma la totale incompatibilità con la visione di gioco di coach Don Nelson lo aveva spinto a chiedere la cessione a Washington.
Nella capitale Webber si era guadagnato il primo All Star Game in carriera e aveva trascinato i Wizards ai playoff.
Lo scambio fra le due star finì per rivelarsi un affare soprattutto per i Sacramento Kings; mentre per Richmond iniziava la parabola discendente, C-Webb era pronto ad esplodere.

Al draft di quel benedetto 1998, pochi giorni dopo il leggendario canestro con cui Michael Jordan vinse l’ultimo titolo della dinastia Bulls, Sacramento selezionò Jason Williams, il più ‘folle’ playmaker mai apparso su un parquet della NBA.
A completare l’opera arrivarono in California due giocatori provenienti dalla giovane nazione serba: il free-agent Vlade Divac, esperto centro già di Lakers e Hornets, e l’ala piccola Predrag ‘Peja’ Stojakovic, scelto dai Sacramento Kings al draft 1996 ma rimasto altre due stagioni a giocare in Europa.

Sotto la guida del nuovo allenatore Rick Adelman e del suo assistente Pete Carril (colui che perfezionò il sistema di gioco chiamato ‘Princeton Offense’), i Sacramento Kings divennero in breve tempo una delle squadre più spettacolari della NBA.
Grazie ad un attacco spumeggiante basato sul contropiede, alla geniale regia e ai fulminanti assist di Williams e alle sublimi doti tecniche dei due lunghi, Webber e Divac, la squadra guadagnò sempre più ammiratori, e quelle maglie bianche, nere e viola furono tra le più vendute di quegli anni.

La prima stagione del nuovo corso, accorciata dal lockout, finì al primo turno di playoff per mano dei grandi Utah Jazz di John Stockton e Karl Malone. Stesso risultato l’anno successivo, in cui ad eliminare Williams e compagni fu una squadra che tornerà presto in questa storia: i Lakers di Phil Jackson, guidati sul campo dalla straordinaria coppia formata da Shaquille O’Neal e Kobe Bryant.

L’estate del 2000 portò due nuovi e fondamentali innesti: il rookie turco Hidayet ‘Hedo’ Turkoglu e Doug Christie, ex pilastro difensivo dei Toronto Raptors. Queste aggiunte diedero ai Sacramento Kings un roster estremamente profondo e versatile, che resero la squadra di Adelman ulteriormente competitiva.
Stojakovic venne promosso in quintetto, e la sua intesa con Chris Webber e Vlade Divac fu da subito perfetta.
Con Christie e ‘White Chocolate’ Williams a completare il quintetto, Sacramento divenne una vera e propria squadra ‘di culto’. Nel febbraio del 2001, la rivista americana Sports Illustrated celebrò così i nuovi idoli della West Coast:

I Sacramento Kings che quell’anno portarono all’All Star Game Webber, Divac e coach Adelman, tornarono ai playoff. Riuscirono ad avere la meglio sui Phoenix Suns, ma dovettero arrendersi nuovamente ai Lakers, che grazie alle prestazioni mostruose di Shaq (44 punti e 21 rimbalzi in gara-1, 43+20 in gara 2) e Kobe (36 punti in gara-3, 48+16 rimbalzi in gara-4), asfaltarono un’altra volta gli ambiziosi rivali.
Serviva un salto di qualità per colmare il gap con gli imbattibili avversari, e per compierlo bisognava fare scelte coraggiose.

In precedenza abbiamo accennato alla ‘follia’ di Jason Williams. Il piccolo playmaker da University of Florida era certamente spettacolare e fantasioso, probabilmente il più geniale passatore dell’epoca moderna. Come si potrebbe spiegare, altrimenti, ciò che fece durante il Rookie Challenge dell’All Star Weekend 2000, quando sorprese Raef LaFrentz con il più impensabile degli assist?

Alla squadra, però, serviva concretezza; molto bello il ‘Greatest Show On Court’, ma bisognava vincere e, con un giocatore incostante e caratterialmente bizzarro come Williams, probabilmente non si sarebbe mai arrivati da nessuna parte.
Così, nell’estate del 2001, Williams fu ceduto ai Grizzlies, in procinto di trasferimento da Vancouver a Memphis, in cambio di Mike Bibby.

Figlio d’arte (il padre Henry vinse il titolo NBA con i New York Knicks nel 1973) e campione NCAA con gli Arizona Wildcats nel 1997, Bibby era stata una delle poche note liete della breve e poco gloriosa storia canadese della franchigia.
Una volta atterrato in California, Mike si rivelò il tassello mancante per trasformare un’ottima squadra in una contender.

