Nel corso dell’ultima settimana la NBA ha riabbracciato Tony Parker e Joakim Noah, fermi da parecchi mesi per infortunio (nel caso del centro dei Knicks, anche per una sospensione causa doping). A fare da contraltare, purtroppo, sono arrivati nuovi guai fisici a mettere fuori causa altri protagonisti di questa stagione. Già senza Patrick Beverley (out for the season per un’operazione al ginocchio) e Danilo Gallinari (comunque prossimo al rientro), i Los Angeles Clippers hanno perso anche il loro uomo-franchigia, Blake Griffin, messo K.O. da una distorsione al ginocchio (si parla di 8 settimane di stop). Anche Paul Millsap è stato costretto a fermarsi, per un problema al polso che lo terrà fuori circa tre mesi. Parlando di infortuni, non si può tralasciare la nebulosa situazione riguardante il futuro di Derrick Rose. L’ex stella dei Chicago Bulls pare addirittura in procinto di ritirarsi dopo l’ennesimo guaio fisico, questa volta a una caviglia. Nella speranza che si tratti solo di un’ipotesi e di non dover quindi trattare l’argomento in un futuro troppo prossimo, passiamo ad altro.
Gli ultimi sette giorni hanno visto anche il licenziamento di David Fizdale, sostituito dall’assistente J.B. Bickerstaff sulla panchina dei Memphis Grizzlies, franchigia invischiata in una crisi sempre più profonda, dopo un buon avvio di stagione. Per quanto concerne il campo, continua la marcia spedita di Houston Rockets, Boston Celtics e Cleveland Cavaliers, con questi ultimi in netta risalita dopo una partenza difficile.
Nell’edizione odierna di ‘Three Points’ ci occuperemo invece di due franchigie molto attese, ma ancora piuttosto indecifrabili: Oklahoma City Thunder e Minnesota Timberwolves. Insieme a loro, il protagonista di oggi sarà Dwight Howard, una sorta di ‘supereroe decaduto’ in cerca di riscatto alla corte di Michael Jordan. Partiamo subito!
1 – Feel the Thunder

I ‘Big Three’ dei Thunder – Paul George, Russell Westbrook e Carmelo Anthony
Il 2017/18 dei Thunder si preannunciava come una stagione da all-in. Unire a un Russell Westbrook in scadenza di contratto (poi rinnovato a cifre record) due superstar come Paul George e Carmelo Anthony, entrambe in possesso di una player option (la possibilità di scegliere se uscire o meno dal contratto per l’ultimo anno, ndr.) per la prossima estate, significava essenzialmente una sola cosa: vincere subito, oppure rifondare. Sebbene la regular season sia gia ben avviata, capire se il progetto del general manager Sam Presti sia destinato al successo (inteso non per forza come “titolo NBA”, ma anche solo come “provarci fino in fondo”) o al fallimento è ancora impossibile.
Il percorso di OKC, fino a questo momento, è stato una vera e propria altalena. Nelle prime venti partite sono arrivate otto vittorie, di cui alcune estremamente convincenti (contro Bucks, Clippers e Warriors, ad esempio), ma ben dodici sconfitte, tra cui spiccano quelle contro Utah, Sacramento e Dallas (quest’ultima con 16 punti di scarto). Attualmente i Thunder occupano la decima posizione nella graduatoria della Western Conference, eppure non sarebbe affatto una follia immaginarli ancora in azione nella seconda metà di maggio. La sensazione è che, prima o poi, i Tuoni si faranno sentire per davvero.
Delle vittorie sopra citate, quelle contro Milwaukee e Golden State meritano di essere analizzate, in quanto cartina di tornasole dello stratosferico potenziale della squadra di Billy Donovan. Al Bradley Center, Giannis Antetokounmpo e compagni, seppur all’inizio di un periodo di calo, sono stati letteralmente annichiliti. Jason Kidd non è riuscito a trovare una singola maniera per arginare l’attacco avversario. Chiudendosi per evitare le incursioni di Westbrook ha lasciato spazio alla mano particolarmente ispirata di George (20 punti, con 4/8 da tre, in 29 minuti) e Anthony. Cambiando strategia, i Bucks sono finiti in pasto a Steven Adams (14 punti e 11 rimbalzi) e Jerami Grant (17 punti), pressoché indisturbati in area. Quella gara è stata chiusa dai Thunder con cinque giocatori in doppia cifra e un Andre Roberson da 9 punti, con PG13 top scorer dei suoi.
Il successo sui campioni NBA è arrivato, invece, grazie alla ferocia di Westbrook. Caricato più che mai dal nuovo ritorno in città dell’ex amico fraterno Kevin Durant (con cui ‘Russ’ ha ingaggiato accesi duelli verbali), il numero 0 è tornato in modalità MVP: 34 punti, 10 rimbalzi, 9 assist e una gara dominata in lungo e in largo. Anthony ha risposto con 22 punti, George con 20, 11 rimbalzi e una grandissima prestazione difensiva.
Due vittorie, seppur molto diverse tra loro, da grandissima squadra. La partita di Milwaukee, probabilmente già dimenticata dai più, rappresenta alla perfezione ciò che può diventare OKC. Gran movimento di palla, tutti i giocatori coinvolti in modo equilibrato e la continua ricerca di varianti offensive. Quella della Chesapeake Energy Arena è stata più una dimostrazione di pura forza di Westbrook e dei ‘Big Three’, ma gli Warriors (non altrettanto battaglieri per l’occasione, va detto) sono stati surclassati su tutti i fronti. Dunque, come si spiega questo inizio mediocre?
Inevitabilmente, emergono i primi discorsi del tipo: “Beh, logico, tre giocatori così egoisti non possono stare insieme”, magari espressi dagli stessi pulpiti secondo cui “Questo Westbrook sarebbe l’MVP? Ma per piacere…”. Vedendo giocare OKC, in realtà, si capisce che la squadra è un cantiere appena aperto. Donovan e Westbrook in primis, tutti gli elementi del gruppo stanno cercando il modo migliore per incastrare gli ingranaggi di un motore potentissimo. L’MVP in carica ha iniziato la stagione quasi da ‘osservatore’. Il suo compito è stato molto simile a quello assunto da Steph Curry lo scorso anno, ovvero facilitare al massimo l’inserimento di giocatori (e personalità) importanti. Per gli Warriors fu Durant, per i Thunder lo sono ‘Melo e PG13. Ovviamente la sua indole da grande solista non può sparire del tutto, ma sembra consapevole del fatto che ci sia un fine ultimo ben più importante della caccia ai record (peraltro già stracciati l’anno scorso).
Contro gran parte dei pronostici, quello che sembra partito con il migliore approccio è l’ex leader dei New York Knicks. Conscio del suo ruolo da ‘specialista’ (vederlo tirare sugli scarichi è uno spettacolo assoluto), viene chiamato in causa dai compagni quando servono punti veloci in fasi di carenza di idee (il che accade un po’ troppo spesso, ultimamente), ed è sempre un’arma letale nei finali di partita. Paul George ha fatto molta più fatica ad accettare di non essere più la principale bocca da fuoco della squadra, come lo era per gli Indiana Pacers. Le sue prestazioni sono state a dir poco altalenanti, su entrambi i lati del campo (degna di menzione la settimana tra il 7 e il 15 novembre, in cui ha messo a referto, rispettivamente, 12, 13, 42, 37 e 13 punti). In generale, l’intero attacco ha fin qui peccato di costanza. Malgrado la presenza di tre realizzatori ‘di razza’, infatti, OKC ha solamente il ventunesimo offensive rating NBA.
A livello difensivo questi Thunder hanno dimostrato di poter valere molto, nessuno escluso (anche Anthony e Westbrook hanno offerto qualche notevole performance). Attualmente OKC vanta il terzo miglior defensive rating dell’intera lega, dietro a Boston e alla sorprendente Portland. Anche da questo punto di vista, però, l’atteggiamento dei big è tutt’altro che costante. C’è poi il problema della panchina, accorciata parecchio dalle operazioni di mercato estive. Se la tua riserva più utilizzata, dopo Jerami Grant, è Raymond Felton, 33enne con tanti chilometri quanti chilogrammi da portarsi a spasso, vuol dire che le tue rotazioni non sono poi lunghissime. Con i giusti ritocchi prima della trade deadline e il naturale miglioramento dell’alchimia di squadra (termine non bellissimo, ma difficilmente sostituibile), i Thunder potrebbero diventare estremamente pericolosi, molto più di quanto il record attuale faccia pensare.