Sacramento Kings 2001-2002 mai così forti

Quella del 2001/2002 fu probabilmente la versione più forte di sempre dei Sacramento Kings, sicuramente la migliore mai vista in quel di ‘Sac-To’. Stojakovic continuò a crescere e giocò il primo All Star Game in carriera, vincendo inoltre la gara di tiro da tre punti (si ripeterà l’anno successivo). Webber trovò in Bibby un partner ancora migliore di quanto potesse essere ‘White Chocolate’ per i letali pick’n’roll, mentre le grandi doti da passatore di Divac esaltarono al massimo la Princeton Offense di Carril.
I Kings dominarono la regular season, arrivando ai playoff forti del miglior record NBA e con i favori di gran parte dei pronostici.
Stockton e Malone stavolta furono spazzati via, così come i Dallas Mavericks di Steve Nash e Dirk Nowitzki al turno successivo; per la terza stagione consecutiva, i Kings si trovarono di fronte all’ostacolo più grosso, quei Los Angeles Lakers ormai da anni padroni assoluti della lega.

Dopo le sfide degli anni precedenti e visto il valore delle due forze in campo, la rivalità tra le due franchigie raggiunse il suo apice nella più attesa finale di Conference della storia recente.
Phil Jackson, in preparazione alla serie, arrivò persino a far montare un video motivazionale in cui Adelman veniva paragonato ad Adolf Hitler. Chiaro che, con premesse del genere, i Lakers furono accolti alla ARCO Arena (famosa per essere una delle più ‘calde’ della NBA, con il pubblico che spesso e volentieri andava alle partite armato di campanacci) in un clima degno dell’Inferno dantesco. Per l’occasione fu rispolverato il coro “Beat L.A.! Beat L.A.!” tanto caro ai tifosi dei Boston Celtics durante gli anni della rivalità Bird-Magic.

Nonostante le condizioni estremamente avverse Kobe, Shaq e compagni portarono a casa gara-1, ma gli uomini di Adelman vinsero le due partite successive, passando in vantaggio per 2-1.
Gara-4, giocata allo Staples Center, si presentava come un’occasione irripetibile per dare una forte scossa alla serie.
Arrivando addirittura sul -24, però, i Lakers riuscirono in una disperata rimonta (anche grazie ad una tripla sulla sirena del secondo quarto di Samaki Walker che si rivelerà in seguito – all’epoca non esisteva ancora l’instant replay – non valida, poiché fuori tempo massimo), portandosi a due punti di svantaggio con 12 secondi da giocare. Fu in quel momento che venne scritta una delle pagine più memorabili della leggenda di ‘Mr. Big Shot’ Robert Horry:

Un monumentale Webber, un gran canestro di Bibby e un’altrettanto grande difesa di Bobby Jackson (sostituto dell’infortunato Stojakovic) su Kobe nel finale di gara-5 riportarono in vantaggio i Kings, quindi si tornò a Los Angeles.
Gara-6 di quella serie rimarrà nella storia come una delle gare più controverse (se non LA più controversa) di sempre.

I ‘complottisti’, ancora oggi, ricordano le contestate espulsioni di Divac e Scot Pollard (uno dei migliori in campo fino a quel momento), nonché i 27 tiri liberi concessi alla squadra di Jackson nell’ultimo quarto di quella celeberrima partita, la maggior parte dei quali per falli estremamente dubbi (su tutti una gomitata di Bryant su Bibby sanzionata come fallo del numero 10 di Sacramento).

Uno degli arbitri, Tim Donaghy, arriverà addirittura a sostenere come i suoi due colleghi fossero stati ‘spinti’ dalla NBA a far vincere i Lakers, in modo da portare fino a gara-7 una serie tanto bella quanto remunerativa dal punto di vista dei ratings.
Tutto ciò costringerà la lega ad aprire un’inchiesta interna, che verrà conclusa con “cattivo operato del team arbitrale, ma senza evidenti prove di una gara truccata”.
La verità su quella sera probabilmente non verrà mai fuori; quel che è certo, invece, è che Shaq e Kobe misero insieme 72 punti e 28 rimbalzi, rimandando qualsiasi sentenza alla decisiva gara-7.

Tornati a Sacramento, nonostante i 29 punti di uno strepitoso Bibby, i sogni dei Kings si infransero all’overtime, con i fuoriclasse dei Lakers più dominanti che mai (30+10 Kobe, 35+13 Shaq) e con due pesantissimi errori dall’arco da parte di due signori tiratori come Stojakovic e Christie.
Mentre gli odiati rivali si apprestavano a completare il three-peat annientando in finale i malcapitati New Jersey Nets, sul ‘Greatest Show On Court’ stava per calare il sipario.

L’inizio del declino coincise, curiosamente, con l’abbandono di quelle fantastiche maglie, che avevano contribuito a far ‘sanguinare nero e viola’ migliaia di tifosi e appassionare alla NBA di quegli anni milioni di persone in tutto il mondo (i colori in realtà rimasero, ma lo stile venne leggermente rimodernato).
L’epica finale di Conference persa contro i Lakers rimane tuttora il picco più alto della storia dei Sacramento Kings.
Nella stagione successiva un devastante infortunio al ginocchio spezzò la carriera di Chris Webber (che al rientro in campo non sarà più quello di prima) e le ambizioni di gloria della squadra che, con i leader storici ormai invecchiati, sprofondò pian piano in un tunnel da cui, a oltre un decennio di distanza, non sembra ancora poter uscire.