2 – “Questo è l’anno di Minnesota” – Stagione 2

Andrew Wiggins (a sinistra) e Jimmy Butler
Se i Thunder stanno forse raccogliendo meno di quanto seminato, per i Minnesota Timberwolves vale il ragionamento inverso. Le 13 vittorie su 21 incontri e il quinto posto nella Western Conference potrebbero dare l’idea di una squadra in grande salute, pronta a dar fastidio alle big nella corsa al titolo. Invece, i lavori in casa Tom Thibodeau sono ad un punto ancora meno avanzato di quelli di Billy Donovan nell’Oklahoma. Accompagnati da una pressione sempre più forte, dovuta sia alla lunghissima assenza dai playoff (l’ultima partecipazione nel 2004, con Kevin Garnett, Sam Cassell e Latrell Sprewell) che ai grandi rinforzi arrivati in estate, i T’Wolves si stanno tenendo a galla, ma sembrano sempre sul punto di affondare.
A fare più impressione, vedendoli giocare, è la palese differenza di intensità tra i nuovi innesti, Jimmy Butler e Taj Gibson su tutti, e coloro che dovrebbero (e dovranno) essere i leader del gruppo, ovvero Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins. Le due giovani stelle hanno un talento sconfinato, almeno dal punto di vista offensivo, ma sembrano mancare dei cosiddetti ‘intangibles’ (espressione traducibile con “dettagli che non si possono misurare”) che trasformano gli ottimi giocatori in campioni.
Wiggins continua a crescere come attaccante, perfezionando sempre più il suo tiro dalla media e lunga distanza e risultando pressoché inarrestabile in penetrazione. Di leadership e applicazione difensiva, però, nemmeno l’ombra.
Difetti ancora più evidenti quando a mostrarli è un potenziale dominatore come Towns. KAT è sempre superbo quando si tratta di mettere punti a referto (da qualsiasi posizione) o catturare rimbalzi, ma finora le sue performance difensive sono state sotto la sufficienza – se non vergognose – per il livello a cui può ambire. Nella prima gara stagionale, LaMarcus Aldridge lo ha messo in imbarazzo davanti agli occhi del mondo. Il numero 12 degli Spurs è stato poi imitato dai vari Andre Drummond, Steven Adams, Anthony Davis e DeMarcus Cousins (59 punti e 19 rimbalzi combinati nella sfida del 1 novembre, contro i 2 punti e 5 rimbalzi di un impotente Towns), Dwight Howard e Hassan Whiteside, tutti lasciati ‘pasteggiare’ in totale libertà. Al netto della stazza e della caratura degli avversari in questione sembra che, da questo punto di vista, per l’ex Kentucky non ci siano segnali di crescita. La sua attitudine (così come quella spesso mostrata da Wiggins) è in netto contrasto con quella di Thibodeau, Butler e Gibson (non a caso la colonna portante degli ultimi Chicago Bulls degni di nota).
Dal canto suo, l’allenatore sembra sempre più convinto ad affidare la squadra, nei momenti decisivi, a ‘Jimmy G. Buckets’, uno nato con la fiamma della competizione addosso. Del resto, ‘Thibs’ non ha mai fatto prigionieri; chi ci mette l’anima ha tutto lo spazio che merita (vedi Tyus Jones, subentrato all’infortunato Jeff Teague e ormai quasi insostituibile), mentre degli altri si può fare anche a meno. Finché i risultati arrivano e la squadra gravita stabilmente in zona playoff tutto bene (anche se le prime esternazioni alla stampa sono arrivate). Cosa succederebbe, però, qualora le cose dovessero volgere, per l’ennesima stagione, per il verso sbagliato? Non potrà essere “l’anno di Minnesota” in eterno…
3 – Superman returns

Per Dwight Howard un ottimo inizio in maglia Hornets
Basta recuperare online qualche vecchia partita degli Orlando Magic per capire (o per ricordarsi) che razza di giocatore sia stato Dwight Howard. Ultimo della grande stirpe dei centri dominanti, conquistò il soprannome ‘Superman’ (consacrato dalla schiacciata con mantello allo Slam Dunk Contest 2008) stracciando un record dopo l’altro e cambiando per sempre la storia della franchigia della Florida. 8 volte All-Star e All-NBA, 3 volte miglior difensore dell’anno e 5 quintetti All-Defensive, 5 volte (nell’arco di 6 anni) miglior rimbalzista e 2 volte miglior stoppatore della lega. Aldilà dei numeri, rese quei Magic, costruiti attorno a lui da coach Stan Van Gundy, una delle superpotenze della Eastern Conference, guidandoli fino alle NBA Finals (poi perse contro i Lakers) nel 2009. Checché ne pensino i numerosi detrattori (bisogna comunque sottolineare come alcuni suoi atteggiamenti abbiano contribuito a costruirgli una pessima reputazione), uno dei migliori cestisti della sua generazione.
Chiusa in maniera tumultuosa l’esperienza di Orlando, la sua carriera ha preso però una direzione inaspettata. Prima lo ‘psicodramma’ della Los Angeles gialloviola versione 2012/13, quando la squadra di Nash-Bryant-Artest (già World Peace, ma sorvoliamo…)-Gasol-Howard arrivò a stento ai playoff, poi l’infruttuoso dualismo con James Harden a Houston, infine la brevissima (e altrettanto avara di risultati) parentesi ad Atlanta, sua città natale. In tutte le tappe della sua carriera, il fu Superman ha sempre raggranellato numeri assolutamente notevoli (17.5 punti e 12.7 rimbalzi di media in poco più di 13 stagioni) ma, dopo l’addio ai Magic, è sempre sembrato un giocatore fuori contesto. Quasi sempre in panchina nei momenti decisivi, ha finito per scontrarsi con la maggior parte dei compagni ‘importanti’. E’ evidente che gli ‘intangibles’ di cui sopra siano, anche in questo caso, un difetto di fabbrica.
In estate gli Hawks, all’inizio della ricostruzione, hanno spedito Howard a Charlotte, in cambio di un pacchetto che includeva anche Marco Belinelli. Fermo restando che le cifre non sono mai state un problema per il ragazzo, in questo inizio di stagione stiamo vedendo una delle versioni di Superman più simili all’originale. Finalmente in buona salute dopo un’interminabile serie di infortuni, nelle prime cinque gare stagionali ha letteralmente imperversato sotto canestro: 15, 15, 22, 20 e 16 rimbalzi. Su venti uscite ha messo a referto dodici doppie-doppie. Quando si è trovato di fronte un ‘non-difensore’ come Karl-Anthony Towns, poi, è esploso in una performance da 25 punti e 20 rimbalzi. Una gara da 20+20 che non è proprio una novità, per uno che in carriera ne ha portate a casa altre QUARANTASETTE.
Chiaro, parliamo di statistiche, non di vittorie. Quelle, salvo strani giri del destino, non arriveranno mai. Gli Hornets stanno rendendo ben al di sotto delle aspettative, in una stagione cruciale per le loro ambizioni. Partiti con 8 vittorie e ben 12 sconfitte, di cui 6 consecutive a inizio novembre, gli uomini di Steve Clifford sono ben lontani dal riprendere il cammino interrotto nel 2016, anno dell’ultima apparizione ai playoff. Con Kemba Walker lasciato spesso troppo solo in fase realizzativa, anche la difesa, piatto forte della casa in passato, non è più un granché (diciassettesimo defensive rating della lega). Con ogni probabilità, la carriera di Superman finirà senza gloria, se non quella individuale (e la medaglia d’oro di Pechino con il ‘Redeem Team’, che il suo valore ce l’ha), peregrinando da una franchigia all’altra fino alla pensione. A quasi 32 anni, però, DH12 può ancora regalarsi (e regalarci) qualche sprazzo del ‘supereroe’ di un tempo.

